2015 - Macallè Blues

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Recensioni: i dischi...2015


Recensioni: in questa sezione del sito, troverete le recensioni estese delle novità discografiche, suddivise per anno di pubblicazione!

BILLY PRICE & OTIS CLAY

"This time for real"

Vizztone Rec. (USA) - 2015

Somebody's changing my sweet baby's mind/I'm afraid of losing you/Going to the shack/All because of your love/Love don't love nobody/I'll never do you wrong/Don't leave me starving for your love/Broadway walk/Book of memories/Too many hands/Tears of god/You got me hummin'

L’uscita di questo bel disco ci offre una doppia opportunità: ricordare nuovamente Otis Clay, leggenda del soul, a pochi mesi dalla sua scomparsa e parlare di Billy Price, interprete soul di pregio, mai adeguatamente premiato in quanto a fama e riconoscimenti.
Billy Price e Otis Clay già si incontrarono e collaborarono artisticamente più volte in passato; sul palco e su disco (un primo cameo di Clay lo si ritrova in The Soul Collection e, un secondo, in Night Work, entrambi dischi di Price). This Time For Real, invece, rappresenta l’ultima registrazione ufficiale di Clay, ma anche la sua prima collaborazione discografica completa con Billy Price; dunque - e finalmente - un disco intero a due voci.
Di Clay ben si conoscono i natali mississippiani e gli esordi vocali partiti, come sempre, dalla sacra culla del gospel e divenuti, via via, più profani senza, tuttavia, scordarne mai le origini churcy. Di Billy Price, cantante soul, invece, conosciamo l’iniziale collaborazione come vocalist nella band del mago della chitarra Roy Buchanan e i successivi esordi da solista risalenti ai primi anni ’80 con un disco che profeticamente traeva il titolo da uno dei primi cavalli di battaglia di Otis Clay, quel Is It Over, brano scritto da Sam Mosley, presenza costante nel repertorio di Clay. In un certo senso, mentre Billy Price forse corona, incidendo questo disco, il sogno di una vita, Clay conclude la sua laddove, sebbene per trasposizione di brani, era cominciata e con un simbolico riconoscimento al merito e al valore di Price.
Billy Price è un tenore acidulo, dall’ampio, teso vibrato; ben si mescola alla cifra vocale di Otis Clay, ruvida e di grana grossa, ma dai riflessi melodici improvvisi e sorprendenti. Partiti da questi presupposti, i due realizzano un lavoro squisitamente ben amalgamato che muove dall’iniziale, giubilante sprone di Somebody’s Changing My Sweet Baby’s Mind, brano inciso dal misconosciuto Johnny Sayles, e si chiude con una robusta versione di You Got Me Hummin’, scritto da Isaac Hayes e scolpito a eterna memoria nel più classico repertorio della Stax di Memphis dal duo Sam & Dave. Tra questi estremi, i nostri due cantanti si muovono agili su un repertorio che spazia dal funkeggiante Goin’ To The Shack del pure mississippiano Syl Johnson fino a quel divertente, ironico elenco di sventure elencate dalla penna di Joe Tex che accadrebbero all’autore in caso non tenesse fede alla promessa dichiarata dal titolo (I’ll Never Do You Wrong). Memphis torna protagonista grazie a quel ritratto compiaciuto dell’amante filosofo che è Too Many Hands, scritto da Teenie Hodges, ben noto chitarrista di casa Hi Records, mentre il country fa capolino in quel delizioso acquarello che è Book Of Memories. Ma è quando il ritmo rallenta che il melodico, sibilante sillabare di Clay unito alla sensibilità interpretativa di Price producono i sfrutti più succosi. In questo senso, I’M Afraid Of Losing You diventa fragile, vibrante confessione laica, così come il moderno spiritual Tears Of God dei Los Lobos che, qui, viene rievocato con profondo, fervente abbandono. Un altro classico di Clay, Love Don’t Love Nobody, già pezzo di punta degli Spinners, rivive qui in un’interpretazione dove il racconto viene proposto con un tono di raro, rassegnato abbandono e con un Billy Price, sul finire, impegnato in un’ intima confessione parlata. Non secondaria nella riuscita di questo disco, la band di Duke Robillard al gran completo, ad un tempo fondamentale e discreta nell’economia complessiva dell’opera. G.R.


FIONA BOYES

"Box & dice"

Reference Rec. (Usa) - 2015

Juke joint on Moses Lane/I'm a stranger here/Walking round money/Smokestack lightning/Louisiana/Black mountain blues/Mama's sanctified's amp/I done quit/Walk with me/Tiny pinch of sin/Easy baby


In anni recenti l’Australia, soprattutto grazie al pionieristico tramite del chitarrista Dave Hole, che a lungo ha inciso per un’importante etichetta del settore come la Alligator, ha espresso alcuni talenti nel campo del blues. Uno di questi è sicuramente Fiona Boyes. Al pari di Hole devota della tecnica slide, Fiona è stata definita, in passato, come la “gemella cattiva” di Bonnie Raitt. Questa definizione, ancorché, per certi versi, risibile contiene in sé un nucleo di verità. Se la Boyes è sì, come la Raitt, chitarrista slide, cantante e autrice, i parallelismi, a mio modo di vedere, si arrestano tuttavia qua. Fiona Boyes, a differenza di Bonnie Raitt infatti, ha uno stile molto più oscuro e misterioso, profondo ed energico, ma di un’energia esplicitamente sinistra ed evocativa. Inoltre, questo suo ultimo Box & Dice rappresenta un esperimento strumentale che vede salir sul proscenio, oltre alle sue usuali chitarre, alcune artigianali cigar-box guitars (costruite da Shayne Soall della Oz Blues and Roots Music Store) che la Boyes suona utilizzando bottleneck ricavati da diverse piccole bottiglie di liquore e, soprattutto, una rara chitarra baritono National Reso-lectric di costruzione pure artigianale e con un unico esemplare gemello, chissà se “buono” o “cattivo”, al mondo. Il risultato, è questo agile dischetto registrato nella classica e snella formazione a trio, chitarra, contrabbasso e batteria. Fiona Boyes, qui, mescola gli stili e passa magistralmente dal Delta allo swamp al Piedmont blues, dal Texas shuffle alla Chicago post bellica. Non c’è da stupirsi se la Boyes, forte anche del suo robusto songwriting, sia stata nominata per i Blues Music Awards e sia stata la prima donna, nonché prima australiana a vincere, nel 2003, l'International Blues Challenge.         

In questo disco, che prende il titolo da una delle sue cigar-box guitars, Fiona Boyes esplora, oltre agli stili citati, le varie sonorità delle sue chitarre quasi a sceglierne la personalità e il timbro più adatti alle varie canzoni. Già nell’iniziale Juke Joint On Moses Lane si avverte il contrasto tra l’acidulo abbozzo con la cigar-box guitar e il prosieguo del brano sul suono più ricco e profondo della chitarra baritono. Il tema del sentirsi straniero, tanto comune nel bluesman visto come rambling man, si affaccia in I’M A Stranger Here, in termini di spettrale drammaticità, con la dilatata interpretazione e la presenza simbolicamente significativa della sola cigar-box a fare da controcanto, da superficie riflettente all’aleggiante senso di straniamento. L’accattivante, scanzonata Walking Round Money così come l’arguto racconto di Mama’s Sanctified Amp sono tra gli episodi più freschi e vivaci. In mezzo alla generosa dose di brani originali, poi, c’è spazio anche per una manciata di cover tra le quali spiccano una muscolare Smokestack Lightning e una suadente, sensuale Easy Baby, rispettivamente tratte dai sacri testi di Howlin’ Wolf e Magic Sam. G.R.


ANTHONY GERACI AND THE BOSTON BLUES ALL-STARS

"Fifty shades of blue"

Delta Groove Rec. (Usa) - 2015

Everything I do is wrong/Fifty shades of blue/Sad but true/Heard that Tutwiler whistle blow/If you want to get to heaven/Don't keep me waiting/The blues never sleeps/Too late for coffee/Diamonds and pearls/Cry a million tears/In the quicksand, again/Your turn to cry/Blues for David Maxwell


Pianista sopraffino e di grande esperienza Anthony Geraci. La sua biografia muove da una formale educazione musicale, conseguente a una precoce attitudine per il piano, acquisita presso il celeberrimo Berklee College of Music di Boston. Da lì, la sua carriera artistica lo ha portato a incidere, prima, con alcuni giganti del genere come Muddy Waters, Big Joe Turner, Jimmy Rogers, Hubert Sumlin e a essere, poi, cofondatore dei Broadcasters del chitarrista Ronnie Earl e dei Bluetones dell’armonicista e cantante Sugar Ray Norcia; band, quest’ultima, della quale fa ancora parte dopo quarant’anni di ininterrotta militanza.

Con questo Fifty Shades Of Blue firma la sua prima opera solista supportato, come dichiarano correttamente i sottotitoli, da un’autentica all-stars band che comprende Sugar Ray Norcia, Darrell Nulish, Michelle “Evil Gal” Wilson e Toni Lynn Washington a spartirsi le parti vocali; più, i Bluetones quasi al gran completo con Mike Welch alla chitarra e Michael “Mudcat” Ward al basso e Neil Gouvin a rimpiazzare, solo in un paio di brani, alla batteria, il titolare Marty Richards. Il risultato è veramente blue nelle sue cinquanta sfumature. Geraci, come detto, non canta e, del resto, non ce ne sarebbe il bisogno, dati il suo pianismo fluido, orchestrale e la presenza di tutti quegli ottimi cantanti, ognuno dalla spiccata, peculiare vocalità tanto che, ogni singolo brano, pare scientemente affidato al cantante cui meglio calza addosso. Così, l’iniziale tono minore di Everything I Do Is Wrong come quasi tutte le altre “sfumature” più blues presenti nel disco (The Blues Never Sleeps e Cry A Million Tears) vengono assegnate alla perentoria, autorevole voce di Darrell Nulish; le atmosfere più colloquiali, crepuscolari (Don’t Keep Me Waiting, Your Turn To Cry o il delizioso country Too Late For Coffee), come quelle più devote al suono della Chicago anni ’50 (Sad But True e Heard That Tutwiler Whistle Blow) vengono affrontate dalla mescola sicura e cremosa del crooning di Sugar Ray Norcia. Il bruno, ombreggiato, profondo contralto di Toni Lynn Washington interpreta solamente lo stiloso Diamonds And Pearls. In un programma di brani interamente scritti da Anthony Geraci, c’è spazio anche per un paio di strumentali che bene mettono in risalto il suo pianismo: lo shuffle In The Quicksand, Again e il conclusivo Blues For David Maxwell, toccante, devoto omaggio a un altro grande pianista recentemente scomparso. Menzione particolare per l’intensa chitarra di Mike Welch, profonda e vibrante nel condurre verso personali, estremi sviluppi la lezione di Otis Rush, in primis.
Gli amanti del piano blues e di tutte le sue sfaccettature stilistiche avranno, qui, di che soddisfare i propri fini palati. G.R.  


CASSANDRA WILSON

"Coming forth by day"

Legacy Rec. (USA) - 2015

Don't explain/Billie's blues/Crazy he calls me/You go to my head/All of me/The way you look tonight/Good morning heartache/What a little moonlight can do/These foolish things/Strange fruit/I'll be seeing you/Last song (for Lester)

Creatura androgina, dal fascino ambiguo e ombroso, la splendida cantante mississippiana Cassandra Wilson ci riprova. In questo disco, interamente dedicato a Billie Holiday - Lady Day - in occasione del centenario della sua nascita, le atmosfere dominanti sono quelle crepuscolari, notturne, a tratti un po’ inquietanti, già ampiamente sperimentate nel suo precedente capolavoro del ‘93 Blue Light ‘Till Dawn e subito replicate con l’immediatamente successivo e sempre ottimo, anche se meno sorprendente, New Moon Daughter del ’95.
Con Coming Fourth By Day la Wilson si immerge, anima e corpo, tra le pagine più schiette ed esplorate del songbook della Holiday, restituendone una lettura molto personale, anche  discutibile, certamente lontana dai registri espressivi tipici di Lady Day, ma sincera, intensa e partecipata. La scura, bruna levigatezza del suo contralto profondo, dalla timbrica più direttamente riferibile a una Abbey Lincoln piuttosto che alla stessa Holiday, unitamente a sonorità e arrangiamenti che sono figli legittimi di musicisti e produttore di dichiarata estrazione gothic-rock (il produttore, Nick Launay, è stato il produttore di Nick Cave & the Bad Seeds) conferiscono al disco, più che la fragile, ferita drammaticità degli originali, atmosfere più misteriose e, talvolta, stranianti. Tanto che, nell’ascoltare questo Coming Fourth By Day,  par di stare in una camera con vista sulla Holiday più che immersi nel suo denso universo emozionale. Una vista dall’orizzonte più rarefatto, solo a tratti benedetta dalla chiara luce di un giorno di sole, dove il sentimento dominante è quello della vertigine, indotta dalle distanze e dagli indefiniti, talvolta irriconoscibili, contorni. E’ la lenta  discesa in un maelström sonoro che reinterpreta e, forse più, riscrive l’opera stessa che vorrebbe omaggiare.
Esistono dei precedenti analoghi: il pianista Dr. John e il suo Ske-Dat-De-Dat: The Spirit of Satch, per esempio. Anche lì, l’artista ripercorreva in modo altamente personale alcune pagine del repertorio, nel caso specifico, di Louis Armstrong, di fatto, trasfigurandole attraverso la grana filtrante della sensibilità e della scrittura a lui proprie. Similmente qui, la Wilson ripercorre la strada della Holiday ridisegnandone il percorso. You Go To My Head, per dire, assume contorni quasi da Philly sound grazie agli archi arrangiati da Van Dyke Parks così come All Of Me perde il suo originale, brillante swing a favore di un’atmosfera ben più colloquiale e rarefatta.               
Ai brani più famosi del repertorio di Lady Day la Wilson, aggiunge, in conclusione, l’unico brano originale di tutta la raccolta, Last Song (For Lester), immaginario, drammatico monologo che fantastica attorno ai sentimenti della Holiday in occasione della morte del suo grande amico e accompagnatore, il sassofonista Lester Young.  
Se affrontata, di fatto, la riproposizione di grandi classici non può essere solo riproposizione fedele e fine a se stessa, ma sfida che sa affrontare il grande mare abbandonando le rotte tracciate dalle carte nautiche; e chi meglio della Wilson e dei suoi qui presenti compagni avrebbe potuto intraprenderla con conoscenza, sensibilità e, di fatto, buona riuscita nel rivelarci nuovi approdi. G.R.


RONNIE EARL & THE BROADCASTERS

"Father's day"

Stony Plain Rec. (Usa) - 2015

It takes time/Higher love/Right place, wrong time/What have I done wrong/Givin' up/Every night about this time/Father's day/I need you so bad/I'll take care of you/Follow your heart/Moanin'/All your love/Precious Lord


Ronnie Earl ha ridotto la sua attività concertistica in terra natia al rango di pregiata rarità mentre quella nella vecchia Europa è, da tempo, inesistente. Per contro, ci ha abituati a uscite discografiche pressoché annuali e costanti. Rispetta la regola anche quest'ultimo Father's Day che, a distanza di un anno o poco di più dal precedente Good News, ci dà lo spunto per poter parlare nuovamente di lui. Dire che da Ronnie Earl si sa sempre cosa attendersi è un po' un'ovvietà; ma c'è chi lo afferma con lo spirito del detrattore e chi, invece, con l'affetto e la passione che gli sono dovuti. E noi, data l’innegabile statura artistica del personaggio, ci leghiamo, saldi nella nostra convinzione, alla seconda schiera. Di certo, da lui, ci si attende sempre qualcosa di buono tanto che potremmo estrarre, bendati, dalla sua discografia un disco a caso e sceglieremmo comunque bene. E quest'ultima fatica non fa assolutamente eccezione.
Indiscusso maestro di tono, fraseggio e intensità, la sua chitarra sa essere tanto tagliente, profonda quanto vellutata e liquida. Durante tutta la sua carriera, Earl si è sempre concentrato interamente sullo strumento lasciando il canto, a volte anche solo sporadico, data la vocazione prettamente strumentale di molti suoi dischi, a terzi. In questo suo ultimo lavoro, invece, le parti cantate dominano in quantità e sono equamente ripartite tra gli ottimi Michael Ledbetter, pietroso, muscolare cantante dall’emissione lirica e diaframma impostato, già voce solista nella band del chitarrista Nick Moss e Diane Blue, passionale cantante e brillante armonicista dai trascorsi, anche discografici, solisti, prima donna a far parte dei Broadcasters. Dai precedenti lavori di Earl, quest'ultimo Father's Day marca la differenza, dunque, per spirito, stile e rinnovato interesse per il blues quale forma canzone. Dedicato al padre Akos recentemente scomparso (da qui, il titolo), spariscono quasi completamente le incursioni nei territori latini alla Santana e del jazz mentre ritorna protagonista prepotente e assoluto il blues, quello intenso, di matrice chicagoana come la vibrante versione di Right Place, Wrong Time seconda solo all'originale di Otis Rush o gli ottimi, molteplici tributi a Magic Sam o il soul-blues con la cupa ballad in minore I'll Take Care of You o, ancora, l'inatteso Givin' Up, brani rispettivamente divenuti “classici” sulle ugole di Bobby “Blue” Bland e Donny Hathaway. Con Moanin' Earl si ritaglia un piccolo spazio per le vecchie abitudini strumentali e, in chiusura, l'ultima sorpresa, che ci accompagna al saluto, è quella sacra di Precious Lord, riconciliante preghiera laica, metaforico accostamento tra le figure del padre secolare, scomparso, e del “prezioso” padre celeste. Nel disco, l'Hammond dal timbro chiaramente "churcy" è quello di Dave Limina, mentre la batteria è quella precisa e vigorosa di Lorn Entress; a completare l'organico, oltre al fedele basso di Jim Mouradian, il ritorno, tra i Broadcasters, di una sezione fiati, qui incarnata da un robusto duo di sax con protagonisti Mario Perrett al tenore e il talentuoso Scott Shetler al baritono a rendere più rocciosa la parete sonora. G.R.


BAD NEWS BARNES & THE BRETHREN OF BLUES BAND

"90 proof truth"

Flaming Saddies Rec. (Usa) - 2015

CD: America needs a queen/Salt, sugar & fat/Post op transgender/Hungry and horny/Westboro Baptist blues/90 proof truth/CIA/Lawyer riding shotgun/Going down/Boom boom (out goes the lights)/Raise your hand/My ding-a-ling
DVD: America needs a queen/Westboro Baptist blues/Going down/90 proof truth/Someday baby


Niente DOC, DOCG o IGP, ma l’affermazione riportata sul fondo della copertina ne certifica piuttosto il contenuto come CHB, ovvero “Contemporary Hokum Blues…”. Col termine “hokum blues”, ci ricordano autorevoli fonti accademiche, si vuole intendere quel blues, talvolta improvvisato, anche un po’ sempliciotto e scanzonato, imbottito di doppi sensi a prevalente carattere sessuale, mutuato di fatto dai minstrel shows e dal vaudeville, diffusosi nei primi decenni del ‘900 per bocca di artisti come Tampa Red, Gus Cannon e Casey Bill Weldon, per dirne alcuni, e rivolto a un pubblico magari ingenuo al fine di strappargli, con modico sforzo, una grassa risata. Stando alla definizione, se quello di Bad News Barnes è hokum blues, di certo non parrebbe rivolto alle menti semplici; o, forse, sarà mica quel “contemporary” a voler sottintendere un’evoluzione del genere e, dunque, del pubblico? Tutto può essere! Fatto è che ciò che propone Bad News (al secolo, Chris) Barnes è arguta satira sociopolitica in forma di blues; musica per riflettere e, certamente, per ridere giacché – penserà Barnes – chi non ride, non può essere una persona seria.
La carriera di Barnes è sempre stata in equilibrio instabile tra teatro, televisione e musica e, dopo aver partecipato a diversi, celebri programmi televisivi americani, è tornata a sbilanciarsi sul blues con questa doppia uscita: cd, of course, e un dvd contenete quattro video di brani già in scaletta in versione audio più un bonus, Someday Baby, con Felicia Collins. Se anni fa i veneziani Pitura Freska auspicavano un papa nero in Vaticano, beh, Barnes esordisce spingendosi oltre inneggiando, con l’introduttiva America Needs a Queen, a un presidente ben più che femminile. Parte, poi, la lunga raffica di dissacranti parodie di brani celebri: Shake, Rattle & Roll diventa Salt, Sugar & Fat, Come On di Earl King diventa Hungry And Horny e, siccome anche la chiesa sta sulla linea di fuoco di Chris Barnes, Ode To Billy Joe di Bobbie Gentry diventa arguto dileggio del perbenismo e dell’ipocrisia chiesaiola in Westboro Baptist Blues, cantata in compagnia di Dana Fuchs e Felicia Collins. A completare il quadro la comica, divertentissima Post Op Transgender e alcune cover tra le quali spiccano Going Down di Don Nix e la conclusiva My Ding-A-Ling di Dave Bartholomew. Musicisti stellari ad accompagnarlo e una robusta sezione fiati formata, mi piace ricordare, da Tom “Bones” Malone al trombone, “Blue” Lou Marini al sax tenore e, da ultimo, il leggendario e recentemente scomparso Lew Soloff alla tromba, già con Blod Sweat & Tears, Lou Reed, Aretha Franklin ed Elvis Costello.
In conclusione, scomodando ancora l’enologia, Bad News Barnes è come dovrebbe essere lo spesso sottovalutato Lambrusco: mosso e brusco. G.R.  


CHARLIE MUSSELWHITE

"I ain't lyin'..."

Henrietta Rec. (Usa) - 2015


Good blues tonight/Done somebody wrong/Long lean lanky mama/Always been your friend/If I should have bad luck/My kinda gal/Blues, why do you worry me?/300 miles to go/Long leg woman/Christo redemptor/Good blues tonight (unedited)

I Ain’t Lyin’…”: il titolo è anche la gergale affermazione ripetuta da Musselwhite, quale insistita interiezione, nello svolgersi del disco, ma è altresì metafora di autenticità e schiettezza, qualità che ben si applicano alla storia di questo vecchio ragazzo del Mississippi, in arte armonicista e cantante. Registrato dal vivo in due occasioni distinte, rispettivamente al Valley of The Moon Vintage Festival in California e al Clarksdale Soundstage in Mississippi sul finire del 2014, il disco ci restituisce un Musselwhite in piena forma, supportato dal suo attuale trio di competenti giovanotti, formato dal talentuoso Mattew Stubbs alla chitarra, Steve Froberg al basso e June Core alla batteria. Il programma qui presentato include quasi interamente brani autografi ad eccezione della celebre Done Somebody Wrong di Elmore James e del Christo Redemptor di Duke Pearson (inciso, in origine, dal trombettista jazz Donald Byrd nel meraviglioso album Blue Note A New Perspective) che Musselwhite già interpretò nel suo primo, leggendario disco Stand Back; correva l’anno 1967.
Anche con questa nuova uscita, Musselwhite conferma il suo status di gran maestro dell’armonica. Abbandonate ormai le divagazioni etniche che, occasionalmente in passato, l’hanno condotto a mescolare la sua musica con suoni altri, caraibici o latini, pare definitivamente tornato all’ovile, nel cuore di quel Delta, origine di tutto, qui lievemente trasfigurato nei tratti dal personale percorso dell’artista. L’atmosfera che domina l’opera è, sì, quella del juke joint, ma la capacità di Musselwhite di scoprire e farsi accompagnare da nuovi talenti unitamente al suo personale percorso artistico, marcano la differenza nel suono e nell’effetto finale. Memoria e novità, si potrebbe dire: l’esuberante, affilata chitarra del giovane Stubbs e la secca, potente ritmica del duo Froberg-June infondono modernità al rigore della tradizione. Ormai formazione rodata e affiatata, costituisce il contraltare ideale al protagonista che, lungo le tracce del disco appare divertito e scanzonato come in Long Lean Lanky Mama e 300 Miles To Go quanto più introspettivo e partecipe in Always Been Your Friend, My Kinda Gal o Blues Why Do You Worry Me?.      
Si dice che gli artisti si allontanino dal mondo e al mondo, poi, ritornino per mezzo di quella metafora che è l’opera stessa. Per mediare da questo detto una definizione che aderisca a Musselwhite si potrebbe dire che il suo percorso artistico ha preso la forma della spirale: ritorna sulla stessa linea del punto di partenza marcandone, però, uno scarto. Quello scarto che è il risultato delle esperienze, delle collaborazioni, delle contaminazioni, della mescolanza con giovani energie e delle influenze reciproche, ben riassunte in questa sua ultima incarnazione, compendio di un lungo viaggio di ritorno alle rinnovate origini. G.R.

LUCIANO FEDERIGHI

"By the lonely lights of the blues"

Appaloosa Rec. (I) - 2015

I shot my lady/I'm coming back to you/On the banks of the old Choctaw/I spend my lonely days with the blues/In sweet Eudora's arms/Trapped in a city haunted by the blues/I should have been wise/A humble hero/Moanin' the blues to the ghosts/You got me wrong/Who's gonna last/Coast to coast medley/She's got designs on me/An alternate take of a life/A meek man on the loose/By The Lonely Lights Of The Blues

C’è un’idea di incombente minaccia nei pesanti cieli di piombo e nel bianco e nero diffuso di questo By The Lonely Lights Of The Blues, opera settima – se ho fatto ben di conto - di Luciano Federighi, critico musicale, saggista, scrittore in primis e, parallelamente, autore, musicista, cantante.
La svaporata, ma carica gradazione del cd come quella della copertina e del booklet rimandano a un racconto talvolta sospeso, incompiuto, al sentimento di straniamento o al senso segreto del viaggio di un'umanità raminga, variamente sofferta, ripiegata in un intimo avvitamento tra il sentore di sovrastante abbandono e precarietà, lato ‘B’ di un 'American Dream' tutto luci e dollar bills.
Come e forse anche più che in precedenti suoi lavori, qui trionfano il lirismo e il dotto, immaginifico bozzetto. I riferimenti stilistici spaziano dalle atmosfere di Nat King Cole e Charles Brown, alla sommessa ironia di Mose Allison o di un Dave Frishberg, alla raffinatezza di Randy Newman fino al primo Tom Waits, quello magari un po’ più sommessamente crepuscolare. Tutti – mi accorgo ora – pianisti. Di quest'ultimo ritornano, non certo gli aspetti dannati, i fumosi night o le bettole di periferia, quanto i toni più squisitamente narrativi, alla Closing Time, per dire. Non c’è la sua voce torbata di catrame e whisky, ma un baritono bruno, nasale, dalla più rassicurante, paterna tonalità. Il racconto non è quasi mai immediato e di pronta fruizione, ma più frutto di una ricerca della parola, della frase, del gioco verbale, dell’affabulazione.
Così, sospinto dal mesto andamento dell’armonica cromatica di Dave Moretti e della chitarra di Tiziano Montaresi, il protagonista dell'iniziale ‘dark ballad’ I Shot My Lady confessa il suo crimine con cupo, fragile candore mentre con rabbioso sarcasmo assicura alla vittima oscuri fiori a ogni Natale. Sulle rive del fiume Choctaw, invece, accadono cose quasi a tempo di swing, tra il gioco squillante dei tasti del piano di Andrea Garibaldi, i pistoni della tromba in sordina e, a tratti, slabbrata di Alessio Bianchi e il divertito scat finale dello stesso Federighi (in altri episodi, anche armonicista, sotto le mentite spoglie dell’alter ego Lou Faithlines). Mentre, condotti da chitarra e tromba, è possibile, in Sweet Eudora’s Arms, perderci tutto per poi ritrovarlo, tra le braccia di questa donna, finalmente trasfigurato in forma di consolante e anche un po’ ingenua felicità. Ma è in I Spend My Lonely Days With The Blues e Moanin’ The Blues To The Ghosts che l’intima, tormentata, liricità del testo trova il suo pieno, raccolto compimento così come, beffa e umorismo si ritrovano, invece, in I Should Have Been Wise o She’s Got Designs On Me, degne prove di lieve, garbata arguzia.
Anche in quest’ultima opera, la cifra espressiva, lontana dalla carnalità e dall’immediatezza dei più schietti interpreti della tradizione blues, è caratterizzata da un eloquio colto e ricercato che, tuttavia, non pecca mai di elitaria, astratta cerebralità. In duetto con la deliziosa voce di Michela Lombardi, come in I’m Coming Back To You o You Got Me Wrong o in piena formazione, prevalentemente acustica e priva di batteria, non manca, a questo disco, il senso globale della finitezza e della piena godibilità. G.R.


THE CALIFORNIA HONEYDROPS

"A river's invitation"

Tubtone Rec. (Usa) - 2015


A river's invitation/When it was wrong/Brokedown - parts 1 and 2/Cry baby blues/Jolie/Crazy girls/On a rainy day/This time/Lead me home/Rockaway/Long way

Muove da una breve, spettrale introduzione di fanfara il cupo, immaginifico invito di Percy Mayfield in A River’s Invitation, unica cover di questo pregevole, omonimo dischetto, opera quarta dei The California Honeydrops, band multietnica fresca di gioventù e di idee. Muove da un andamento sinistro, ma evolve ben presto verso un pigro e quasi giocoso compimento. Pur ben lontano dall’eloquio di Mayfield, il cantante e multi strumentista, Lech Wierzynski, sulle punte di una voce fine e vibrante, restituisce l'invito sirenoide del fiume ("...if you can't find your baby, come and make your home with me...") con tono di indolente rassegnazione, sottolineato da una chitarra liquida e un sax graffiante, entrambi efficacemente minimali e concisi. Come detto, brano singolare e unica cover di un disco che prosegue con composizioni tutte originali che risentono delle influenze più variegate. Si parte dal Marvin Gaye prima maniera della successiva, fresca When It Was Wrong per giungere alla carnalità e alla veemenza churchy, sapientemente incastonate nell'originale controcanto dei fiati più che nella pur insinuante interpretazione del cantante, del soul-blues di Cry Baby Blues. Oltre le influenze neorleansiane e Motown, nel disco spuntano anche un paio di spumeggianti episodi reggae. Al netto del lento strumentale Lead Me Home che forse ben altra sorte avrebbe potuto avere che non quella di probabile riempitivo se fosse stato benedetto dalla presenza di Wierzynski e della sua ugola, tutto il resto suona scorrevole e organico nell’insieme.
Tromboni, chitarre, conga, coriste ampliano il quintetto base in diverse occasioni. Tra gli strumentisti aggiuntivi, Nick Otis, nipote del più celebre Johnny (Otis, s’intende), alla batteria. G.R.

DOUG MacLEOD

"Exactly like this"

Reference Rec. (USA) - 2015

Rock it 'till the cows come home/Too many misses for me/Find your right mind/Ain't it rough/Vanetta/Serious doin' woman/Ridge runner/New morning road/Raylene/Heaven's the only place/You got it good (and that ain't bad)

Tra gli ultimi bluesman viventi ad aver attinto l’arte direttamente dai grandi maestri del passato, Doug MacLeod è, oggi, unanimemente considerato superbo autore e virtuoso chitarrista. Californiano d’adozione, muove lì i suoi primi passi come sideman richiesto da artisti quali Pee Wee Crayton, Big Joe Turner e George “Harmonica” Smith, per poi esordire, quale chitarrista elettrico, nel 1984 con il disco No Road Back Home. E se nella seconda metà degli anni ’80 proprio dalla California arriverà quella sintesi di soul, blues e finanche pop che darà nuovo slancio, pure in termini commerciali, al genere, proprio sul finire degli anni ’80 MacLeod mette fine alla sua esperienza di chitarrista elettrico dal taglio moderno per dare il via a una metamorfosi che, ancora lontano dalle mode a venire, lo porterà alla riscoperta del blues acustico. Appartenente alla più vasta e nobile categoria degli storytellers, cantante dagli agri accenti soulful, autore dai richiami diretti alla poetica e all’arguzia del blues più genuino, anche in quest’ultima uscita discografica (la terza per la Reference Records) rimane fedele ai propri stilemi unplugged. Accompagnato dalla devota ritmica di Jimi Bott e Danny Croy, già presenti nel precedente There’s A Time, a questi si aggiunge l’ottimo pianismo di Michael Thompson, anche lui di ritorno in famiglia con MacLeod dopo i recenti tour con gli Eagles. Il programma, che si svolge lungo le undici tracce del disco, muove proprio da Rock ‘Till The Cows Come Home, omaggio allo scanzonato e divertito Louis Jordan, che funziona proprio bene da proscenio per il gustoso piano di Thompson. Il MacLeod più intimista e filosofico, invece, si rivela in Find Your Right Mind, mentre numerose sono, dopo il brano iniziale, le altre ispirazioni. Sebbene, come sempre, i brani siano intero frutto della penna di MacLeod, musicalmente i tributi sono diversi: Vanetta è un boogie a la John Lee Hooker così come il successivo Serious Doin’ Woman risente degli echi di Tony Joe White. New Morning Road, invece, è un omaggio al vecchio Ernest Banks, maestro del Piedmont blues e tra i primi mentori di MacLeod. Non poteva, poi, mancare un tributo alle donne: Raylene è tipo che, a differenza della celeberrima coeva “baby child” cantata da Muddy Waters, “…makes love like a woman, but she’s nineteen years old…”. Sul finire, rispunta il MacLeod introspettivo di Heaven’s The Only Place e, il tutto si chiude, un po’ così come s’era aperto: dove l’ispirazione, all’inizio, era rivolta a Louis Jordan, qui la troviamo indirizzata a riscrivere un Duke Ellington in forma di parafrasi. You Got It Good è, infatti, chiusura degna nonché rappresentativa del sentimento dominante nell’ascoltatore una volta giunto al termine dell’ascolto di questo disco….and that really ain’t bad, Doug!!! G.R.     

BETTYE LAVETTE

"Worthy"

Cherry Red Rec. (USA) - 2015

Unbelievable/When I was a young girl/Bless us all/Stop/Undamned/Complicated/Where a life goes/Just between you and me and the wall you're a fool/Wait/Step away/Worthy


Tra le cantanti favorite dello storico circuito del cosiddetto Northern Soul, Bettye LaVette taglia artisticamente i denti negli anni ’60 incidendo per la benemerita Atlantic. Transitata, successivamente, attraverso varie etichette minori per poi rientrare dalla porta di servizio in Atlantic attraverso la sua sussidiaria Atco, conosce un periodo di stallo nella palude della disco music quando, tra gli anni ’70 e ’80 questa imperversava. Ma solo negli anni 2000, grazie a una più assidua frequentazione con gli studi discografici e produzioni accurate riesce, piccola botte, a dimostrare la matura qualità del suo vino. Così, a partire da A Woman Like Me del 2003, ancora oggi con quest’ultimo Worthy dimostra pienamente di essere, più che mai, padrona del proprio gioco.
LaVette è strumento vocale acidulo, ghiaioso, dalla grana talvolta grossa, le cui corde arrivano a piegarsi in drammatica frattura come nell’intimistica ballad Bless Us All. Al pari del precedente disco, I’ve Got My Own Hell To Raise, anche per quest’ultimo Worthy, il produttore è Joe Henry. Personaggio ben più sensibile alla creazione delle giuste, spesso sommesse, segrete atmosfere che ai trucchi da tecnico del mixer, Henry lascia anche qui il necessario, vitale, respiro alla cantante che, sebbene sempre solo interprete di brani altrui (qui ritroviamo cover di Bob Dylan, Rolling Stones, Beatles…), dimostra una volta in più di essere abile nel reinventare la canzone, trasformandola in qualcosa di sua piena proprietà.
Ottimo il lavoro gregario della band qui formata principalmente da Doyle Bramhall alla chitarra, Chris Bruce al basso e Patrick Warren alle tastiere che, grazie a un sensibile supporto interamente volto al risultato, lascia che il diamante grezzo della LaVette risplenda libero lungo tutto un disco, dalla cifra stilistica estremamente personale e nel quale ben difficilmente si riuscirebbero a individuare i brani più significativi, rimandandone l’esercizio al puro gusto personale dell’ascoltatore. G.R.        

 
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