2018 - Macallè Blues

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Recensioni: i dischi...2018


Recensioni: in questa sezione del sito, troverete le recensioni estese delle novità discografiche, suddivise per anno di pubblicazione!

LINO MUOIO


"Mandolin blues - Acoustic party"

Autoprodotto (I) - 2018

Let's ease our mind/My better days/Roosevelt stomp/Wise enough/Do it right/N.C.L.M./Sad today/Peace of mind/I can't stand/Footpath to town/Shelter/Good times coming/It's up to you/Tomorrow/She's so spicy

Chi avrebbe mai detto che un giorno, in Italia, ci sarebbe stato un artista blues che si sarebbe dedicato, “anema e core”, al mandolino. E chi avrebbe mai immaginato che sarebbe stato un musicista i cui esordi (come chitarrista, in verità) hanno trovato la loro primigenia mossa nell’inseguire le orme di Angus Young o altri eroi delle sei corde, ma sempre quelli dalla scorza “hard”. Forse nessuno! Ma se qualcuno avesse, comunque, osato lanciarsi in un tale volo di fantasia, sono pronto a scommettere che questo artista del mandolino l’avrebbe immaginato napoletano: e, nel farlo, avrebbe visto giusto. Perché Lino Muoio quello è! Napoletano per nascita, cultura e tradizioni, dopo aver militato in varie formazioni, prima tra tutte, quella dei Blue Stuff di Mario Insenga, da alcuni anni si è dedicato, “anema e core” appunto, al mandolino.
The Acoustic Party è l’ultimo episodio di quella che potremmo definire, almeno per il momento, una trilogia dedicata a questo strumento. Trilogia che, iniziata nel 2012 con Mandolin Blues, ha visto una sua seconda puntata con The Piano Sessions (disco cui ho dedicato, su questo sito, una specifica intervista-recensione) nella quale veniva esplorato, in maniera esaustiva e originale, il binomio piano-mandolino. Con The Acoustic Party, Lino Muoio fa ancora un passo avanti e ci presenta il mandolino calandolo, questa volta, in contesti sempre acustici, ma stilisticamente differenti e non necessariamente omogenei. Il termine “Party”, in questo senso, non credo sia casuale e può essere, quale chiave interpretativa dell’opera, declinato in due differenti modi: “party” come “festa” e/o “party” come “partito”? Entrambi; perché entrambi coerenti! Il concetto di “festa” richiama alla mente l’idea di gioia, divertimento, baldoria, convivialità ma, soprattutto, di un raduno di persone amiche, complici e affini, senza le quali divertimento e compartecipazione non potrebbero esistere. In questo disco, per esempio, sono proprio tanti gli amici artisti chiamati a raccolta per partecipare alla sua realizzazione: Veronica Sbergia, Max De Bernardi, Paolo Bonfanti, Francesco Piu, Marco Pandolfi, Max Prandi, Stefano Tavernese e altri ancora. Il termine “partito”, invece, richiama sempre l’idea del radunar persone ma, questa volta, sulla base comune di un’ideologia o di una visione politica condivisa. Qui, la politica non c’entra, ma la condivisione, sì. Infatti, tutti gli artisti che hanno preso parte al disco, sono accomunati dalla loro assoluta o quantomeno prevalente, e comunque manifesta, natura o propensione acustica.
Quest’ultimo assunto, se vogliamo, è un po’ meno veritiero per Paolo Bonfanti che, sebbene non abbia mai disdegnato occasionali sconfinamenti nel regno dell’unplugged, è sempre stato tendenzialmente un chitarrista elettrico. Ma qui, nella propria acustica manifestazione, si produce in uno dei brani più brillanti dell’intera raccolta: facendo leva proprio sul titolo, Do It Right ironizza, con gustoso senso dello scherzo, sull’ambiguità, tutta anglofona, dei significati, letterali e metaforici, dei termini “left” e “right”. Lo strumentale N.C.L.M., quasi a fare da spartiacque, annuncia l’arrivo di quella parte centrale del disco dove atmosfere più intimiste e riflessive sopraggiungono ai sensi dividendo, astrattamente, questa raccolta in quelle due parti, iniziale e finale, specularmente simmetriche e pervase, sebbene con modalità differenti, da richiami verso i suoni più antichi del ragtime e del blues classico. La drammatica Sad Today, che apre quest’ideale parte di mezzo dell’opera sulle cupe vibrazioni delle corde, vocali e strumentali, di Max Prandi, ne è il più chiaro esempio. Così come gli accenti di veemente gospel di Peace Of Mind o i toni etnici di Footpath To Town.
Solo sul finire, con originalità, ricercatezza di soluzioni e arrangiamenti, si torna là, con un moto a spirale, verso quei suoni antichi, quasi nello stesso punto dove il viaggio era cominciato. Quasi, però; con appena un lieve scarto del traguardo. G.R.


BUDDY GUY


"The blues is alive and well"

Silvertone Rec. (Usa) - 2018

A few good years/Guilty as charged/Cognac/The blues is alive and well/Bad day/Blue no more/Whiskey for sale/You did the crime/Old fashioned/When my day comes/Nine below zero/Ooh daddy/Somebody up there/End of the line/Milking muther for ya

La copertina di questo disco sintetizza mirabilmente e con un pizzico di beffarda, scanzonata ironia, l’idea dell’andata e del ritorno; di quel viaggio che, stanti i natali del nostro Buddy, iniziato proprio a Lettsworth, Louisiana, si avvia, per squisite ragioni anagrafiche, verso il suo fisiologico epilogo. Impossibile, dunque, ignorare l’ultima fatica di uno tra gli ultimi sopravvissuti della grande epopea del blues elettrico del dopoguerra. E, a dispetto di questo suo personale viaggio durato, a oggi, più di ottant’anni, il sostantivo “fatica” suona quasi come uno sgarbo verbale considerato che, ad ascoltarne il risultato, la realizzazione di questo disco sembra stata tutt’altro che faticosa e, tutt’altro che affaticato lui.
Certo, il vecchio Buddy s’è fatto aiutare: l’ottima penna di Tom Hambridge, batterista, gli ha scritto i testi (oltre a curare gli arrangiamenti). E una manciata di vecchi amici, per lo più dai trascorsi rockettoni, gli ha dato manforte. Jeff Beck, Keith Richards - ai quali è da attribuire la responsabilità del netto contrasto cromatico derivante dall’incrocio delle rispettive chitarre: indolente quella del secondo; ipercinetica, l’altra - e Mick Jagger, qui soltanto efficace armonicista. Ma il risultato è quello di un gran disco di blues come, da lui, è lecito aspettarsi e, mi verrebbe da dire, financo pretendere.
"....I’ve been mighty lucky/I’ve travelled everywhere/makin’ tons of money/spending like I don’t care/a few good years/a few good years is all I need right now…."...se, ascoltando il tono sinistro di questa retrospettica ma, prospetticamente, ben augurale e introduttiva A Few Good Years, si potrebbe immaginare un vago ritorno alle atmosfere stranianti del clamoroso Sweet Tea, il resto del programma, salvo qualche lieve sconfinamento nel modernariato (Whiskey For Sale), si muove, con sferragliante energia, sui saldi binari della più genuina tradizione. Ancora una volta e come sempre, è la chitarra di Guy che si fa, a un tempo,  aratro che traccia il solco, deciso e profondo, e spada che, nervosa e sferzante, lo difende con fierezza. Insieme a lui, schierati e minacciosi sono il tastierista Kevin McKendree, il bassista Willie Weeks e i Muscle Shoals Horns.
Non stupisce – e questo disco ne rinnova la certezza – che lo stile di Guy abbia influenzato, negli anni, schiere di chitarristi, magari di appartenenza più marcatamente rock, da Jimi Hendrix a Stevie Ray Vaughn. Qui però, è Guy stesso a tradire, in un paio di occasioni, se non proprio le sue origini chitarristiche, una sua fonte primigenia di ispirazione: Blue No More, duetto con James Bay ed End Of The Line infatti, si muovono su uno stile che, sebbene con ditate più feline e graffianti, porta in palmo di mano le vellutate rotondità di B.B. King. Talvolta, invece, pare che la Luisiana, terra d’origine di Guy, non sia tanto quella frugale e campagnola, quanto l’occulta landa degli incantesimi: magica e impenetrabile. Allora, quasi da padrone dei misteri, demone o stregone che sia, Guy gioca col tema della morte che, variamente declinato, è qui spesso ricorrente, riaffiorando con cupe, sinistre atmosfere, dalle acque dense di When My Day Comes, Somebody Up There o dalla già altrimenti menzionata End Of The Line. E se Nine Below Zero segna il ritorno ai tempi spesi alla Chess col vecchio Muddy, il culmine lo tocchiamo con il torrido slow You Did The Crime.  
Dimentichiamoci pure le sue gigionesche clownerie e il Buddy Guy istrione: qui, con indomito vigore, ritorna schietto, a meno di una costante - il tempo trascorso - quasi come agli albori. G.R.


FANTASTIC NEGRITO


"Please don't be dead"

Cooking Vinyl Rec. (Usa) - 2018

Plastic hamburgers/Bad guy necessity/A letter to fear/A boy named Andrew/Transgender biscuits/The suit that won't come off/Cold November street/The duffler/Dark windows/Never give up/Bullshit anthem/Dark windows*/Bad guy necessity*/Cold November street*/The suit that won't come off*/The duffler*

*  versioni alternative acustiche presenti nella sola edizione Deluxe

Come fare a spiegare, a chi ha in testa solamente il rassicurante perimetro delle dodici battute e contempla lo shuffle come unica possibile alternativa allo slow (o, scegliete voi l’ordine, viceversa), che il blues, genere, già in origine, un po’ meticcio è, sì, una forma musicale, peraltro riconosciuta dall’accademia ufficiale come autenticamente tale solo in alcune sue contate manifestazioni - in altre, meno - , ma che non di sola forma vive il blues? Prendiamo questo disco, per esempio: del blues, inteso come codificata forma metrica, non ha apparentemente nulla. Allora vogliamo dire, in maniera tanto indefinita da essere più politicamente corretta, inventandoci l’ennesima inutile etichetta, che questo è un disco di “black roots music”, qualsiasi cosa voglia intendere questa espressione, tanto comoda quanto concettualmente difettosa? E così sia, se si preferisce…..ma quanto blues si avverte, invece, tra queste tracce, a cominciare, per dire, da Bad Guy Necessity e The Suit That Won’t Come Off dove il tono e le note della chitarra, credo, non dispiacerebbero affatto a Buddy Guy o Freddie King!! Dunque, mi sentirei di invitare i puristi a non puntare istericamente i piedi e tentare almeno un primo, sommesso ascolto.
Vero che, quando si parla di “nuovo” o di “originale”, bisogna muoversi sempre un po’ con accortezza e muniti dei proverbiali piedi di piombo. Ma, il punto dirimente è cosa voglio fare nella vita. Se voglio “fare” l’originale giocando facile, posso mescolare, più o meno a caso i generi (come i colori) e presentarmi al mondo, ad attirar l’attenzione, come un novello Arlecchino. Ma se voglio “essere” originale, allora ho bisogno di creare qualcosa di nuovo partendo, magari, dalle radici antiche per cercare la giusta terra dove piantar le nuove. Non sono così pochi, oggi, gli artisti che, nell’ambito della musica di derivazione “black” apportano, anche con nuovi suoni, freschezza e modernità. Se però, nella maggior parte dei casi, questi aspetti qualitativi si limitano alla semplice funzione di artificiosi stratagemmi estetici che trasformano, appunto, in Arlecchino il proprio interprete, con Fantastic Negrito, al secolo Xavier Dphrepaulezz, la storia è diversa. Qui, ci sono intelligenza e contenuti; nonché il tentativo, per conto mio, assai ben riuscito di creare qualcosa di veramente originale (non nuovo, ma originale, sì!) partendo dalle molte influenze che possiamo riconoscere tra le tracce. C’è un po’ di black rock alla Living Colour che convive, nell’iniziale Plastic Hamburgers, con lo scandire regolare e ossessivo delle antiche work-songs; c’è A Cold November Day che pare l’innesto felice del mesto swingare di St. James Infirmary su qualcosa che, suonato da Leadbelly, ricorda a House Of The Risin’ Sun. C’è l’eredità di Prince mediata dai Led Zeppelin in The Duffler; Chris Cornell che incontra Bill Whiters in Dark Windows, la rabbiosa Transgender Biscuits fino al proto-funk alla James Brown di Bullshit Anthem che, al modo di un laico mantra, ripete la litania “...take this bullshit, turn it into goodshit...”.
Fantastic Negrito diventa, così, il cantore delle moltitudini solitarie e mute, delle angosce contemporanee, con la generosa offerta di una terra promessa ancora di là da venire. Una voce che si erge dalle periferie dove l’umanità misera dei senza voce né corpo, si consuma rapida in vortici di varia perdizione. E ciò che sorprende è che tutto questo vorticar di influenze trova un suo ben definito punto di equilibrio dando vita a qualcosa che mai evoca il sentore - o, peggio, il sospetto - di qualcosa di forzato o innaturale. E credo proprio che, tutto ciò, a Son House non dispiacerebbe; così come già a Bobby Rush. G.R.


BILLY PRICE


"Reckoning"

Vizz Tone Rec. (Usa) - 2018

39 steps/Dreamer/Reckoning/No time/I love you more than words can say/I keep holding on/One and one/Get your lie straight/Never be fooled again/Expert witness/Love ballad/Syntetic world/Your love stays with me

Scaturisce dalla penna di Jim Britton, oscuro tastierista e autore della Pennsylvania, questo claustrofobico e liberatorio 39 Steps, trionfo di tastiere in salsa shuffle e coro gospel, nonché brano più intrigante, tra quelli inediti contenuti in quest’ultima, preziosa raccolta di Billy Price. Ma è soltanto una singolare coincidenza che il titolo di una vecchia pellicola cinematografica faccia il paio col titolo di questo seducente brano d’apertura: I 39 scalini di Hitchcock con quelli della prima traccia di un cd, tutto giocato sull’ambiguità del termine inglese “step”.
La visionaria, immaginifica, dettagliata descrizione di un love affair presto trasformatosi in soffocante gabbia rivisita, con schietta autenticità, l’abusato ma sempiterno tema del rapporto tra i sessi, attraverso la reiterata, ossessiva metafora dei passi (o scalini, appunto): quelli che separano - orizzontalmente o verticalmente non si sa - il protagonista del racconto da quella porta, assurta a simbolo della raggiunta emancipazione da un partner rivelatosi, ben presto, oppressivo. “...I start to count the steps I would take, I got 39 steps to my freedom, lovin’ you was a big mistake!….I need twelve to get to that suitcase that I packed up three weeks before and then six to get through the kitchen and other eight to make it out of that door...”.
Meritoriamente noto come verace interprete di soul, Price mette, qui, definitivamente nel sacco tutti i frutti di una personale e lunga semina, iniziata negli anni ‘70 e recentemente coronata con un Blues Music Award, quello ottenuto per This Time For Real, disco inciso a quattro mani e due ugole, con il compianto Otis Clay. Questo suo ultimo Reckoning si muove su un alternarsi di umori che traggono linfa da alcune pagine storiche (è il caso, per esempio, del Dreamer di Bobby Bland, ora magistralmente ripreso su una trama vocale dai toni scuri e sinistri) e altre meno note anche se ripescate dai repertori di certi mammasantissima come JJ Cale, Denise Lasalle, Eddie Floyd o Swamp Dogg. E questo percorso viene completato, a intervalli, da un misurato numero di pezzi originali come il citato brano iniziale e un paio d’altri a firma di Price stesso e/o del suo abituale partner europeo, il chitarrista francese Fred Chapellier.
Prodotto, registrato e arrangiato, come ormai tanti altri dischi dai recenti natali, negli studi di Chris “The Kid” Andersen in quel di San Josè, California, Reckoning si giova della complice partecipazione di una super band. Ad affiancare Andersen che, oltre a ricoprire i ruoli di cui sopra, incarna anche quello di chitarrista, troviamo l’eterno tasterista di Robert Cray, Jim Pugh, il batterista di Rick Estrin, Alex Pettersen, Rusty Zinn, il gruppo gospel dei Sons Of The Soul Revivers, il leggendario bassista Jerry Jemmott (già in forze con King Curtis, Aretha Franklin, Gregg Allman) e una corposa sezione fiati che include anche il sapiente sax di Nancy Wright.
Sebbene funk e ritmo siano presenti in buone dosi, il tenore di Price, talvolta teso e acidulo, si ammorbidisce e trova la sua luce migliore laddove il ritmo rallenta come nell’originale One And One, nel lieve Philly Sound di Love Ballad, nella ballata in puro stile Muscle Shoals Your Love Stays With Me o ancora nella sinuosa e moderna Never Be Fooled Again. E la versione di I Love You More Than Words Can Say, potrebbe essere accostata, senza tema di sfregio, alla lettura resa, un tempo, da Otis Redding e che, da sola, fa guadagnare, di diritto a Price, il meritato appellativo di soul man! G.R.


WALTER 'WOLFMAN' WASHINGTON


"My future is my past"

Anti Rec. (Usa) - 2018

Lost mind/Even now (feat. Irma Thomas)/What a difference a day makes/Save your love for me/I don't want to be a lone ranger/Steal away/She's everything to me/I cried my last tear/I just dropped by to say hello/Are you the lady?

Il solo titolo, rivela già tutto il significato dell’opera: una specie di ritorno al futuro attraverso un tuffo nel passato.
Nessuno, se non forse qualche suo intimo, potrà mai vantare il privilegio di aver ascoltato Walter Washington suonare, solo, alla chitarra. Adusi, come siamo, al funk birbante dei suoi Roadmasters, ritrovarlo abbandonato a sé stesso, in una straniante cornice, disadorna e crepuscolare, come quella della rilettura iniziale, acustica e solitaria, del Percy Mayfield di Lost Mind lascia, invero, piacevolmente straniti. Washington si lancia, con My Future Is My Past, in una prolungata esplorazione del proprio crooning calandolo in rarefatte atmosfere sonore. E lo fa, partendo proprio con Mayfield, quasi a voler calar subito tutte quante le carte servite, dal destino, in mano a un baritono pastoso, risonante, difficilmente languido. La propria dizione, un tempo anche biascicata, si veste di un ben più definito, diffuso nitore, certamente aiutata da un repertorio, pensoso e intimista, che concede tempo all’articolazione della frase. Non sarà un caso che il disco prenda le mosse da una pagina, celeberrima, di un songbook già omaggiato da Johnny Adams (cantante di cui Washington fu lungamente chitarrista) in un suo prezioso disco, Walking On A Tightrope. Col secondo brano, Even Now, anche questo già riletto da Adams, entrano in scena i musicisti, tutti scelti dal produttore Ben Ellman dei Galactic, e tutti gravitanti nell’orbita della scena jazz e R&B di New Orleans. Per dire: Jon Cleary, Ivan Neville, Mike Dillon, Dave Torkanowsky. E, in questo stesso brano, si consuma l’unico, prezioso duetto del disco, quello con una radiosa, inappuntabile Irma Thomas.
Ci sono, poi, episodi dove Washington addirittura abbandona la chitarra per dedicarsi esclusivamente al canto. Uno dei migliori esempi, in tal senso, è What A Difference A Day Makes dove l’accompagnamento minimalista di contrabbasso e Fender Rhodes lascia protagonista, quasi assoluto, l’insinuante swing del canto. Deliziosamente inusuale, per velocità e approccio, la rivisitazione sorniona, ironica del Jimmy Hughes di Steal Away, con una chitarra che si fa apertamente blues tra gli acuti di un falsetto a tratti strozzato. Un meraviglioso piano New Orleans trova spazio, con Jon Cleary, in I Cried My Last Tear e, dopo il tradizionale after hours di I Just Dropped By To Say Hello, il disco si chiude sui morbidi accordi di chitarra dell’autografa Are You The Lady.
L’uomo lupo sorprende e spiazza: questo non è, certo, il disco che ci si potrebbe attendere da lui; ma, proprio per questo, ci restituisce un Washington avvolto dai primi raggi di una luce delicata e nuova. E a poco serve l’esercizio sterile del domandarsi se questo debba, o no, considerarsi a tutti gli effetti un disco di jazz. G.R.


 
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