2017 - Macallè Blues

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Recensioni: i dischi...2017


Recensioni: in questa sezione del sito, troverete le recensioni estese delle novità discografiche, suddivise per anno di pubblicazione!

DON BRYANT


"Don't give up on love"

Fat Possum Rec. (Usa) - 2017

A nickel and a nail/Something about you/It was jealousy/First you cry/I got to know/Don't give up on love/How do I get there/One ain't enough/Can't hide the hurt/What kind of love

Nella vita, Don Bryant ha collezionato ben più alti meriti rispetto a quello per il quale è, ahimè, conosciuto: cioè, l’aver sposato Ann Peebles. E’ stato principalmente un apprezzato autore (suo il sempiterno hit I Can’t Stand The Rain, portato al successo proprio dalla Peebles) e, in misura minore, cantante soul in forze alla Hi Records del patron Willie Mitchell. Purtroppo, l’essere stato tale proprio nel periodo in cui nasceva, cresceva e scalpitava arrogante Al Green, il cavallo vincente della casa di Memphis, ha contribuito a mettere presto in ombra, tanto la buona stella sua quanto quella di altri talenti appartenenti alla medesima scuderia, come Syl Johnson, per dirne uno.
A dimostrazione che, in questo settore, sempre che la salute sia dalla tua, a volte esiste anche una giustizia, magari tardiva e non necessariamente “divina”, e l’età conta ciò che è giusto conti, cioè poco, Don’t Give Up On Love può essere considerato, a ben vedere, il disco della rivalsa e della riscoperta di un artista che, pur non essendo un caposcuola, va assolutamente riconsiderato e illuminato con la luce che davvero merita e gli compete.
Dopo un lungo periodo di oblio, durato quasi cinquant’anni, durante il quale si è dedicato al “divino” e al gospel, a settantaquattro anni, con lo spirito di una giovane stella nascente, torna al soul e ci regala un gioiellino di rara grazia e preziose fattezze. Il registro vibrante, predicatorio dell’introduttiva A Nickel And A Nail, superclassico reso universale dalla voce di O.V. Wright e qui doppiato con toni alltrettanto sermonici, apre la via ai funky-soul di Something About You e What Kind Of Love. In mezzo a gemme di puro soul come il brano omonimo, Bryant rivisita la sua fragile, eccelsa confessione di It Was Jealousy, già registrata, in separate occasioni, dalla moglie Ann Peebles e da Otis Clay e I Got To Know, vecchio successo doo-wop dei 5 Royales. Esempio eccellente di compiuta sintesi tra fervente gospel, blues e soul nonché vetta del disco è la tormentata, dubbiosa How Do I Get There, sottolineata, in tutto il suo svolgimento, dai toni compiutamente churchy dell’organo di Charles Hodges. Ad accompagnare Bryant, oltre a Hodges stesso, altri veterani di casa Hi come Howard Grimes, Archie “Hubbie” Turner più Scott Bomar, già bassista dei Bo-Keys e, qui, autore del pregevole One Ain’t Enough. G.R.


ROBERT CRAY

"Robert Cray & Hi Rhythm"

Jay Vee Rec. (Usa) - 2017

The same love that made me laugh/You must believe in yourself/I don't care/Aspen, Colorado/Just how low/You had my heart/I'm with you Pt.1/Honey bad/The way we are/Don't steal my love/I'm with you Pt.2


È ferma, chiara e antica idea (ad ogni uscita, sempre più confermata) di chi scrive, che Robert Cray sia, oggi, il solo autentico grande ‘bluesman’ vivente. Scomparsi, ormai, tutti quanti hanno fatto scuola e storia nel campo del blues e del soul, Cray resta l’ultimo tra gli uomini in campo, a incarnare quell’idea di grandezza che oggi è, ahimè, custodita soltanto nelle tombe e tra le pieghe dei ricordi. Come nessun altro ai giorni nostri, grazie a uno strumento vocale plastico e al suo talento di indiscutibile e riconoscibile stilista della chitarra, Cray, recuperando e mettendo a frutto la lezione di Bobby Bland, ha saputo amalgamare e sviluppare, in un’unica entità autenticamente moderna ma mai dimentica della propria genesi, i linguaggi del blues e del soul, riproponendonene grazia e veemenza.
Non stupisce, dunque, che in questo suo ultimo disco, abbia ingaggiato i rimasugli della gloriosa Hi Rhythm Section e si sia dedicato a una rivisitazione di quel peculiare sound direttamente tra le mura della propria casa natale: a Memphis, nei Royal Studios, e con la produzione, non indedita per Cray, di Steve Jordan. Stupisce, invece, conoscendo le sue, pure ottime, doti di autore che lo abbia fatto concentrandosi, pur se ben scelti, principalmente su brani altrui. Tanto che il compito di declinare al meglio le atmosfere dell’opera spetta al Bill Withers di The Same Love That Made Me Laugh, habitat naturalmente favolevole al nostro Cray che, puntuale, rende suadente e arricchisce il brano con, in coda, distintive sottolineature chitarristiche. Omaggia O.V. Wright con un tipico brano Hi come You Must Believe In Yourself e insuffla e mantiene la sua tipica, naturale, delicata eleganza soulful nei due originali You Had My Heart e nella romantica ballata The Way We Are fecondata, sul finire, dalle sparse, essenziali note della chitarra.
Non tutto qui è direttamente riconducibile a Memphis e al sound della Hi Records. Due, per esempio, sono i brani ripescati dal repertorio di Tony Joe White che, ospite in studio, si unisce con la sua armonica: la melodica, delicata Aspen, Colorado e l’ipnotica Don’t Steal My Love. Completano il quadro un terzo originale, Just How Low, dai toni sommessamente politici e sociali e, diviso in due parti, il doo-wop I’m With You, tratto dal repertorio dei 5 Royales e del suo leader Lowman Pauling. G.R.


CHICKENBONE SLIM

"The big beat"

Lo-Fi Mob Rec. (USA) - 2017

The big beat/Long way down/Hemi dodge/Vodka and Vicodin/Long legged sweet thing/Do you like it?/Me and Johnny Lee/Man down/Break me off a piece

Chickenbone Slim, ovvero Larry Teves. La sua storia comincia come bassista in San Diego ma, nel 2011, si reinventa chitarrista-cantante prima coi Boogiemen e poi coi Jinxking. Oggi, invece, si presenta trasformato in Chickenbone Slim & the Biscuits e propone un disco la cui genesi si può ben definire fortuita. C’erano le canzoni, ma non era ancora matura l’intenzione di registrarle così come non lo erano gli arrangiamenti. Trovatosi dalle parti di San Francisco con nulla da fare tra un concerto e l’altro, si presenta ai Greaseland Studios di quel discolo di Kid Andersen, all’epoca, fortunatamente libero da impegni ‘on the road’ e con lo studio a piena disposizione. Giusto il tempo di far su Big Jon Atkinson come ospite, arrangiare i brani e si registra The Big Beat.
Il titolo parla chiaro: il suono è spesso, grasso con una forte connotazione boogie, percussiva e, in questo, Kid Andersen è stato l’uomo chiave. Le ascendenze sonore dominanti sono quelle della California con pieghe coinvolgentemente rockeggianti come in Long Way Down o più tradizionali come in Do You Like It? e Break Me Off A Piece. Si ritrovano echi di Lazy Lester in Me And Johnny Lee mentre il ritmo si fa dispari e vagamente psichedelico in Long Legged Sweet Thing, brano che non sfigurerebbe tra il repertorio più blueseggiante dei Doors. Ci sono un paio di episodi che si discostano dai più tradizionali riferimenti blues come il country & western Hemi Dodge e la successiva, folky Vodka And Vicodin, sagace esaltazione del mix di alchool e chimica farmaceutica come sollievo ai problemi personali “...get myself some chemical motivation, because sometimes reality sucks/I wouldn’t tell you how to live your life/Everyone does what they think is right/I medicate my blues away...”. E, pensare a questo testo rileggendo le note di copertina che dedicano il disco ai reduci militari americani, fetta di società dove il tasso di suicidi pare essere del 50% superiore al resto della popolazione, ne rende ancora più evidente il senso.
Innegabile il fondamentale apporto ritmico di Marty Dodson alla batteria così come il talento di autore di Larry Teves che traspare da quest’opera, tra le più fresche soprese del 2017. G.R.  


DEE DEE BRIDGEWATER

"Memphis...Yes, I'm ready"

OKeh Rec. (Usa) - 2017


Yes, I'm ready/Giving up/I can't get next to you/Going down slow/Why (am I treated so bad)/B.A.B.Y./The thrill is gone/The sweeter he is/I can't stand the rain/Don't be cruel/Hound dog/Try a little tenderness/(Take my hand) Precious Lord


Emersa dalla palestra vocale delle orchestre di Thad Jones e Mel Lewis, nei decenni, Dee Dee Bridgewater ha esplorato estensivamente le varie sfaccettature del canto jazz, finanche con divagazioni etno. Oggi, come lascia intendere l’autoesplicativa foto di copertina con ritratto infantile dell’artista, torna a “casa” licenziando un sorprendente disco nel quale rivisita alcune ben note pagine di blues e soul.
Titolo e copertina, non sono casuali. Memphis è stata la città nella quale è cresciuta, esposta ai suoni più tipici della tradizione locale. Così, proprio nei Royal Studios della città e con la complice coproduzione di Lawrence ‘Boo’ Mitchell, figlio di tanto Willie e attuale proprietario di quegli studi, Dee Dee restituisce lustro a molta musica nata tra quelle mura. Il suo strumento, sempre in agile oscillazione tra dense profondità emotive e gaia spensieratezza, ha dimostrato in passato, occasionali forzature di registro; ma in Memphis, I’m Ready si rivela, invece, compiutamente governato e messo a fuoco, libero da orpelli e ornamenti che talvolta toglievano spessore all’interpretazione. Tramite una meritoria opera di sottrazione del superfluo e rafforzamento degli aspetti peculiari del registro attraversa, con matura sicurezza, il giardino segreto di un repertorio che è stato esperienza costante d’ascolto durante la sua adolescenza, ma mai interpretato prima. Il soul più schietto emerge, senza grosse sorprese e ottimamente interpretato, in Yes, I’m Ready, B.A.B.Y., The Sweeter He Is e Try A Little Tenderness. Le sorprese arrivano, invece, quando la Bridgewater si immerge nella rilettura personale di una serie di classici. La confessione di Givin’ Up, che fu di Donny Hathaway, viene limata dell’originale cupa drammaticità e acquista lievi, corali accenti sacri; trasforma radicalmente l’Elvis di Don’t Be Cruel e Hound Dog estraendo dal loro centro, sulla base di un groove funk nel primo e su un raggae sincopato nel secondo, le rispettive e più schiette anime R&B; opera, poi, una ulteriore, inattesa seduta di maquillage al sempiterno B.B. King di The Thrill Is Gone che trasfigura, nelle mani di Dee Dee, in un fumoso, insinuante, notturno funk. Una lenta, palpabile tensione erotica permea, con convincente efficacia, l’Al Green di I Can’t Get Next To You. Maestosamente glorioso il finale gospel con Precious Lord.
Ad accompagnarla, trionfante tra queste mura, non potevano mancare alcuni nomi storici come Charles Hodges, James ‘Bishop’ Sexton e Lennie McMillan. G.R.

RONNIE BAKER BROOKS


"Times have changed"

Provogue Rec. (Usa) - 2017

Show me (feat. Steve Cropper)/Doin' too much (feat. "Big Head" Todd Mohr)/Twine time (feat. Lonnie Brooks)/Times have changed (feat. Al Kapone)/Long story short/Give me your love (feat. Angie Stone)/Give the baby anything the baby wants (feat. "Big Head" Todd Mohr & Eddie Willis)/Old Love (feat. Bobby "Blue" Bland)/Come on up (feat. Felix Cavalliere & Lee Roy Parnell)/Wham bam thank you Sam/When I was we (feat. Archie "Hubby" Turner)

E' un compendio di musica nera questo improvviso, quanto felicissimo, ritorno alle scene di Ronnie Baker Brooks. Al netto dei tanti ospiti che, ben lungi dal riempire vuoti, sottolineano con opportune presenze, lo spirito di ben precisi brani, con questo Times Have Changed, l'ancor giovane Brooks ci ricorda non solo del suo chiaro talento di chitarrista, qui ben bilanciato e opportunamente addomesticato da una sapiente produzione (opera di Steve Jordan), ma ci sorprende con un registro vocale profondamente soulful e ben calato in un contesto moderno.
Spesso coadiuvato da chi ha fatto la storia di Memphis e delle sue sale di incisione (i fratelli Hodges tutti, Lannie McMillan, Michael Toles, Lester Snell), dopo aver aperto questa sua opera del gran ritorno con Show Me A Man, omaggio al Joe Tex del periodo Atlantic (ospite, la chitarra di casa Stax di Steve Cropper), Brooks prosegue con Doin' Too Much, brano che ben figurerebbe tra il più recente repertorio folk-funk dell'arguto Bobby Rush, dove la sparsa, incisiva chitarra del giovane Brooks duetta col canto lievemente ossidato di Big Head Todd Mohr. Nel prosieguo, le due generazioni, quella del padre, Lonnie Brooks, più riflessivo e mellifluo e quella del figlio Ronnie, vivace e nervoso, si confrontano nello strumentale Twine Time. Con la nostalgica Times Have Changed, la chitarra e le atmosfere arrichite da ben arrangiati archi ricordano, con originalità, alcuni lavori anni '70 di B.B. King, Bobby Bland o Little Milton, e l'aggiunta del moderno rapper Al Rapone non fa altro che figurare quale opportuna, manifesta giustificazione dei tempi che cambiano. Pure il moderno funky blues di Long Story Short, benedetto da alcuni pungenti accenti di chitarra che ricordano, come improvvisi lampi di memoria, l'Iceman Collins fu Albert, piacerebbe assai all'ultimo Bobby Rush. Angie Stone compare, prima sommessamente ospite poi sempre più padrona della scena nella lunga, percussiva, sinuosa suite Give Me Your Love, degna del miglior Isahac Hayes.
E, dopo tanto proemio, giungiamo, ora, alla commozione. Il verso iniziale di Old Love, quel “...I can feel your body when I'm lyin' in bed...”, porto con affaticata mestizia dalla voce crepata di Bobby Bland, ormai malinconicamente avviato al tramonto, ma ancora capace di inattese, quanto, brevi e profonde zampate emotive, conferisce un fascino inedito al brano di Eric Clapton, divenuto, qui, inestimabile gemma se si pensa che questa costituisce l'ultima registrazione ufficiale, illuminata dalla drammatica, pensosa chitarra di Brooks, dell'inarrivabile “Blue” Bland. Felix Cavalliere e Lee Roy Parnell contribuiscono a tirare su il ritmo con la scanzonata Come On Up. Wham, Bam, Thank You Sam, delizioso racconto di una spiccia, modernissima donna in carriera (“...she's a hard working woman, with a lot goin' on and when she knows what she wants sure come on strong...”) che, con disappunto maschile (“....she hurt my feelings when we got through, she said don't call me, I'll call you....”), non desidera intralci amorosi a frapporsi tra i suoi edonistici progetti esistenziali. La nostalgia per i tempi andati evocata dal titolo del disco ritorna in chiusura, questa volta declinata in chiave non sociale, ma intima, con una splendida soul ballad dal titolo autoesplicativo, When I Was We. G.R.


LISA BIALES

"The beat of my heart"

Big Song Music Rec. (USA) - 2017

Disgusted/What a man/I don't wanna hear it/Be my husband/Messin' around with the blues/Said I wasn't gonna tell nobody/Crying over you/Wild stage of life/Don't let nobody drag your spirit down/Romance in the dark/I should've known better/Brotherly love


L’efebico, cristallino soprano di Lisa Biales è calato qui in un repertorio e in uno stile non sempre allineati con le sue peculiari caratteristiche vocali. Ma, la nascita di questo disco, ha una sua storia particolare; e, questa storia, ha un suo fascino dal lessico affettivo, famigliare. La sua genesi risiede, infatti, nel ritrovamento di un vecchio 78 giri, inciso, nel 1947, da Alberta Roberts, madre della Biales: il brano in questione, scritto da Alberta stessa, si intitolava Crying Over You ed era la chiara raffigurazione di una fiorente ragazza di ventiquattro anni con l’intera vita davanti a sé e, al proprio fianco, ancora intatti, tutti i giovanili sogni. La Biales sentì per la prima volta sua madre cantare quella canzone mentre lavava i piatti e ricorda come quella donna le sembrasse così malinconicamente persa nella canzone tanto da apparire trasportata nel tempo e nello spazio. Quando, poi, ritrovò quel 78 giri Lisa Biales capì, ben oltre l’emozione della riscoperta, come la madre, cantando quel brano nello svogliato esercizio delle faccende di casa, si fosse sentita proiettata verso un tempo in cui tristezza, frustrazioni e sogni infranti erano ancora là da venire. Malgrado il disco originale fosse decisamente rovinato, l’operazione di restauro cui è stato sottoposto ha comunque permesso un’altra magia: concedere alle due donne, con un nuovo viaggio dimensionale nel tempo, di cantare insieme. Nel brano omonimo qui presente, infatti, il primo verso che si ascolta è proprio estratto dal disco originale e cantato da Alberta Adams stessa che, dal secondo verso, lascia spazio alla figlia.
Prodotta dal prolifico, lungimirante Tony Braunagel, la Biales, che in questo disco rinuncia alle sue doti di autrice per mostrarsi solo nel ruolo di pura interprete, è accompagnata da musicisti di prim’ordine (tra gli altri, Jim Pugh, Larry Taylor, Joe Sublett oltre che Braunagel stesso) impegnati a creare, col supporto di una sezione fiati, un sound ricco e corposo. Se, nei primi brani, padrone incontrastato è il ritmo è pur vero che, le caratteristiche migliori della sua voce emergono, più cristalline, quando il ritmo rallenta e l’atmosfera si fa più pensosa e lirica. Così, in Messin’ Around With The Blues, Romance In The Dark, Wild Stage Of Life o la stessa Crying Over You, la cantante si concede a quelle dinamiche e a quegli abbellimenti che meglio ne evidenziano le proprietà vocali e la calano nel contesto a lei decisamente più affine. Ma non è solo la torch-song a dominare la scena: c’è il funky di What A Man, la rilettura di Eric Bibb per mezzo del suo moderno spiritual Don’t Let Nobody Drag Your Spirit Down e il sorprendente, trascinante gospel Said I Wasn’t Gonna Tell Nobody. Meno convincente, invece, la riproposizione di Be My Husband di Nina Simone: il percussivo sciamanico senso di preghiera ancestrale, di intima, vulnerabile confessione dell’originale viene, qui, in buona parte smarrito. G.R.  


 
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