2018 - Macallè Blues

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Recensioni: i dischi...2018


Recensioni: in questa sezione del sito, troverete le recensioni estese delle novità discografiche, suddivise per anno di pubblicazione!

BILLY PRICE


"Reckoning"

Vizz Tone Rec. (Usa) - 2018

39 steps/Dreamer/Reckoning/No time/I love you more than words can say/I keep holding on/One and one/Get your lie straight/Never be fooled again/Expert witness/Love ballad/Syntetic world/Your love stays with me

Scaturisce dalla penna di Jim Britton, oscuro tastierista e autore della Pennsylvania, questo claustrofobico e liberatorio 39 Steps, trionfo di tastiere in salsa shuffle e coro gospel, nonché brano più intrigante, tra quelli inediti contenuti in quest’ultima, preziosa raccolta di Billy Price. Ma è soltanto una singolare coincidenza che il titolo di una vecchia pellicola cinematografica faccia il paio col titolo di questo seducente brano d’apertura: I 39 scalini di Hitchcock con quelli della prima traccia di un cd, tutto giocato sull’ambiguità del termine inglese “step”.
La visionaria, immaginifica, dettagliata descrizione di un love affair presto trasformatosi in soffocante gabbia rivisita, con schietta autenticità, l’abusato ma sempiterno tema del rapporto tra i sessi, attraverso la reiterata, ossessiva metafora dei passi (o scalini, appunto): quelli che separano - orizzontalmente o verticalmente non si sa - il protagonista del racconto da quella porta, assurta a simbolo della raggiunta emancipazione da un partner rivelatosi, ben presto, oppressivo. “...I start to count the steps I would take, I got 39 steps to my freedom, lovin’ you was a big mistake!….I need twelve to get to that suitcase that I packed up three weeks before and then six to get through the kitchen and other eight to make it out of that door...”.
Meritoriamente noto come verace interprete di soul, Price mette, qui, definitivamente nel sacco tutti i frutti di una personale e lunga semina, iniziata negli anni ‘70 e recentemente coronata con un Blues Music Award, quello ottenuto per This Time For Real, disco inciso a quattro mani e due ugole, con il compianto Otis Clay. Questo suo ultimo Reckoning si muove su un alternarsi di umori che traggono linfa da alcune pagine storiche (è il caso, per esempio, del Dreamer di Bobby Bland, ora magistralmente ripreso su una trama vocale dai toni scuri e sinistri) e altre meno note anche se ripescate dai repertori di certi mammasantissima come JJ Cale, Denise Lasalle, Eddie Floyd o Swamp Dogg. E questo percorso viene completato, a intervalli, da un misurato numero di pezzi originali come il citato brano iniziale e un paio d’altri a firma di Price stesso e/o del suo abituale partner europeo, il chitarrista francese Fred Chapellier.
Prodotto, registrato e arrangiato, come ormai tanti altri dischi dai recenti natali, negli studi di Chris “The Kid” Andersen in quel di San Josè, California, Reckoning si giova della complice partecipazione di una super band. Ad affiancare Andersen che, oltre a ricoprire i ruoli di cui sopra, incarna anche quello di chitarrista, troviamo l’eterno tasterista di Robert Cray, Jim Pugh, il batterista di Rick Estrin, Alex Pettersen, Rusty Zinn, il gruppo gospel dei Sons Of The Soul Revivers, il leggendario bassista Jerry Jemmott (già in forze con King Curtis, Aretha Franklin, Gregg Allman) e una corposa sezione fiati che include anche il sapiente sax di Nancy Wright.
Sebbene funk e ritmo siano presenti in buone dosi, il tenore di Price, talvolta teso e acidulo, si ammorbidisce e trova la sua luce migliore laddove il ritmo rallenta come nell’originale One And One, nel lieve Philly Sound di Love Ballad, nella ballata in puro stile Muscle Shoals Your Love Stays With Me o ancora nella sinuosa e moderna Never Be Fooled Again. E la versione di I Love You More Than Words Can Say, potrebbe essere accostata, senza tema di sfregio, alla lettura resa, un tempo, da Otis Redding e che, da sola, fa guadagnare, di diritto a Price, il meritato appellativo di soul man! G.R.


WALTER 'WOLFMAN' WASHINGTON


"My future is my past"

Anti Rec. (Usa) - 2018

Lost mind/Even now (feat. Irma Thomas)/What a difference a day makes/Save your love for me/I don't want to be a lone ranger/Steal away/She's everything to me/I cried my last tear/I just dropped by to say hello/Are you the lady?

Il solo titolo, rivela già tutto il significato dell’opera: una specie di ritorno al futuro attraverso un tuffo nel passato.
Nessuno, se non forse qualche suo intimo, potrà mai vantare il privilegio di aver ascoltato Walter Washington suonare, solo, alla chitarra. Adusi, come siamo, al funk birbante dei suoi Roadmasters, ritrovarlo abbandonato a sé stesso, in una straniante cornice, disadorna e crepuscolare, come quella della rilettura iniziale, acustica e solitaria, del Percy Mayfield di Lost Mind lascia, invero, piacevolmente straniti. Washington si lancia, con My Future Is My Past, in una prolungata esplorazione del proprio crooning calandolo in rarefatte atmosfere sonore. E lo fa, partendo proprio con Mayfield, quasi a voler calar subito tutte quante le carte servite, dal destino, in mano a un baritono pastoso, risonante, difficilmente languido. La propria dizione, un tempo anche biascicata, si veste di un ben più definito, diffuso nitore, certamente aiutata da un repertorio, pensoso e intimista, che concede tempo all’articolazione della frase. Non sarà un caso che il disco prenda le mosse da una pagina, celeberrima, di un songbook già omaggiato da Johnny Adams (cantante di cui Washington fu lungamente chitarrista) in un suo prezioso disco, Walking On A Tightrope. Col secondo brano, Even Now, anche questo già riletto da Adams, entrano in scena i musicisti, tutti scelti dal produttore Ben Ellman dei Galactic, e tutti gravitanti nell’orbita della scena jazz e R&B di New Orleans. Per dire: Jon Cleary, Ivan Neville, Mike Dillon, Dave Torkanowsky. E, in questo stesso brano, si consuma l’unico, prezioso duetto del disco, quello con una radiosa, inappuntabile Irma Thomas.
Ci sono, poi, episodi dove Washington addirittura abbandona la chitarra per dedicarsi esclusivamente al canto. Uno dei migliori esempi, in tal senso, è What A Difference A Day Makes dove l’accompagnamento minimalista di contrabbasso e Fender Rhodes lascia protagonista, quasi assoluto, l’insinuante swing del canto. Deliziosamente inusuale, per velocità e approccio, la rivisitazione sorniona, ironica del Jimmy Hughes di Steal Away, con una chitarra che si fa apertamente blues tra gli acuti di un falsetto a tratti strozzato. Un meraviglioso piano New Orleans trova spazio, con Jon Cleary, in I Cried My Last Tear e, dopo il tradizionale after hours di I Just Dropped By To Say Hello, il disco si chiude sui morbidi accordi di chitarra dell’autografa Are You The Lady.
L’uomo lupo sorprende e spiazza: questo non è, certo, il disco che ci si potrebbe attendere da lui; ma, proprio per questo, ci restituisce un Washington avvolto dai primi raggi di una luce delicata e nuova. E a poco serve l’esercizio sterile del domandarsi se questo debba, o no, considerarsi a tutti gli effetti un disco di jazz. G.R.


 
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