2019 - Macallè Blues

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Recensioni: i dischi...2019


Recensioni: in questa sezione del sito, troverete le recensioni estese delle novità discografiche, suddivise per anno di pubblicazione!

KENNY "BEEDY EYES" SMITH & THE HOUSE BUMPERS


"Drop the hammer"

Big Eye Rec. (USA) - 2019

Head pounder/Hey daddy/Drop the hammer/Scratchin' your head/What in the world/No need brotha'/Puppet on a string/Keep on pretending/Living fast/Second hand woman/One big frown/Moment of silence

Kenny “Beedy Eyes” Smith ha goduto del raro privilegio di poter guardare il blues da ambo i lati: quello della storia, della tradizione urbana chicagoana e quello della modernità. Tutto ciò, seduto in braccio a Muddy Waters, prima; e comodamente in poltrona, poi. La storia, infatti, stava già dentro casa sua, disciolta nel biberon e somministratagli da quel padre, tale Willie “Big Eyes”, che di Waters fu, a lungo, batterista. La modernità, è venuta da sé, successivamente, per elementari ragioni anagrafiche e con quel naturale esercizio di ordinata e graduale assimilazione degli stimoli circostanti di chi è calato, con attenzione, nella realtà. Dunque, solo un artista con un tale curriculum umano avrebbe potuto guardare lo stesso blues di sempre, attraverso quel prisma ottico che gli ha consentito di concepire un disco transgenerazionale come questo.
Il grande fascino di Drop The Hammer sta nell’aver saputo mantenere, mettendo sempre a denominator comune, nelle forme, la tradizione blues; spingendo, allo stesso tempo, la musica verso sonorità nuove, talvolta anche ardite. Non c’è ancora, qui, una sintesi compiuta e definitiva; il lavoro è appena cominciato e ancora scisso, talvolta nettamente, tra queste due componenti. Ma il sentiero intrapreso da Smith porta a luminosi orizzonti, la cui miglior fotografia è scattata con l’iniziale Head Pounder, dove l’impiego del sitar e di quel po’ di elettronica necessaria trasforma un classico Mississippi blues mono accordo in qualcosa di mai ascoltato prima, ma estremamente coerente con la storia di questa musica: la radice dell’albero che tocca le fronde. E mi piace proprio pensare che, dietro l’idea di aprire il disco con questo brano - decisamente il più rappresentativo dell’idea in nuce -  ci sia la lucida volontà di affermare un principio, di indicare una visione ben precisa che non avrebbe potuto essere altrettanto felicemente rivelata se non con questa prima traccia. Sebbene le affascinanti mescolanze di suoni ricercati e tradizione ritornino nel prosieguo dell’ascolto, nulla supera, per sintesi e amalgama, le vette di questo brano. Il resto del disco è, dunque, un continuo oscillare tra schietta, intatta tradizione e quanto di nuovo e diverso è stato efficacemente espresso in apertura.
Per questo, che è, poi, il suo primo disco solista dopo anni di gavetta in formazioni come Cashbox King e Mississippi Heat, Kenny Smith ha messo in pista una lussuosa band che annovera, tra le sue fila, Billy Flynn, Omar Coleman, Felton Crews, Sugar Blue, Guy King, Greg Guy (figlio di Buddy) e il nostro Luca Chiellini. Qualcosa mi dice che il suo prossimo disco sarà quello della definitiva, compiuta fioritura del bocciolo qui presente. G.R.


DANNY LYNN WILSON


"Peace of mind"

Swingnation Rec. (USA) - 2019

When will the loving start/Sympathy for your man/Peace of mind/Long way home/Love only you/Middle class blues/Shine is off/Arkansas trotter/High water/No walls/Fuss'n'fight/Too many hounds/Galway Bay

Abile vignettista delle cose prime come dei sentimenti semplici, posseduto dallo spirito del moderno trovatore, con Peace Of Mind Danny Lynn Wilson pare aver trovato il perfetto punto di equilibrio tra il suo candido, crepuscolare pennello lirico e quella tavolozza di colori nata dall’incontro con la visionaria mente artistica del talentuoso chitarrista Dave Gross, un tempo già mentore di Gina Sicilia, che qui si riscopre produttore oltre che accompagnatore e polistrumentista: chitarra, chitarra baritono, banjo, piano, Hammond, mandolino, percussioni e dite voi cos’altro, ritroviamo sotto le sue dita.
Il disco, caratterizzato da atmosfere prevalentemente acustiche, resta sospeso in quota su un vasto orizzonte che si divide, in parti eque e vena originale, tra Americana e roots music, muovendosi su un registro non dissimile da quello di un Ray Bonneville, seppur in chiave lievemente minore. Come un fascio di luce filtrante dagli spiragli di imposte appena sollevate, l’introverso songwriting di Wilson si accende sui riflessi di una voce quieta e, talora, deliziosamente afona che ben si adatta a veicolare una poetica vagamente pascoliana, cui viene facile l’incanto dinnanzi al quotidiano così come l’improvvisa, folgorante metafora tratta da ogni lirica, possibile suggestione. “Life is for living and love is for giving...” è verso che ben esemplifica, in forma di vespertina ninna nanna, la delicata narrazione dell’opera che, altrove, si fa amaramente ironica come in Middle Class Blues o si mescola ad accenni di calipso con Shine Is Off o di ragtime in High Water e ancora Fuss’n’Fight. Le massime concessioni all’amplificazione, comunque parche, sono concentrate nei soli Too Many Hounds e Arkansas Trotter, quest’ultimo indubbiamente affine al miglior Tom Waits di alcolica e fumosa memoria: in entrambi questi brani, troviamo ospiti i sassofoni - tenore e baritono - di Doug James, che ricordiamo gloriosa ancia dei Roomful Of Blues.  
Accanto alla scrittura di Wilson s’adagia, discreto, l’altro segreto corresponsabile della felice riuscita di Peace Of Mind: quegli abili arrangiamenti che trovano efficace realizzazione nell’ottima scelta e giusta collocazione delle singole voci strumentali tra le trame della partitura. Voci che, di brano in brano, sono tinte pastello o accesi colori dell’anima. G.R.


 
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