2019 - Macallè Blues

Macallé Blues
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2019

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Shortcuts: i cd in breve...


Shortcuts: i cd in breve...: in questa sezione del sito, troverete le recensioni delle novità discografiche, ma in versione compressa!

TULLIE BRAE

"Revelation"

Endless Blues Rec. (USA) - 2019

Price of the blues/Seven bridges/Mississippi rain/Break these chains/New shoes/Devil in Deville/Ain't no good/Watch her move/Shine/Thank you mom

    
      
Dall’hard rocking Price Of The Blues, passando attraverso il gentil regno delle cantautorali ballate, abbondantemente inumidite nel terreno di coltura del soul (Shine, Thank You Mom), fino ad approdare agli immaginari oscuri di tormentate storie di malversazioni e amori andati a male come Break These Chains o la magistrale ballad soul-blues in tono minore Mississippi Rain, Tullie Brae si rivela, con il supporto del produttore Jeff Jensen, qui anche chitarrista, nel suo talento di cantante, autrice e polistrumentista.
Nata e cresciuta nelle chiese della Louisiana tanto che, i suoi trascorsi sanctified sono ben chiari già in quel corale racconto di redenzione che è Seven Bridges, inusuale incrocio di sacro gospel e profane atmosfere da juke joint, la sua provenienza geografica, tuttavia, non trapela per nulla, direi, dalle restanti sonorità di queste tracce che, diversamente, si impantanano talvolta nei sinistri fanghi del Mississippi come nel sulfureo Devil In Deville.
Pur circondata da un caleidoscopio di strumenti - Hammond, piano e chitarre cigar box - di cui è maestra, emerge anche e soprattutto come potente vocalist. Il suo vigoroso e cangiante strumento rosso rame, sa tramutarsi in sottile, trasparente cristallo come contaminarsi di ossido quando si trova in presenza di paludose umidità. Da segnalare, l’armonica di Brandon Santini ospite qua e là. G.R.

ELLIS MANO BAND

"Here and now"

Suisa Rec. (USA) - 2019

Whiskey/Here and now/Where we belong/Goodbye my love/A lifetime/Badwater/Georgia/Bad news blues/I want you back/Jeannine

    
      
Alzi la mano chi si ricorda il nome di un qualche musicista svizzero - non voglio dire necessariamente blues - famoso! Io, per dire, rammento giusto, e fama a parte, un tale Hank Shizzoe che, anni or sono, aveva prodotto un discreto (per quantità e qualità) pugno di dischi, alcuni genericamente classificabili come “americana”. Nessun’altro al momento; ma, sicuramente, si tratterà di un mio deficit mnemonico. Beh….non solo i musicisti della Ellis Mano Band arrivano dalla Svizzera e, a giudicare da questo brillante esordio, vanno collocati di diritto, e anche un po’ a scatola chiusa per quelle che sono le mie conoscenze, tra le migliori band d’oltralpe. Ma, singolarmente, pare abbiano curricula che li hanno visti al fianco dei più importati nomi del genere e non solo; svizzeri, ovviamente, e quali che siano!  
La Ellis Mano Band giunge, così, a noi a cavallo di un fiero rock-blues, e con una generosa manciata di brani inediti, interpretati dalle modulate venature di torba della potente voce di Chris Ellis. Arrangiamenti e sonorità di prim’ordine confezionano un repertorio che in più occasioni rievoca atmosfere di pertinenza di Paul Rodgers e dei suoi Free, come nei due protoblues in minore A Lifetime e Bad News Blues. Influenze evidenti di Led Zeppelin le troviamo in Badwater come sentori di Allman Brothers emergono tra i fumi dell’iniziale Whiskey come in un paio di ballate rock ascoltate per la via.
Talvolta arricchito da Hammond e fiati, il quartetto base non sbaglia colpo fino a spiazzare tutti con quella conclusiva pennellata fuori tela che è Jeannine, moderno e schietto omaggio a New Orleans, alla sua second line e alla cornetta di Buddy Bolden. G.R.

CARLTON JUMEL SMITH

"1634 Lexington Avenue"

Timmion Rec. (USA) - 2019

Woman you made me/Love our love affair/Remember me/Help me (save me from myself)/Ain't that love/This is what love looks like/You gonna need me/I'd better/We're all we got/I can't love you anymore

    
      
La vocalità di Carlton Jumel Smith, dalla superficie scabra, di secco legno scheggiato, trova la propria dimora d’elezione sul finire del disco, in quella We’re All We Got che tanto ricorda il Curtis Mayfield socialmente ispirato d’un tempo, come nel fuoco controllato della conclusiva I Can’t Love You Anymore brano che, in una vegetazione fitta di ballate soul di antica scuola, aggiunge un torrido sentore di blues in tonalità minore.
In barba a un repertorio interamente composto da inediti, 1634 Lexington Avenue, è un disco che guarda fisso al passato, alle sonorità di Curtom e Motown in primis, tanto che pare essere stato infilato in una bella macchina del tempo e arrivato a noi, oggi, dalla lontana prima metà del ’70. E’ la materializzazione di una joint venture, questa, tra la Timmion, etichetta finlandese, e la ben nota Daptone di Brooklyn, di cui la compianta Sharon Jones fu stella cometa. E, infatti, questo disco non sarebbe affatto dispiaciuto alla Jones che, con Jumel Smith condivide, come evidente nell’intero disvelarsi di questa gustosa operetta, la medesima estetica retro soul.
Sebbene, a orecchio, non se ne abbia contezza, l’origine nordica della band di Smith è tradita soltanto dai nomi dei propri componenti, riportati nelle note di copertina. La padronanza del genere, per stile e timbrica, è invero pienamente credibile tanto che, non ci stupiremmo se, questi musicisti provenissero, diversamente, da Detroit o Chicago.  
Più che nelle, peraltro, poche occasioni laddove il ritmo rallenta, lo strumento vocale di Jumel Smith trova maggior agio in episodi upbeat come Woman You Made Me o This Is What Love Looks Like. Dimostrazione di quanto il soul primigenio continui, ancor oggi, a ispirare, queste tracce, che sono vino novello intrappolato nel vetro d’una bottiglia d’epoca. G.R.

FORTY FOURS

"Twist the knife"

Rip Cat Rec. (USA) - 2019

Cuttin' deep/Sugar you/Howlin'/Champagne and reefer/Too many drivers/Rosie/Helsinki blues/44's shuffle

    
Quarta pubblicazione per la band losangelena che fu prodotta, all’epoca del suo esordio, da Kid Ramos, appena fuoriuscito dalle fila dei Fabulous Thunderbirds.
Come afferma il leader stesso Johnny Main, Twist The Knife è da intendersi come un disco tributo alle fonti di ispirazione del quartetto che, con un certo agio, possono essere individuate, già ad un primo, sommario ascolto, principalmente in Muddy Waters, Howlin’ Wolf e Lightnin’ Hopkins (quello elettrico!) o, più genericamente, in quel Chicago blues anni ’50 che tanta scuola ha fatto e che, ancora oggi, tanti allievi sembra avere.
Sebbene il Cuttin' Deep di apertura smentisca questo approccio tradendo la netta influenza di Albert Collins, si capisce, dal resto del programma, che i numi tutelari di cui sopra, oltre che fonti di ispirazione, sono diventati anche fonti di emulazione. Si ascolti, per esempio, la voce di Main inseguire l’impronta canora del Lupo in Howlin’.
La band attuale comprende, oltre allo stesso Main, Eric Von Herzen all’armonica (già ascoltato con The Atomic Road Kings di Big Jon Atkinson), Mike Hightower al basso, Gary Ferguson alla batteria e l’ormai leggendario Junior Watson alla chitarra.
Ma non è tutto Chicago blues quello che brilla qui se, oltre al brano d’apertura, ne troviamo un secondo che si smarca dalla linea del tributo stilistico ai citati santi del calendario ed è quel Rosie di Doyle Bramhall II che vira acido verso suoni più psichedelici. Oltre che Helsinki Blues, scritto e cantato come se fosse James Harman a farlo. G.R.

TERRY ROBB

"Confessin' my dues"

Niasounds Rec. (USA) - 2019

Butch Holler stomp/Still on 101/How a free man feels/It might get sweaty/Heart made of steel/Now vestapol/Darkest road I'm told/Three times the blues/Confessin' my dues/Death of Blind Arthur/High desert everywhere/Keep your judgment/Blood red moon

    
Lo potremmo chiamare il Tommy Emmanuel del blues. E come Emmanuel, Terry Robb offre un equilibrato connubio tra virtuosismo ed eleganza, invenzioni melodiche e ritmiche, gusto estetico e senso dell’armonia, arditi cambi di accordo, il senso di famigliarità con quella tradizione che abbraccia amorevolmente blues, country, jazz, ragtime nonché una occasionale propensione all’impiego dei tempi dispari.
Robb imbraccia tanto l’acustica quanto la resonator guitar e si rivela, in Confessin’ My Dues, tanto in solitaria quanto accompagnato da un paio di musicisti di pari estro e classe come Dave Captein e Gary Hobbs, rispettivamente basso e batteria. L’approccio, fresco e unico, di questi due occasionali comprimari fa il paio con il telepatico, intenso interplay collettivo che sanno creare. E non solo: Captein e Hobbs sembrano talvolta scambiarsi i ruoli laddove il contrabbasso assume una veste prettamente ritmica e la batteria, quasi fosse nelle mani di un novello Elvin Jones insegue, in un affannato controcanto, teso e muscolare per timbriche e accenti, la linea melodica. Ne sono franchi esempi Heart Made Of Steel e, più ancora, Three Times The Blues.
Dal punto di vista acustico, l’album unisce lieve intimità e vigorosa potenza. E, in quel tour de force chitarristico che è questo disco, l’estro emerge subito col bollore del primo Butch Holler Stomp e si mantiene costante per tutta la distanza dei tredici inediti presenti.G.R.

GEORGE BENSON

"Walking to New Orleans - Remembering Chuck Berry and Fats Domino"

Provogue Rec. (USA) - 2019

Nadine (is it you?)/Ain't that a shame/Rockin' chair/You can't catch me/Havana moon/I hear you knocking/Memphis, Tennessee/Walking to New Orleans/Blue monday/How you've changed

    
Con questa ultima uscita, George Benson stupisce su più fronti: per repertorio, produzione e per la scelta, sorprendente, di mettere il proprio strumento quasi in secondo piano.
Come già sottolinea il titolo stesso, il repertorio affrontato in Walking To New Orleans vorrebbe essere, idealmente, un doppio tributo: a Chuck Berry e Fats Domino; due personaggi che, sicuramente, poco hanno a che spartire con le origini e la storia musicale di Benson, legata alla chitarra jazz e a capiscuola dello strumento come Wes Montgomery e Charlie Christian.
Però, Benson, non è nuovo ai tributi e, a far data dagli anni ’80, neppure a una certa vocalità smooth jazz tanto che, nel 2013, il suo soffice crooning ha affrontato il songbook di un gigante come Nat King Cole.
In termini di stile, Benson deve, dunque, assai poco a progenitori del rock’n’roll come Berry e Domino; malgrado ciò, questo disco, che assomiglia tanto a una panoramica gitarella tra la St. Louis del primo e la New Orleans del secondo, è tutto un concentrato di ghiaioso blues e spavaldo R&B di antica scuola. Prodotto da Kevin Shirley, lo stesso di Joe Bonamassa, Aerosmith, John Hiatt e altri ancora, Walking To New Orleans lascerà un po’ delusi quelli che attendono enfasi e riflettori, puntati tutti sull’improvvisazione chitarristica. Diversamente, si potranno assaporare gustosi ed estrosi interventi pianistici, alcuni in perfetto stile neorleansiano, opera e frutto del talento di Kevin McKendree. G.R.

JOHN CLIFTON

"In the middle of nowhere"

Rip Cat Rec. (USA) - 2019

I'm leaving you baby/In the middle of nowhere/If it ain't me baby/Cool spot in hell/Poor boy/Keep it clean/Junkie woman blues/Four years ago/Ain't spending no more money/So tired I could cry/Honky tonk night time man

    
Avevamo appena riposto nello scaffale Nightlife, l’album di John Clifton edito nel non così lontano 2018, che già ci arriva, calda calda tra le mani, questa sua novella ciambellina. Cantante e armonicista californiano, Clifton non batte nessuna nuova via; ma quella che ha musicalmente intrapreso - quella Highway 99 idealmente raffigurata in copertina e che attraversa Fresno, Modesto, Stockton e altre polverose cittadine del vecchio west - la affronta da esperto professionista del genere.
Il format, come la band, sono gli stessi del disco precedente. Ora come all’ora, il repertorio è equamente ripartito tra inediti e alcune ben scelte cover. Ma qui, a differenza di Nightlife, si registra un’atmosfera decisamente più affilata e convinta. Il suono s’è fatto perentorio; la penna, più sicura e sferzante, talvolta anche nell’immaginifico uso dell’ironia. Tanto che, malgrado riproponga, con singolare magnificenza e personale cura, alcune perline rubate ad Howling Wolf (Poor Boy), Junior Wells (So Tired I Could Cry) e Merle Haggard (Honky Tonk Night Time Man), buona parte della differenza la fanno proprio quegli inediti come la title track, ristretto infuso di country blues e i sagaci versi di brani originali come Keep It Clean o Junkie Woman Blues.
Con Cool Spot In Hell e Ain’t Spending No More Money Clifton offre al popolo, inclusi nel prezzo, due masterclass in armonica cromatica. E, sebbene i duelli di ance e corde col singolare chitarrista Scott Abeyta non manchino, questo disco mette opportunamente sotto i riflettori anche l’estro armonico e l’abilità tecnica di Bartek Szopinski, pianista rivelazione per versatilità, virtuosismo e finezza interpretativa. G.R.

GARY CLARK JR.

"This land"

Warner Bros Rec. (USA) - 2019

This land/What about us/I got my eyes on you (locked & loaded)/I walk alone/Feelin' like a million/Gotta get into something/Got to get up/Feed the babies/Pearl Cadillac/When I'm gone/The guitar man/Low down rolling stone/The governor/Don't wait 'til tomorrow/Dirty dishes blues/Highway 71/Did

    
Quando si arriva ad ascoltare, sul finire di This Land, quel viscerale blues elettrico che è Dirty Dishes Blues, improvviso, chiaro e sostanzialmente unico tributo alla tradizione qui presente, si ha come la sensazione che quello sia un brano messo lì un po’ per caso: quasi a lavarsi la coscienza. Una coscienza inquinata dal peccato di aver pubblicato un lavoro che, diversamente, col blues, non avrebbe molto a che fare. E così ce ne ricordiamo, metaforicamente parlando, soltanto in punto di morte: del disco!
Gary Clark Jr., chitarrista, cantante e autore texano contemporaneo, è stato salutato, fin dai suoi esordi, come una delle avanguardie del genere; uno di quegli artisti emergenti, in grado di traghettare la gloriosa, sulfurea tradizione del blues, nel nuovo secolo e verso nuovi adepti. Lui, la storia di questa musica, di certo, la conosce bene; la chitarra la sa suonare e i compiti a casa li ha fatti tutti quanti, ma la lezione sembra quasi l'abbia imparata a memoria più che averla metabolizzata e ridotta a proprio patrimonio.
Sebbene sia un disco alquanto ambizioso, nei testi come nelle musiche; apertamente e contemporaneamente politico per alcune esplicite tematiche trattate; seducente, per come concepito e trascinante per quanto ben suonato, This Land non contiene nulla di rivoluzionario e non si discosta da quel rock nero - chiamiamolo così - commisto a funk, reggae e pop, già sentito prima per tramite di Lenny Krawitz, Ben Harper e creature similari, Prince incluso e da tutti i loro padri putativi. Nulla di male in tutto ciò, beninteso, e considerati anche i rimarchevoli risultati ottenuti. Ma se l’intenzione è quella di coniugare in modo credibile ed efficace, modernità con tradizione, temo che Fantastic Negrito, Kenny Smith coi suoi recenti esperimenti e persino un arzillo ottantenne come Bobby Rush la sappiano ben più lunga di Gary Clark Jr. G.R.

VEGAS STRIP KINGS

"Jackpot!"

Gutbukit Rec. (USA) - 2019

Rotgut run/It ain't/Jesus on the dash/Lately/Screeching halt/Take it easy/Back to you/V8 Ford/Pawnbroker/Life on me/Same thing/Sharp as a razor

    
A guardarli sulla copertina ci si convince, già prima ancora di ascoltarli, di aver capito tutto dei Vegas Strip Kings. Ma attenzione! La tentazione di declassarli d’ufficio, traditi dall’estetica, al semplice seppur nobile rango di party band, sarebbe esercizio troppo facile. Tant’è, basta prestare orecchio all’enigmatica, introduttiva Rotgut Run, che ben concentra e riassume le migliori idee meticce di cui Jackpot è pervaso, per capire che, malgrado l’energia e lo stile frizzante tipici di formazioni di quella risma, i Kings sono, in realtà, qualcosa d’altro; qualcosa di più! Almeno quando osano di più.
Nati sulle ceneri di un precedente, interessante combo di roots/Americana come Contino, i Vegas Strip Kings sono il risultato di un riuscito caleidoscopio idiomatico, la felice amalgama che ingloba swing, country, rock’n’roll, blues, honky tonk, cajun e musica mariachi riusciendo, in più occasioni, a ben omogeneizzare il tutto grazie a idee che si trasformano in sagaci arrangiamenti e guizzi di originalità. Spesso è il meraviglioso impasto tra sax (alle ance c'è Jimmy Carpenter) e accordion o armonica a dare vita a questo caratteristico mix timbrico e Screeching Halt, Pawnbroker, Back To You o il funk Hold On sono i luoghi sonori dove meglio si realizzano questi intrecci. Pressochè nulla, qui, resta intatto tanto che anche uno schietto, tradizionale slow blues come Lately vira, all’apice del suo svolgimento, con improvvisi raddoppi di tempo e una insinuante slide guitar, verso qualcosa che riecheggia arie degli Allman Brothers. E pure Jesus On The Dash, che parrebbe quasi strappata di bocca a Willie DeVille, alla fine lascia un retrogusto diverso. Ma buono. G.R.

ATOMIC ROAD KINGS

"Clean up the blood"

Bigtone Rec. (USA) - 2019

I've got time/Rumors/In arms reach/Have your way/My way back home/Clean up the blood/Candy man/Ain't for me/You got to change/Two sided story/Vibrations/Back down south

    
Ascoltare questo disco equivale a entrare in una moderna macchina del tempo progettata per viaggi a senso unico e, necessariamente, a ritroso. In Clean Up The Blood, tutto odora di vintage: tecniche di registrazione (in rigoroso mono), foto, grafica e, ovviamente, il sound! Gli anni ’50 del blues non sono mai stati meglio impressi su lastra, riprodotti e, forse anche, riletti, come in questo disco che vede apparire in trasparenza, dietro il mascherante velo degli Atomic Road Kings il giovane talento Big Jon Atkinson, chitarrista, cantante, autore, nonché appassionato collezionista-restauratore di valvole e marchingegni d’epoca, amplificatori in primis e l’armonicista Eric Von Herzen da Orange County, già in forze con Walter Trout, Kid Ramos e Junior Watson.
Atkinson dimostra qui, come già in precedenti uscite, di padroneggiare assai bene non solo il suono di quel periodo, ma anche la scrittura e le tematiche, talvolta riproposte in una chiave lirica originale e sagacemente aggiornata. In questo trionfo di chitarre nervosamente affilate dove, ad Atkinson, si alternano altri tre assi di rigida osservanza del verbo come Scott Smart, Danny Michael e Tony Delgado, la Chicago storica, tanto quella del Southside come quella del Westside, ritornano a splendere con colori sorprendentemente vividi e penetranti. Immersa in un mare di inediti, Two Sided Story, resta l’unica cover presente. G.R.

PAUL NELSON

"Over under through"

River Wide Rec. (USA) - 2019

Go down Ezekiel/Ghost in the basement/Color it blue/Secret/Lay a little/Alice Mullin/I walk the line/Relative work/Silent majority/Over under through/There is weeping

    
Caso di omonimia da non confondere affatto con quell’altro Paul Nelson che fu chitarrista e produttore nonché anima e sostegno, morale e pratico, dell’ultimo Johnny Winter.
Diversamente dall’altro, dunque, questo Paul Nelson arriva dalla East Coast e si muove dentro un perimetro stilistico dai tratti spesso intimisti e ovattati, all’interno del quale si manifesta una spiccata vena più che cantautorale, decisamente poetica ed evocativa: nei testi come nelle musiche. Facili sarebbero i rimandi a personaggi come Amos Lee o Lyle Lovett, ma la penna del nostro Nelson, qui felicemente sposata a bostoniani talenti quali il chitarrista Kevin Barry (che ricordiamo protagonista, nella prima metà degli anni ‘90, nei dischi Audioquest del gran ritorno di Mighty Sam McClain), l’angelica folk vocalist Kristin Cifelli o ancora il cantautore Ellis Paul, presente come ospite ai cori, materializza piacevoli sorprese.
Spalancato sulle atmosfere misteriose e chiaroscurali dell’iniziatico blues Go Down Ezekiel, Over Under Through si regge non soltanto su solidi pilastri lirici e musicali, ma anche sulla vocalità stessa di Nelson il cui strumento, dal registro afono e gentilmente strozzato, ben si cala nell’incavo più profondo di questa singolare raccolta che mantiene, lungo buona parte del suo svolgersi, il timbro peculiare dell’opera acustica – la punta massima di amplificazione si raggiunge con Silent Majority - pur non essendola. Con il caratterizzante ingresso del flicorno, il tempo dispari di Ghost In The Basement si apre a squarci di jazz così come Alice Mullins vibra su corde che risuonerebbero facilmente con quelle di un Van Morrison. E i veri gioielli arrivano, su un intro dalle movenze indiane, con il brano omonimo e, di nuovo, con la sola cover presente, quella I Walk The Line di Johnny Cash qui restituita, complice Ellis Paul, in una inusuale versione meditativa. G.R.

CARA BEING BLUE

"Grit"

Autoprodotto (USA) - 2019

Grit/Crocodile man/Leave me in flames/One day/You don't wanna/Skippin' stone/Old feelin'/Kind kinda man/My doggie/Some fun

Sonorità moderne, dai tratti blandamente rockeggianti, su un tappeto di predominante tradizionale intreccio, delineano gli eclettici contorni di Grit che, lasciato da parte un precedente EP, può serenamente essere considerato come l’esordio ufficiale di Cara Being Blue nell’usuale mondo del long playing.
Nativa di Boston e, all’epoca degli esordi, premurosamente sostenuta dalla locale regina del genere Shirley Lewis, Cara Being Blue (al secolo Cara Lippman) in tempi recenti s’è trasferita in quel di Nashville e ha assemblato un combo di musicisti di prim’ordine tra i quali spiccano, senza meno e per palese virtuosismo, Val Lapesku e Tim Gonzalez, rispettivamente chitarra e armonica.
La gentilezza del suo strumento vocale si pone in piacevole antagonismo con il misurato amperaggio sprigionato da una band alla quale si aggiungono un paio di rimarchevoli chitarristi ospiti come l’ex Allman Brothers Band Jack Pearson e il newyorkese Dave Fields. Le migliori pagine di questo disco, per tematiche e stile, a iniziare proprio dall’omonimo brano di apertura, parrebbero quasi scippate da qualcuna delle ultime pubblicazioni di Shemekia Copeland, sulla cui bocca, pezzi come la declamatoria e orgogliosamente femminista Grit o ancora la neworleansiana Crocodile Man si troverebbero a loro indubbio agio. G.R.

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