2019 - Macallè Blues

Macallé Blues
....ask me nothing but about the blues....
Menu
Vai ai contenuti

2019

Recensioni > I dischi


Recensioni: i dischi...2019


Recensioni: in questa sezione del sito, troverete le recensioni estese delle novità discografiche, suddivise per anno di pubblicazione!

ANDREA CUBEDDU


"Weak like a man"

Autoprodotto (I) - 2019

Damn money/At the mercy of my mind/Feeling sad/Storytelling/Antihero/How to be a man/Mad love blues/Nobody to blame/Orion/Good friends by my side/Something I can't have/Lost and lonesome/The call
  
  
Nato in quel fango che origina dall’insolita mistura di acque del Mississippi e terre sarde, brulle e arse, Andrea Cubeddu è interprete di un blues incredibilmente vivo e vibrante, rurale ma europeo, verrebbe da dire.  
Il ragazzo è giovane ma assai abile, tanto con la penna quanto con lo strumento che, per lui, è la chitarra. Sempre immerso in un contesto di cocciuta, ostinata solitudine, scalpita nel vestire di ruvida, arcaica tradizione, i suoi testi pregni di autobiografica poesia e immaginifiche visioni. Per lui, isolano di Sardegna e milanese per autoinduzione, la “Milano da bere” s’è tramutata subito in occasione d’incontri artistici e ricercate o fortuite ribalte. Pervaso dall’anima del busker oltre che del bluesman, per quanto queste due peculiari essenze tendano naturalmente a confondersi, si era già ben rivelato, per tutto ciò che di buono è, quale chitarrista e songwriter, col precedente disco Jumpin' Up And Down. E, di quel disco, Weak Like A Man è un po’ la prosecuzione: ne riprende la storia, che è storia, squisitamente umana, di limiti, gioie, timori, brucianti desideri e arrestanti insicurezze, del caparbio voler fare e di quell’incomprensibile propensione al fallimento di chi – detto con De Gregori – proprio nel fare, “cade sul suo ultimo metro”. E, questa storia, la sviluppa sempre calandola dentro il perimetro ligneo della propria, personale cornice esistenziale, certamente influenzata da uno spirito romantico, figlio dell’ancor giovane età.
Il manico della sua chitarra è spesso percorso da una nervosa, ruvida slide; lo stile è energico, selvaggio e aspro quanto la sua terra d’origine, ma già ben emancipato dall’influenza dei maestri storici del genere e dà la netta impressione di una personalità, definita nella propria indipendenza anche in termini musicali, che, di tanto in tanto, scarta di lato alla ricerca di soluzioni spiazzanti. G.R.


PAULA HARRIS


"Speakeasy"

Blu Gruv Music Rec. (USA) - 2019

Nothing good happens after midnight/I wanna hate myself tomorrow (for raising hell tonight)/Haunted/Good morning heartache/Soul-sucking man/This love is gonna do me in/A mind of her own/Something wicked (feat. Big Llou Johnson)/Trouble maker/'Round midnight/You don't look a day over fabulous/Do me good/More than you'll ever know/Forever and a day/Scratches on your back/Is you is oris you ain't my baby

  
Il denso fumo del contralto di Paula Harris, speziato e profondo, elegante e verace a un tempo, raggruma attorno a sé missaggi di blues e jazz che, sebbene vestiti di fresco, odorano di antichi armadi; di quell’epoca in cui i due generi si compenetravano amabilmente l’uno nell’altro. Glassa di vaniglia e cioccolato fondente, avrebbe definito Lou Rawls la voce di Paula che, in questo disco, dalla schietta natura acustica, si contorna di eccellenti musicisti di lungo corso, primi fra tutti il pianista Nate Ginsberg (Herbie Hancock, Sly Stone), Rich Girard (Mose Allison, Lou Rawls) oltre che il gettonato batterista Derrick “D’Mar” Martin.
Originaria del South Carolina, ma ormai di base nella San Francisco della Bay Area, il suo approccio, talvolta intimo e cospiratorio quando non smaccatamente sfrontato e assertivo, alla rievocazione di quel “sottovoce” figlio dell’illecito, tipico del qui rievocato speakeasy del Proibizionismo, affianca anche improvvise sferzate funk come in I Wanna Hate Myself Tomorrow.  
La raccolta comprende una buona dose di brani inediti, scritti da lei o, per lei, da alcune delle migliori penne locali. Ma, oltre a ciò, vi troviamo gustosi remake di classici, ripescati ora sul versante jazz, ora su quello rhythm & blues come il celeberrimo ‘Round Midnight, sul quale Paula cuce un nuovo, seducente testo, Good Morning Heartache o lo scanzonato Is You Is Or Is You Ain’t My Baby, originario hit di Louis Jordan, del quale, come nell’iniziale Nothing Good Happens After Midnight, ci colpiscono bagliori di antico swing. Squarci di soul attraversano, invece, la vespertina ballad Haunted come dosi di virulento R&B contagiano felicemente Soul-Sucking Man, You Don’t Look A Day Over Fabulous o, ancora, il sospettoso racconto di Scratches On Your Back, fino a giungere all’intenso tributo ad Al Kooper con (I Love You) More Than You’ll Ever Know.  
Una fragranza, inattesa e gradita, di tabacco alla vaniglia, si sprigiona sulle romantiche note di un notturno: sensuale malizia e seducente lascivia si inerpicano così per Something Wicked, complici e conniventi, la tromba di Bill Ortiz e l’inciso parlato, sorta di moderna poesia rap, che emerge dal basso profondo, a-la Isahac Hayes, delle corde vocali di Big Llou Johnson. G.R.


KENNY "BEEDY EYES" SMITH & THE HOUSE BUMPERS


"Drop the hammer"

Big Eye Rec. (USA) - 2019

Head pounder/Hey daddy/Drop the hammer/Scratchin' your head/What in the world/No need brotha'/Puppet on a string/Keep on pretending/Living fast/Second hand woman/One big frown/Moment of silence

Kenny “Beedy Eyes” Smith ha goduto del raro privilegio di poter guardare il blues da ambo i lati: quello della storia, della tradizione urbana chicagoana e quello della modernità. Tutto ciò, seduto in braccio a Muddy Waters, prima; e comodamente in poltrona, poi. La storia, infatti, stava già dentro casa sua, disciolta nel biberon e somministratagli da quel padre, tale Willie “Big Eyes”, che di Waters fu, a lungo, batterista. La modernità, è venuta da sé, successivamente, per elementari ragioni anagrafiche e con quel naturale esercizio di ordinata e graduale assimilazione degli stimoli circostanti di chi è calato, con attenzione, nella realtà. Dunque, solo un artista con un tale curriculum umano avrebbe potuto guardare lo stesso blues di sempre, attraverso quel prisma ottico che gli ha consentito di concepire un disco transgenerazionale come questo.
Il grande fascino di Drop The Hammer sta nell’aver saputo mantenere, mettendo sempre a denominator comune, nelle forme, la tradizione blues; spingendo, allo stesso tempo, la musica verso sonorità nuove, talvolta anche ardite. Non c’è ancora, qui, una sintesi compiuta e definitiva; il lavoro è appena cominciato e ancora scisso, talvolta nettamente, tra queste due componenti. Ma il sentiero intrapreso da Smith porta a luminosi orizzonti, la cui miglior fotografia è scattata con l’iniziale Head Pounder, dove l’impiego del sitar e di quel po’ di elettronica necessaria trasforma un classico Mississippi blues mono accordo in qualcosa di mai ascoltato prima, ma estremamente coerente con la storia di questa musica: la radice dell’albero che tocca le fronde. E mi piace proprio pensare che, dietro l’idea di aprire il disco con questo brano - decisamente il più rappresentativo dell’idea in nuce -  ci sia la lucida volontà di affermare un principio, di indicare una visione ben precisa che non avrebbe potuto essere altrettanto felicemente rivelata se non con questa prima traccia. Sebbene le affascinanti mescolanze di suoni ricercati e tradizione ritornino nel prosieguo dell’ascolto, nulla supera, per sintesi e amalgama, le vette di questo brano. Il resto del disco è, dunque, un continuo oscillare tra schietta, intatta tradizione e quanto di nuovo e diverso è stato efficacemente espresso in apertura.
Per questo, che è, poi, il suo primo disco solista dopo anni di gavetta in formazioni come Cashbox King e Mississippi Heat, Kenny Smith ha messo in pista una lussuosa band che annovera, tra le sue fila, Billy Flynn, Omar Coleman, Felton Crews, Sugar Blue, Guy King, Greg Guy (figlio di Buddy) e il nostro Luca Chiellini. Qualcosa mi dice che il suo prossimo disco sarà quello della definitiva, compiuta fioritura del bocciolo qui presente. G.R.


DANNY LYNN WILSON


"Peace of mind"

Swingnation Rec. (USA) - 2019

When will the loving start/Sympathy for your man/Peace of mind/Long way home/Love only you/Middle class blues/Shine is off/Arkansas trotter/High water/No walls/Fuss'n'fight/Too many hounds/Galway Bay

Abile vignettista delle cose prime come dei sentimenti semplici, posseduto dallo spirito del moderno trovatore, con Peace Of Mind Danny Lynn Wilson pare aver trovato il perfetto punto di equilibrio tra il suo candido, crepuscolare pennello lirico e quella tavolozza di colori nata dall’incontro con la visionaria mente artistica del talentuoso chitarrista Dave Gross, un tempo già mentore di Gina Sicilia, che qui si riscopre produttore oltre che accompagnatore e polistrumentista: chitarra, chitarra baritono, banjo, piano, Hammond, mandolino, percussioni e dite voi cos’altro, ritroviamo sotto le sue dita.
Il disco, caratterizzato da atmosfere prevalentemente acustiche, resta sospeso in quota su un vasto orizzonte che si divide, in parti eque e vena originale, tra Americana e roots music, muovendosi su un registro non dissimile da quello di un Ray Bonneville, seppur in chiave lievemente minore. Come un fascio di luce filtrante dagli spiragli di imposte appena sollevate, l’introverso songwriting di Wilson si accende sui riflessi di una voce quieta e, talora, deliziosamente afona che ben si adatta a veicolare una poetica vagamente pascoliana, cui viene facile l’incanto dinnanzi al quotidiano così come l’improvvisa, folgorante metafora tratta da ogni lirica, possibile suggestione. “Life is for living and love is for giving...” è verso che ben esemplifica, in forma di vespertina ninna nanna, la delicata narrazione dell’opera che, altrove, si fa amaramente ironica come in Middle Class Blues o si mescola ad accenni di calipso con Shine Is Off o di ragtime in High Water e ancora Fuss’n’Fight. Le massime concessioni all’amplificazione, comunque parche, sono concentrate nei soli Too Many Hounds e Arkansas Trotter, quest’ultimo indubbiamente affine al miglior Tom Waits di alcolica e fumosa memoria: in entrambi questi brani, troviamo ospiti i sassofoni - tenore e baritono - di Doug James, che ricordiamo gloriosa ancia dei Roomful Of Blues.
Accanto alla scrittura di Wilson s’adagia, discreto, l’altro segreto corresponsabile della felice riuscita di Peace Of Mind: quegli abili arrangiamenti che trovano efficace realizzazione nell’ottima scelta e giusta collocazione delle singole voci strumentali tra le trame della partitura. Voci che, di brano in brano, sono tinte pastello o accesi colori dell’anima. G.R.


Torna ai contenuti