2019 - Macallè Blues

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Shortcuts: i cd in breve...


Shortcuts: i cd in breve...: in questa sezione del sito, troverete le recensioni delle novità discografiche, ma in versione compressa!

GARY CLARK JR.

"This land"

Warner Bros Rec. (USA) - 2019

This land/What about us/I got my eyes on you (locked & loaded)/I walk alone/Feelin' like a million/Gotta get into something/Got to get up/Feed the babies/Pearl Cadillac/When I'm gone/The guitar man/Low down rolling stone/The governor/Don't wait 'til tomorrow/Dirty dishes blues/Highway 71/Did

    
Quando si arriva ad ascoltare, sul finire di This Land, quel viscerale blues elettrico che è Dirty Dishes Blues, improvviso, chiaro e sostanzialmente unico tributo alla tradizione qui presente, si ha come la sensazione che quello sia un brano messo lì un po’ per caso: quasi a lavarsi la coscienza. Una coscienza inquinata dal peccato di aver pubblicato un lavoro che, diversamente, col blues, non avrebbe molto a che fare. E così ce ne ricordiamo, metaforicamente parlando, soltanto in punto di morte: del disco!
Gary Clark Jr., chitarrista, cantante e autore texano contemporaneo, è stato salutato, fin dai suoi esordi, come una delle avanguardie del genere; uno di quegli artisti emergenti, in grado di traghettare la gloriosa, sulfurea tradizione del blues, nel nuovo secolo e verso nuovi adepti. Lui, la storia di questa musica, di certo, la conosce bene; la chitarra la sa suonare e i compiti a casa li ha fatti tutti quanti, ma la lezione sembra quasi l'abbia imparata a memoria più che averla metabolizzata e ridotta a proprio patrimonio.
Sebbene sia un disco alquanto ambizioso, nei testi come nelle musiche; apertamente e contemporaneamente politico per alcune esplicite tematiche trattate; seducente, per come concepito e trascinante per quanto ben suonato, This Land non contiene nulla di rivoluzionario e non si discosta da quel rock nero - chiamiamolo così - commisto a funk, reggae e pop, già sentito prima per tramite di Lenny Krawitz, Ben Harper e creature similari, Prince incluso e da tutti i loro padri putativi. Nulla di male in tutto ciò, beninteso, e considerati anche i rimarchevoli risultati ottenuti. Ma se l’intenzione è quella di coniugare in modo credibile ed efficace, modernità con tradizione, temo che Fantastic Negrito, Kenny Smith coi suoi recenti esperimenti e persino un arzillo ottantenne come Bobby Rush la sappiano ben più lunga di Gary Clark Jr. G.R.

VEGAS STRIP KINGS

"Jackpot!"

Gutbukit Rec. (USA) - 2019

Rotgut run/It ain't/Jesus on the dash/Lately/Screeching halt/Take it easy/Back to you/V8 Ford/Pawnbroker/Life on me/Same thing/Sharp as a razor

    
A guardarli sulla copertina ci si convince, già prima ancora di ascoltarli, di aver capito tutto dei Vegas Strip Kings. Ma attenzione! La tentazione di declassarli d’ufficio, traditi dall’estetica, al semplice seppur nobile rango di party band, sarebbe esercizio troppo facile. Tant’è, basta prestare orecchio all’enigmatica, introduttiva Rotgut Run, che ben concentra e riassume le migliori idee meticce di cui Jackpot è pervaso, per capire che, malgrado l’energia e lo stile frizzante tipici di formazioni di quella risma, i Kings sono, in realtà, qualcosa d’altro; qualcosa di più! Almeno quando osano di più.
Nati sulle ceneri di un precedente, interessante combo di roots/Americana come Contino, i Vegas Strip Kings sono il risultato di un riuscito caleidoscopio idiomatico, la felice amalgama che ingloba swing, country, rock’n’roll, blues, honky tonk, cajun e musica mariachi riusciendo, in più occasioni, a ben omogeneizzare il tutto grazie a idee che si trasformano in sagaci arrangiamenti e guizzi di originalità. Spesso è il meraviglioso impasto tra sax (alle ance c'è Jimmy Carpenter) e accordion o armonica a dare vita a questo caratteristico mix timbrico e Screeching Halt, Pawnbroker, Back To You o il funk Hold On sono i luoghi sonori dove meglio si realizzano questi intrecci. Pressochè nulla, qui, resta intatto tanto che anche uno schietto, tradizionale slow blues come Lately vira, all’apice del suo svolgimento, con improvvisi raddoppi di tempo e una insinuante slide guitar, verso qualcosa che riecheggia arie degli Allman Brothers. E pure Jesus On The Dash, che parrebbe quasi strappata di bocca a Willie DeVille, alla fine lascia un retrogusto diverso. Ma buono. G.R.

ATOMIC ROAD KINGS

"Clean up the blood"

Bigtone Rec. (USA) - 2019

I've got time/Rumors/In arms reach/Have your way/My way back home/Clean up the blood/Candy man/Ain't for me/You got to change/Two sided story/Vibrations/Back down south

    
Ascoltare questo disco equivale a entrare in una moderna macchina del tempo progettata per viaggi a senso unico e, necessariamente, a ritroso. In Clean Up The Blood, tutto odora di vintage: tecniche di registrazione (in rigoroso mono), foto, grafica e, ovviamente, il sound! Gli anni ’50 del blues non sono mai stati meglio impressi su lastra, riprodotti e, forse anche, riletti, come in questo disco che vede apparire in trasparenza, dietro il mascherante velo degli Atomic Road Kings il giovane talento Big Jon Atkinson, chitarrista, cantante, autore, nonché appassionato collezionista-restauratore di valvole e marchingegni d’epoca, amplificatori in primis e l’armonicista Eric Von Herzen da Orange County, già in forze con Walter Trout, Kid Ramos e Junior Watson.
Atkinson dimostra qui, come già in precedenti uscite, di padroneggiare assai bene non solo il suono di quel periodo, ma anche la scrittura e le tematiche, talvolta riproposte in una chiave lirica originale e sagacemente aggiornata. In questo trionfo di chitarre nervosamente affilate dove, ad Atkinson, si alternano altri tre assi di rigida osservanza del verbo come Scott Smart, Danny Michael e Tony Delgado, la Chicago storica, tanto quella del Southside come quella del Westside, ritornano a splendere con colori sorprendentemente vividi e penetranti. Immersa in un mare di inediti, Two Sided Story, resta l’unica cover presente. G.R.

PAUL NELSON

"Over under through"

River Wide Rec. (USA) - 2019

Go down Ezekiel/Ghost in the basement/Color it blue/Secret/Lay a little/Alice Mullin/I walk the line/Relative work/Silent majority/Over under through/There is weeping

    
Caso di omonimia da non confondere affatto con quell’altro Paul Nelson che fu chitarrista e produttore nonché anima e sostegno, morale e pratico, dell’ultimo Johnny Winter.
Diversamente dall’altro, dunque, questo Paul Nelson arriva dalla East Coast e si muove dentro un perimetro stilistico dai tratti spesso intimisti e ovattati, all’interno del quale si manifesta una spiccata vena più che cantautorale, decisamente poetica ed evocativa: nei testi come nelle musiche. Facili sarebbero i rimandi a personaggi come Amos Lee o Lyle Lovett, ma la penna del nostro Nelson, qui felicemente sposata a bostoniani talenti quali il chitarrista Kevin Barry (che ricordiamo protagonista, nella prima metà degli anni ‘90, nei dischi Audioquest del gran ritorno di Mighty Sam McClain), l’angelica folk vocalist Kristin Cifelli o ancora il cantautore Ellis Paul, presente come ospite ai cori, materializza piacevoli sorprese.
Spalancato sulle atmosfere misteriose e chiaroscurali dell’iniziatico blues Go Down Ezekiel, Over Under Through si regge non soltanto su solidi pilastri lirici e musicali, ma anche sulla vocalità stessa di Nelson il cui strumento, dal registro afono e gentilmente strozzato, ben si cala nell’incavo più profondo di questa singolare raccolta che mantiene, lungo buona parte del suo svolgersi, il timbro peculiare dell’opera acustica – la punta massima di amplificazione si raggiunge con Silent Majority - pur non essendola. Con il caratterizzante ingresso del flicorno, il tempo dispari di Ghost In The Basement si apre a squarci di jazz così come Alice Mullins vibra su corde che risuonerebbero facilmente con quelle di un Van Morrison. E i veri gioielli arrivano, su un intro dalle movenze indiane, con il brano omonimo e, di nuovo, con la sola cover presente, quella I Walk The Line di Johnny Cash qui restituita, complice Ellis Paul, in una inusuale versione meditativa. G.R.

CARA BEING BLUE

"Grit"

Autoprodotto (USA) - 2019

Grit/Crocodile man/Leave me in flames/One day/You don't wanna/Skippin' stone/Old feelin'/Kind kinda man/My doggie/Some fun

Sonorità moderne, dai tratti blandamente rockeggianti, su un tappeto di predominante tradizionale intreccio, delineano gli eclettici contorni di Grit che, lasciato da parte un precedente EP, può serenamente essere considerato come l’esordio ufficiale di Cara Being Blue nell’usuale mondo del long playing.
Nativa di Boston e, all’epoca degli esordi, premurosamente sostenuta dalla locale regina del genere Shirley Lewis, Cara Being Blue (al secolo Cara Lippman) in tempi recenti s’è trasferita in quel di Nashville e ha assemblato un combo di musicisti di prim’ordine tra i quali spiccano, senza meno e per palese virtuosismo, Val Lapesku e Tim Gonzalez, rispettivamente chitarra e armonica.
La gentilezza del suo strumento vocale si pone in piacevole antagonismo con il misurato amperaggio sprigionato da una band alla quale si aggiungono un paio di rimarchevoli chitarristi ospiti come l’ex Allman Brothers Band Jack Pearson e il newyorkese Dave Fields. Le migliori pagine di questo disco, per tematiche e stile, a iniziare proprio dall’omonimo brano di apertura, parrebbero quasi scippate da qualcuna delle ultime pubblicazioni di Shemekia Copeland, sulla cui bocca, pezzi come la declamatoria e orgogliosamente femminista Grit o ancora la neworleansiana Crocodile Man si troverebbero a loro indubbio agio. G.R.

 
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