2014 - Macallè Blues

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Recensioni: i dischi...2014


Recensioni: in questa sezione del sito, troverete le recensioni estese delle novità discografiche, suddivise per anno di pubblicazione!

BIG HARP GEORGE

"Chromaticism"

Blues Mountain Rec. (Usa) - 2014

Smack dab in the middle/Crazy about you baby/Left so soon/My baby is now on my mind/Chromaticism/Hard way/Cellphone hater/Strolling down on Bliss Street/Cocktail hour/Someday/Hey Jaleh!/Drum boogie


Personaggio davvero singolare questo Big Harp George nonché, di fatto, avulso dal più osservante, ortodosso, mondo del blues a tempo pieno. Al secolo George Bisharat, lo conobbi musicalmente per tramite di Otis Grand e del suo disco Hipster Blues, nel quale George compariva quale anonimo e, allora almeno a me, sconosciuto interprete di un brano lì presente, Every Girl I See. Da allora, anno 2008, pur incuriosito, mi scordai di lui fino a quando non mi ritrovai in mano questo suo primo disco solista, inciso sotto l'attuale e ben più artistico pseudonimo. Antropologo, storico, avvocato e professore emerito di Legge all'Università della California oltre che brillante politologo, commentatore e conferenziere, qui si presenta – e chi mai l'avrebbe detto date le premesse curricolari - nella sua veste di sorprendente armonicista e pregevole cantante blues. La reale professione del personaggio, dunque, non vi induca a pensare che sia un bluesman della domenica o un musicista mancato desideroso di levarsi il bizzarro sfizio di incidere un disco. Tutt'altro!
Prevalentemente dedito all'uso dell'armonica cromatica come alcuni suoi ben più popolari predecessori di riferimento quali, soprattutto, Paul de Lay a cui è esplicitamente dedicato lo slow Left So Soon, George “Harmonica” Smith e William Clarke, tanto per dare un'idea, lo stile primario a cui si richiama è il jump californiano, elegantemente addizionato con note di jazz e swing. Tanto per chiarire ulteriormente l'indirizzo stilistico del disco, casomai ce ne fosse bisogno, sia detto che ad accompagnare Big Harp troviamo qui alcuni dei principali musicisti della zona, tra i quali Little Charlie Baty, Chris “The Kid” Andersen e Rusty Zinn. In questo suo esordio solista, parallelamente al ruolo di armonicista e cantante, Bisharat si ritaglia anche quello di altrettanto competente autore; tolte le strumentali Chromaticism e Cocktail Hour, esaltazioni musicali del suo strumento, altri quattro brani portano la sua diretta firma. Tra questi, mi piace citare Cellphone Hater, sommesso sfogo contro la moderna nevrosi da cellulare, intriso di quel pizzico di ironia che proprio il compianto mentore Paul de Lay era solito instillare nei suoi pezzi anche se in ben più alte e argute dosi. Gli amanti degli armonicisti citati sanno, dunque, cosa attendersi da questo esordio di Big Harp George e non resteranno delusi. E noi, invece, ci aspettiamo un suo pronto ritorno in studio, professione principale permettendo, per una seconda, matura, prova discografica. G.R.


JOHNNY HOY & THE BLUEFISH

"The dance"

Disco Autoprodotto (Usa) - 2014

Don't start crying now/Daddy right/Dancing Danny O/The dance/Rolled and tumbled/Bring it back/I've got a secret/She belongs to me/Everything you said/Greasy rooster/What's the story with time/Cold


Sebbene sia uscito lo scorso anno, mi piace l'idea, ancorché tardiva, di poter parlare di questo ultimo lavoro di Johnny Hoy & the Bluefish. E mi piace perché The Dance rappresenta il riassunto organico e naturale, maturo sbocco creativo di quanto da loro prodotto in precedenza. La band proviene da una zona non tanto famosa per il blues, Martha's Vineyard, quanto più per motivi di cronaca, di spettacolo o di costume: accadimenti legati alla famiglia Kennedy o, prima ancora, al set del film “Lo squalo” di Steven Spielberg. A guardar bene, però, si trovano pure legami indirretti col blues essendo stato seppellito, nel locale cimitero, il blues brother John Belushi.
Musicalmente, la band si colloca in un settore mediano che mescola sapientemente blues, boogie, country e canzone d'autore. La ricetta prevede la voce roca, carismatica di Johnny Hoy (anche ottimo armonicista), la concisa, tagliente chitarra di Buck Shank, il piano honky tonk di Jeremy Berlin e il solido drummin' di Chris Anzalone. Altra caratteristica del gruppo è quella di aver optato, ormai da anni, per una formazione “bassless”, senza basso. Lo strumento, infatti, è pienamente vicariato dall’agile e impeccabile mano sinistra di Jeremy Berlin e tanto basta. Con sei album incisi, i primi tre per la prestigiosa etichetta Tone-Cool e dopo il precedente, sbalorditivo, Film Noir Angel, questo ultimo The Dance rappresenta la piena maturità del gruppo. Sebbene, in taluni episodi, meno ruspante e immediato del suo predecessore, ne mantiene sostanzialmente la formula stilistica che, pur mescolando sapientemente diversi generi, conferisce un’identità ben precisa alla proposta musicale della band. Può sembrare una contraddizione, ma così non è: il richiamo al blues e alle radici, intese nell’accezione sonora di “roots”, rappresentano sempre e comunque quel comun denominatore omogeneizzante. E si ascolti l’intero disco d’un fiato per capire cosa s’intende: blues, shuffle, rock & roll, country e ballate sapientemente mescolate in un’amalgama esperta e ben riuscita. La maggior parte dei brani proposti sono autografi, alcuni dal taglio ironico (es. Bring It Back), ma la più piacevole delle sorprese arriva, almeno per me, con I’ve Got a Secret, splendida ballad, in origine intitolata Shake Sugaree dalla propria autrice Elizabeth Cotten: la loro versione, fa a gara con quella resa in più occasioni da Willy DeVille ma questa, forte della vibrante voce di Johnny Hoy e di un andamento maggiormente sommesso, risuona su corde forse ancora più profonde. A mezza via tra una roots e una party band, Johnny Hoy & the Bluesfish meritano di essere definitivamente scoperti e, partire dal precedente o dal presente disco, è solo cosa buona e giusta. G.R.  


FABRIZIO POGGI & CHICKEN MAMBO

"Spaghetti Juke Joint"

Appaloosa Rec. (I) - 2014

Bye bye bird/King bee/The blues is alright/Devil at the crossroad/Mistery train/Way down in the hole/Checkin' upon my baby/One kind favor/Mojo/Rock me baby/Nobody/I want my baby/Baby please don't go

Questo disco - il diciottesimo per Fabrizio Poggi - fin dal titolo, racconta una storia; una storia ben poco nota anche ai più informati sul genere e dai contorni leggendari: quella dei Delta Italians. Contadini per lo più originari di Marche, Emilia, Veneto e Lombardia che, al passaggio tra ottocento e novecento, abbandonarono l’Italia per stabilirsi nelle piantagioni di cotone del Delta del Mississippi. Con l’abolizione della schiavitù e il conseguente, progressivo, abbandono di quelle piantagioni da parte della manodopera afroamericana, furono proprio gli “italians” a rimpiazzare, in parte, la forza lavoro mancante per la raccolta del cotone.
E come per i Delta Italians allora, per Fabrizio, oggi, questo nuovo disco rappresenta una sorta di rivoluzione. Dopo le varie peregrinazioni artistiche e stilistiche tra Italia e Stati Uniti e un sodalizio “unplugged” ormai consolidato con Guy Davis, Poggi infonde nuova linfa ai Chicken Mambo rimaneggiando la formazione che, attualmente, include il talentuoso Enrico Polverari alla chitarra oltre che Tino Cappelletti (per anni e anni con Fabio Treves) al basso e Gino Carravieri alla batteria. Le sonorità, ora, virano un po’ più sul rockeggiante, ma il repertorio guarda molto al Mississippi con ampie citazioni di autori sacri come Sonny Boy Williamson secondo (Rice Miller), dal cui songbook si estrapolano l’iniziale Bye Bye Bird e Checkin’ Upon My Baby e poi, Slim Harpo la cui King Bee è impreziosita dalla slide guitar di un vulcanico, ispirato, Sonny Landreth, Blind Lemon Jefferson con la sua One Kind Favor e Big Joe Williams con la celeberrima e conclusiva Baby Please Don’t Go. Poi ci sono le rivisitazioni di brani noti e altri ospiti americani a far capolino nel prosieguo dell’ascolto: a The Blues Is Alright, del pure mississippiano Little Milton, viene reinventato il testo e aggiunta la chitarra di un monumentale Ronnie Earl; mentre in Mojo, rilettura del ben celebre Mojo Workin’, compare – ma guarda un po'! – proprio la chitarra di Bob Margolin, che fu per anni chitarrista di quel Muddy Waters, originale autore del pezzo. Da non dimenticare, poi, i brani a firma di Fabrizio come l’evocativo Devil At The Crossroad, originale contraltare al Tom Waits di Way Down In The Hole, pure presente nel disco, o I Want My Baby a cui viene aggiunta l’equilibrata ed elegante slide di Claudio Bazzari. A ricordare, poi, le sonorità della vicina Louisiana, pur sempre cara a Fabrizio, ecco qua e là l’accordion di Claudio Noseda.
Non sappiamo se e quanto, i Delta Italians, abbiano mai contribuito allo sviluppo del blues; probabilmente per nulla e la loro citazione è soltanto un pretesto per tracciare una linea idealmente parallela a quella degli afroamericani. Ma questo lavoro, che pare provenire direttamente da oltreoceano è, altrettanto idealmente, dedicato a loro e al loro ipotetico juke joint  inevitabilmente chiamato Spaghetti. G.R.              


HENRY CARPANETO

"Voodoo Boogie"

Orange Home Rec. (I) - 2014

Drinking & thinking/My baby is gone/One room/Angel child/Welfare woman/Steady rolling/Caldonia/Mambo mama/Turn down the noise/Dog & down blues/Rock me baby/Blind man love

Di chitarristi, del blues, è pieno il mondo. Pure i pianisti non mancano ma, ahimè, a parte qualche luminoso esempio, si notano assai meno. Sarà che, anche nel blues, la chitarra ha sempre ricoperto un ruolo solistico magistrale e, per sua natura, ha contribuito a far assumere all’ego di tanti maghi del manico forme abbondantemente ipertrofiche tali da surclassare altri, pur nobili, strumenti; sarà che la sinuosa forma della chitarra, già di per sé, evoca sensuali fantasie che il nero, austero, legno di un piano rimuove, ma quando la classe c’è, non servono gli occhi per vederla.
Talentuoso pianista ligure, Enrico “Henry” Carpaneto è candidato di diritto a diventare il rappresentate del piano blues made in Italy all’estero. Ma andiamo per ordine. Enrico, soprannominato Cool Henry Blues da Bryan Lee, produttore del presente dischetto, è ragazzo che ha fatto i compiti a casa e si sente. Tanto blues & boogie, terapie d’urto di Pinetop Perkins e Jay McShan, pillole di Professor Longhair e Dr. John oltre a tanto mestiere e gusto. Già tastierista nella band di Guitar Ray & the Gamblers, con loro ha accompagnato anche tanti artisti americani come Jerry Portnoy, Big Pete Pearson, Otis Grand, Paul Reddick e, da ultimo, proprio il neworleansiano Bryan Lee. La genesi di questo disco trae origine proprio da quest’ultima collaborazione. Enrico viene invitato a New Orleans proprio da Lee il quale, avendone da tempo riconosciuto il talento, decide di far da padrino al suo primo volo solista, regalandogli la sala di registrazione, una manciata di brani originali, la propria partecipazione al disco quale cantante e chitarrista e, a ingolosire il mix, la presenza di due assi pigliatutto come Otis Grand e Tony Coleman quali ospiti. La band, pur assemblata in varie registrazioni, raggiunge ragguardevoli livelli di omogeneità, riconoscendo a ogni musicista il proprio giusto ruolo e mirando più all’esito finale che non all’emergere della singola individualità, Enrico compreso. Otis Grand che, in Caledonia, pare, sputato, il compianto B.B. King e, negli altri brani dove compare, ci mette il T-Bone Walker rivisitato che serve inietta una dose extra di energia; anche il drumming dell’ex batterista di B.B. King, Tony Coleman, dove compare conferisce un differente, ma sempre funzionale drive. Il risultato? Un riuscito, compiuto, esempio di traditional rollin’n’jumpin’ blues. E ora, che aspettarsi da Cool Henry? Beh, se l’ascoltatore ha pazienza e non si arrende alle apparenze, la ghost track presente nel disco lo rivela proprio sul finale. Ci aspettiamo un trionfo solistico! Un secondo disco col piano del nostro ben, ben in evidenza e con tutto il gusto di cui ha dimostrato essere capace. G.R.


 
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