2018 - Macallè Blues

Vai ai contenuti

Menu principale:

News & Reviews > Reviews > Shortcuts


Shortcuts: i cd in breve...


Shortcuts: i cd in breve...: in questa sezione del sito, troverete le recensioni delle novità discografiche, ma in versione compressa!

BIG APPLE BLUES

"Manhattan alley"

Stone Tone Rec. (USA) - 2018

You gotta start somewhere/Happy/Take two/SDW/Deep talkin'/Hudson breeze/Steamroller/Subway rumble/Love as I know it/Rock on

Big Apple Blues è ciò che accade quando un ben nutrito gruppo di straordinari musicisti, provenienti da diverse esperienze ed estrazioni, si riunisce e decide di affrontare, della musica, l’aspetto che meglio conosce: quello squisitamente strumentale. Nell’ambito del “blues” (genere che metto tra virgolette in quanto da intendersi nell’accezione più ampia e inclusiva del termine), ci vogliono le palle per fare questo; e poi capacità, e pure un briciolo di follia. E se riesci a non far sentire la mancanza di una voce, significa che hai fatto in modo che gli strumenti siano la voce: e, allora, chapeau!
La band, alla sua seconda uscita discografica dopo il precedente Energy, è composta da musicisti più o meno noti dell’area newyorkese, compreso l'immeritatamente misconosciuto, enorme talento che è Zach Zunis, chitarrista del quale abbiamo apprezzato – e non poco - le doti ascoltando i dischi più recenti di Janiva Magness. Molto intelligentemente, trattandosi di un disco interamente strumentale, sono molte e variegate le spezie che Big Apple Blues aggiunge al “piatto”: blues, soul, funk e un pizzico appena di rock e jazz. A caratterizzarne il suono, oltre a una chitarra agile, inventiva e versatile, un Hammond (Jim Alfredson) e un basso (Admir "Dr. Blues" Hadzic) corposi e fiati quel tanto che basta. Troppo facile e anche impreciso sarebbe l’accostamento a Booker-T and the MG’s: l’amalgama di genere dei Big Apple Blues è talmente ben cremosa e compiuta che potremmo addirittura parlare di un "Big Apple sound". Tanto che, questa volta, il non assaggiare la “mela” sarebbe un peccato: provare per credere! G.R.

ARTUR MENEZES

"Keep pushing"

Autoprodotto (USA) - 2018

Now's the time/Keep pushing/Come with me/Any day, anytime/Should have never left/Love'n'roll/Pull it through/Give my money back/Can't get you out of my mind/'Till the day I die

Artur Menezes, vigoroso e virtuoso chitarrista e cantante, dai natali brasiliani e americano d'adozione, ama molto i cambi di ritmo nonché le mescolanze di stili e influenze. Da una chitarra che, nell’iniziale Now’s The Time, omaggia apertamente B.B. King e che, con chirurgica precisione di tono e fraseggio, ne ritaglia netta la sagoma artistica prosegue, lungo le tracce di questo suo Keep Pushing, verso diversi e più vasti orizzonti. In Should Have Never Left, per esempio, guarda dritto verso Albert Collins così come la sua voce strumentale si fa inaspettatamente jazzy e swingante in Love'n'Roll fino a divagare in territori quasi progressive con Pull It Through. E se Can't Get You Out Of My Mind è quella tenera, delicata ballata soulful che non ci si aspetterebbe da uno come lui, 'Till The Day I Die chiude decisa il sipario sulle luci sfumanti di una scenografia hard rock. Tra gli interstizi di tutte queste parentesi, la sua chitarra, energica e graffiante, si fa spesso nervosamente fantasiosa e anche personale; come a dire, e con orgoglio: i miei padri sono questi, ma io sono altro da loro! E inoltre, in un programma fatto di tutti brani inediti, piacciano o non piacciano stile e suono, sono solo motivi di cui rallegrarsi. G.R.

JOHN CLIFTON

"Nightlife"

Rip Cat Rec. (USA) - 2018

Strange land/Sad about it/Last clean shirt/Long as I have you/Brand new way to walk/Swamp dump/How about that/Still a fool/Nightlife/Wild ride/No better time than now/Every now and then

Nel guardare l’albero, spesso si intuiscono le radici. Vero qui, dove a guardare la copertina del disco, non ci si sbaglia: si intuisce al volo che il suo contenuto, probabilmente, non sarà nulla di avanguardistico, ma del genuino, famigliare, disadorno e diretto armonica-blues. E così è!
Tolti il lungo slow che conclude questo disco, dove l'armonicista-cantante riprende quasi, nota dopo nota, la parte di armonica che fu di William Clarke nel suo Lonesome Bedroom Blues (correva l’album Blowin’ Like Hell) e uno dei tre brani autografi Brand New Way Of Walk che parrebbe uscito dalla pancia dei Blasters, John Clifton, che oltre al canto e all’armonica, si cimenta anche alla chitarra in tre brani, apre le danze con una cover di Charlie Musselwhite e, forte di una band energica e verace che annovera l’incisivo e discreto Scott Abeyta alla chitarra e il piano di Bartek Szopinski tra i propri pilastri centrali, sembra proporci una rivisitazione moderna di Paul Butterfield e della sua band. Il disco è per metà composto da cover, alcune ben note, altre meno e, in parte anche ben rilette: ne costituiscono un ottimo esempio la Sad About It di Lee Moses e la delicatamente country Last Clean Shirt del celebrato duo Leiber/Stoller. G.R.

TOMISLAV GOLUBAN feat. TONI STAREŠINIĆ

"Velvet space love"

Spona Rec. (USA) - 2018

Zero gravity/Space drive/My Jupiter mistress/Hypersleep dream/10_9_3/The busiest woman I've ever loved/TSMK/Till the end of space and time/Zero gravity remix/TSMK remix/Man with a harmonica

Ci si avvicini a questo disco col cuore libero da preconcetti e dal malsano desiderio di ritrovarsi immersi nei rassicuranti clichè di forme musicali note.
Tomislav Goluban è un brillante armonicista croato. Toni Starešinić, croato anch’egli, è invece pianista votato all’elettronica dei sintetizzatori, all’improvvisazione e alle sperimentazioni sonore. E quale sarà il risultato di una tale, inusuale formula alchemica? Una musica per gli sconfinati, profondi spazi dell’io, la colonna sonora adatta a un viaggio, puramente strumentale, onirico in assenza di gravità e zavorre di varia natura. Non a caso l’armonica di Goluban, invero sempre molto bluesy, nel tono e nel fraseggio, già nell’iniziale Zero Gravity sembra fluttuare, sospesa, in una densa melassa di elettronica mentre, tra la selva dei numerosi remix, TSMK parrebbe quasi concepita per accompagnare le chete movenze di Charles Bronson in un moderno, spaziale C'era Una Volta Il West. E allora, forse, non è casuale che il disco si chiuda sulle note dell’unica cover presente, ancorchè riveduta e corretta attraverso le lenti di questi due visionari musicisti: Man With A Harmonica di Ennio Morricone, dal celeberrimo, sinistro motivo d’armonica, qui magistralmente ripreso. Uniche note fuori dal coro, per così dire, che ci riportano immantinenti con, almeno, un piede per terra, sono quelle di The Busiest Woman I Ever Loved: questo brano, illuminato dalla chitarra di Mike Sponza e da un’armonica che rimanda ai grandi californiani dello strumento, rincorre, con swing, una traiettoria maestra più apertamente blueseggiante dove, con toni quasi da big band, complici i fiati, si mescolano delicatamente vari ingredienti timbrici e architettonici: come se Joe Zawinul avesse arrangiato e diretto Wes Montgomery e George “Harmonica” Smith. G.R.

DURAND JONES & THE INDICATIONS

"Durand Jones & the Indications"

Colemine Rec. (USA) - 2018 - Deluxe Edition

Make a change/Smile/Can't keep my cool/Groovy babe/Giving up/Is it any wonder/Now I'm gone/Tuck'n'roll/I can't do without you (live)/Make a change (live)Can't keep my cool (live)/Groovy babe (live)/Should I take you home (live)/Dedicated to you (live)/Now I'm gone (live)/Is it any wonder (live)/Smile (live)/Giving up (live)

Sebbene non disponga delle doti vocali e della risonanza emotiva di cui i grandi soulmen erano dotati e capaci, si ascolti anche soltanto l’appassionata urgenza di Can’t Keep My Cool per riassaporare, anche solo per pochi istanti, la veemenza del soul più schietto e vibrante, quel senso intimo di intensa orazione che coniuga le istanze tipiche della musica di ispirazione sacra con lo spirito di quella profana: qui, il cielo incontra la terra ed è nuova alleanza.
Lo strumento di Jones, roco e monocorde, scuro nella sua più comune manifestazione, ricorda un po’ il recente Lee Fields. Anche musicalmente, alterna episodi schiettamente soul ad altri dal taglio più funk e con groove marcati e ossessivi. In questa direzione vanno altri due brani, tra i più riusciti e trascinanti: il funky blues minore Now I’m Gone e il singolo Make A Change.
Dal cuore della bayou dove è nato a un anonimo condominio dell’Indiana dove è finito a vivere, nulla s’è perso dei suoi trascorsi giovanili consumati a suon di soul e canti di chiesa e tutto quanto pare riverberarsi tra la copertina del disco e il nome della band, entrambi decisamente ‘old school’. E se riuscite a procurarvi la versione deluxe di questo lavoretto, tanto meglio: avrete la possibilità di ascoltare gli stessi brani (con l’aggiunta di un altro paio) in doppia versione, studio e live, quest’ultimi registrati tra Boston e Bloomington, Indiana. G.R.

MARCIA BALL

"Shine bright"

Alligator Rec. (USA) - 2018

Shine bright/I got to find somebody/They don't make 'em like that/Life of the party/What would I do without you/When the Mardi Gras is over/Once in a lifetime thing/Pots and pans/World full of love/I'm glad I did what I did/Too much for me/Take a little Louisiana

Col tempo, la voce di Marcia Ball si è fatta un po’ più speziata e profonda; ma questa è l’unica macroscopica differenza osservabile mettendo sul vetrino il suo ultimo Shine Bright, nuovo tassello che si aggiunge alla già copiosa discografia di questa brillante cantante pianista. Per il resto, solo conferme!
La casa discografica è ancora l’Alligator, la medesima che ha pubblicato buona parte delle sue uscite discografiche e, musicalmente, il disco contiene quanto di più naturale ci si possa attendere dalla Ball: un trionfo caleidoscopico, carnascialesco di barrelhouse piano e New Orleans sound. A spezzarne l’andazzo, soltanto un paio di delicate ballads (What Would I Do Without You e World Full Of Love), il brillante funk di Pots and Pans, Life Of The Party dal sapore mariachi e la conclusiva Take A Little Louisiana, omaggio zydeco a Jesse Winchester. La produzione è tutta nelle mani di Steve Berlin e le registrazioni effettuate tra Austin e il leggendario Dockside Studio di Maurice, Louisiana. G.R.

REVEREND FREAKCHILD

"Dial it in"

Floating Rec. (USA) - 2018

Opus earth/Personal Jesus (on the mainline)/Hippie bluesman blues/Dial it in!/Skyflower/Roadtrance/Damaged souls/15 going on 50/It's alright, ma (I'm only bleeding)/Soul of a man/Opus space

Indicatore di percorsi, illuminatore di strade esistenziali, del prolifico reverendo-filosofo Freakchild si può pensare tutto, avendo lui invaso il già vasto orizzonte delle produzioni discografiche attuali, con nuove, sempre singolari uscite, a cadenza pressoché annuale. Noto con favore, però, che a differenza del penultimo, in verità poverello e un po’ deludente, Preachin’ Blues, questo Dial It In suona assai convinto e convincente.
Abbandonati, in buona parte, loop, campionamenti e altre moderne diavolerie in questo disco, Freakchild, si avvale di comunemente mortali musicisti (e, nemmeno, gente da poco se, tra le fila, troviamo figuri dal passato speso tra Bob Dylan, Levon Helm, Al Green, etc.) che mascherano e imbelletano i limiti tecnici del protagonista. Perché, se per nulla gli difettano le idee, la manualità con lo strumento quella, un pochino, sì. Ciò che il “reverendo”, invece, non abbandona mai è la congenita predisposizione al concept album. In questo senso, la vetta fu raggiunta col doppio, seducente Illogical Optimism; ma, in quanto a concetti, anche quest’ultima uscita non scherza affatto. Aperta e chiusa da due acustiche parentesi psichedeliche inneggianti alla terra e allo spazio, ciò che vi sta in mezzo è musica per il corpo e per lo spirito. Su tutto, si elevano due cover: Personal Jesus (sì, proprio quella dei Depeche Mode!) e la dylaniana It’s Alright, Ma, interpretata con inusuale gusto del rischio e una particolare attenzione al testo. G.R.

WILLIE JACKSON

"Blues"

Autoprodotto (USA) - 2018

Just an old dog/Big bones woman/I'll throw you back/Sleepin' on the job/Why you still mad?/Diggin' my shovel (in your sister's backyard)

La gommosa pastosità del baritono bruno e risonante di Willie Jackson, allevato ed educato nei cori sacri della chiesa del sud, ben si sposa al verace lirismo blues di cui questo dischetto si fa fedele contenitore. Poco si sa di lui, se non dei suoi esordi e che, a causa di un incidente, occorsogli nel 2009, dovette lasciare il proprio impiego da ferroviere divenendo, senza possibilità di altra scelta, bluesman a tempo pieno. Ma Willie Jackson da Savannah, Georgia, oltre che cantante, è arguto autore la cui penna è intinta, con decisione, nel denso e scuro inchiostro della più schietta tradizione blues, fatta di allusivi doppi sensi e, caustiche, anche divertenti metafore. E si scorrano soltanto i titoli, per intuire le atmosfere dei brani.
L’opera, che si consuma nel breve spazio di un EP, è pregna di quel verace sapore urbano che permea, con succoso umore, il genere dai tempi di Howlin’ Wolf in qua. Basta ascoltare Big Boned Woman o Diggin’ My Shovel per capire che Willie Jackson conosce la storia del blues del sud e la reinterpreta col filtro dei propri occhi acuti; il quadrinomio chitarra, basso, batteria e armonica, capitanato e scolpito da Dillon Young, fa tutto il resto. G.R.

KRIS LAGER BAND

"Love songs & life lines"

Autoprodotto (USA) - 2018

Aurora borealis/The heart wants what the heart wants/Sweet magnolia/I wanna hold you in my arms/San Francisco bound/You know I love you/Pickin' up the pieces/You and I/Where the green grass grows tall/Guiding light/I'm still here and I ain't lettin' go/I'll be thinking of you/That's what love is/Journey's sonata

Nettamente scostato dalle precedenti uscite di Kris Lager, ben inchinate verso un sole nascente dai tratti funky-blues-rock, quest'ultimo Love Songs And Life Lines suona bucolico e rigenerante come un mantra tibetano. L'intimista luce che illumia le tracce sembra fatta apposta per concentrare l'attenzione sulla vasta preghiera del suo presente, semplice ma efficace songwriting, ispirato da fatti di personale vita quotidiana e umile introspezione esistenziale.
Sarà la voce di Lager, sarà il missaggio a cura del sempiterno Jim Gaines, ma questo disco sembra la rivisitazione, in chiave moderna, di alcune primitive cosucce di Van "The Van" Morrison. Si apre (e si chiude), quasi fosse un testo sacro, con due evocativi strumentali. Ma ciò che sta in mezzo, è tutto frutto della poetica penna di Lager che, accompagnato da un ristretto combo bass and drum, completato da un sax dal suono ora etereo, ora transgenico e occasionalmente esteso a percussioni, cori e piano ci accompagna attraverso un viaggio che trova le sue tappe salienti nel semplice groove di Pickin' Up The Pieces, nelle divagazioni in stile Muscle Shoals di You And I o ancora nella ingenuamente jazzata I'll Be Thinking Of You o nella tenera ballad That's What Love Is. G.R.

GHOST TOWN BLUES BAND

"Backstage pass"

Autoprodotto (USA) - 2018

Come together/Tip of my hat/Shine/Givin' it all away/Big Shirley/Whipping Post/I get high/One more whiskey/I need more love

La versione di Come Together che apre questo disco suona come se fosse stata riletta dal frutto di un curioso esperimento genetico che mescola, nella sua manifestazione fisica, tratti fisiognomici dei Tower Of Power con altri tipici degli Allman Brothers: per la serie, quando una slide guitar sudista incontra la coulisse di un trombone e le ance dei sax. E questa è soltanto la prima pagina di un libro sonoro che riserva, nel suo dispiegarsi, piacevoli sorprese, caleidoscopiche mescolanze e pur storiche citazioni. Non ci si faccia, dunque, trarre in inganno dal nome della band che, al contrario, richiamerebbe immaginazioni assai più tradizionali. Non è così!
Backstage Pass è la quarta registrazione ufficiale di questa vivace band di Memphis e cattura, dal vivo, quel saporito gumbo roots & blues che mescola e confonde i generi. Capitanati da Matt Isbell, cantante, autore ed esperto costruttore di cigar box guitars che, puntualmente, porta sulla scena, omaggiano New Orleans con Tip Of My Hat, ripensano ai Temptations con Shine, spingono forte sul groove con un Givin’ It All Away a uso e consumo del virtuoso trombonista Suavo Jones così come il George Porter di I Get High, qui riproposto in salsa funky rap. Il classicissimo dei fratelli Allman, Whipping Post, trasformato in una cavalcata per Hammond, chitarre, basso e arditi cambi di tempo e ritmo, da solo, varrebbe tutto il disco che, tra le tracce, contiene abili, divertite citazioni di Led Zeppelin, Spencer Davis Group e, finanche, Lou Reed! G.R.

GUS SPENOS

"It's lovin' I guarantee"

Autoprodotto (USA) - 2018

It's lovin' I guarantee/She walked right in/Hush baby don't you cry/Fool's blues/Every tic's got a toc/Blind boy/Livin' is a crime/Lil' dog/I'm gone/Have mercy baby/Hey girl/Kind lovin' daddy/Got myself a diamond

Con una vocalità riminescente del pastoso canto di Charles Brown, Gus Spenos, di professione neurologo, si immerge intero nel regno sonoro dei grandi “greggi”. La propria voce strumentale, cala i toni morbidi e sognanti alla Lester Young in un contesto di schietto R&B anni ‘50 sorretto da una corposa band dalla quale emergono alcune spiccate personalità musicali quali il trombettista Freddie Hendrix, il trombonista Wycliffe Gordon e il leggendario batterista Cecil Brooks III.
In un repertorio quasi interamente formato da classici, pescati dai repertori di Buddy Johnson, Eddie Boyd, Titus Turner e Jimmy Rushing, Spenos trova il giusto spazio per infilare anche qualche originale composizione, a mezza strada tra Louis Jordan e Wynonie Harris, come l’arguto Every Tic’s Got A Toc. In taluni episodi, come Have Mercy Baby, sostenuto dai cori delle Raelettes, il sax di Spenos si muove agile mentre si osservano, lungo le tracce, voli solistici di assoluto pregio spiccati dai succitati Hendrix, Gordon e dall’altoista Bruce Williams. Ottimo, per gli amanti dei viaggi nelle macchine del tempo. G.R.

MARSHALL LAWRENCE

"Feeling fine"

Autoprodotto (CAN) - 2018

Feeling fine/Dancing with a hurricane/Ida Mae/What am I doing here/Blues still got me/Going down to Memphis/Help me find my way home/Mean hearted woman/Keep on walking/Dirty dishes

Piccoli scampoli di Deep Purple, Rainbow, rock sinfonico, Brian May e Status Quo si mescolano in questo cd (il suo quinto) e, nel mescolarsi, affiorano fino a intravedersi ripetutamente tra le trasparenze della vernice dello strumento di Marshal Lawrence e, conseguentemente, tra le tracce qui proposte. Chitarrista, cantante e autore canadese, affronta l’intero disco in formato quartetto (trio base con aggiunta di tastiere), ma soltanto occasionalmente e non prima del terzo brano in scaletta, concede risposta alla fondamentale domanda che sorge spontanea: saprà suonare anche del blues? La replica immediata è un 'sì' e ne troviamo conferma in brani come il futuristico boogie Ida Mae, What Am I Doing Here, nella slide irrequieta di Going Down To Memphis ma, soprattutto, nell’energica Mean Hearted Woman.
Malgrado la presenza di soli brani originali, la scrittura e il canto non sono proprio i suoi principali talenti. Tuttavia, c’è qualcosa di visionario nel modo in cui Lawrence suona e rivisita il genere, che non emerge immediato ma si rivela, adagio, tra le righe e non lascia del tutto indifferenti; soprattutto in quei brani dove riesce a sbarazzarsi degli scampoli di cui sopra. G.R.

THE JAMES HUNTER SIX

"Whatever it takes"

Daptone Rec. (USA) - 2018

I don't wanna be without you/Whatever it takes/I got eyes/MM-Hum/Blisters/I should've spoke up/Show her/Don't let the pride take you for a ride/How long/It was gonna be you

La vulnerabilità più che il vigore; il sommesso abbandono più del fiero carattere sono i macroscopici tratti distintivi di questa seconda opera di James Hunter per i tipi della Daptone che, manco a dirlo, pesca a piene mani, ma con autenticità e rigore, dal sound di un’era che va dalla fine dei ‘50 alla prima metà dei ‘60.
La forza di queste tracce (come molte delle precedenti registrate da questo insolito blue-eyed soul man dell’Essex) risiede, oltre che nello strumento vocale, appena aspro e abraso, di Hunter stesso, nella seducente armonizzazione dei fiati tra loro e in come questi intercettino, nel sapiente gioco del sotteso contrappunto, la chitarra o le tastiere; piano o Hammond che sia. Esemplare eloquente, in tal senso, è già l’iniziale rumba I Don’t Wanna Be Without You, dai cui semplici incanti è difficile sottrarsi. Così, buona della restante parte del disco che, con l’esclusione di Blisters, ruspante blues strumentale per chitarra e orchestra, e di Don’t Let Pride Take You For A Ride, nulla più concede al ritmo serrandosi, invece, tra i confini della nostalgia e della riflessione. Magistrale, poi, How Long, esercizio gospel per voce, chitarra acustica e santificate armonizzazioni vocali a-la Persuasions.
Non sarà, forse, il suo disco più rappresentativo, ma ha il sottile potere di ammaliare, ad ogni ascolto di più. G.R.

THE REVEREND SHAWN AMOS

"Breaks it down"

Put Together Music Rec. (USA) - 2018

Moved/2017/Hold hands/The Jean genie/Freedom suite, pt.1: Uncle Tom's prayer/Freedom suite, pt.2: Does my life matter/Freedom suite, pt.3: (We've got to) Come together/Ain't gonna name names/(What's so funny 'bout) Peace, love and understanding

Per apprezzare compiutamente questo disco – e i motivi non mancano di certo – è necessario superare la consumata retorica, tutta USA (e getta!), del ‘love one another’ di cui sembrerebbe, in parte, permeato. In linea con la descrizione che Amos stesso ne dà - ‘21st century freedom songs’ -, potremmo ben considerare questo lavoro un concept album, che muove da considerazioni politiche e dalle conseguenze sociali che hanno recentemente coinvolto l’America, da Trump in giù, precipitandole, in modo più o meno velato, nelle proprie canzoni; e, in tal senso, 2017 ne costituisce l’emblematica sintesi.
Stilisticamente radicato nella tradizione più verace del blues, del soul e del gospel, ne ammoderna le linee adattandole a traghettare visioni contemporanee. Già l’iniziale Moved, apertura per chitarra, voce e armonica, mescola efficacemente il fango del Mississippi col sacro gospel di chiesa, ma l’apice del disco arriva col trittico centrale Freedom Suite: l’intensa implorazione a cappella Uncle’s Tom Prayer, moderna rilettura di un Bukka White in forma di sussurro gospel-rock e il più convenzionale soul-gospel Come Together, con citazioni tratte da Martin Luther King. Solo apparentemente avulse dal contesto, le due cover presenti: The Jean Genie di Bowie i cui versi minimalisti, ad esclusione del ritornello, vengono efficacemente restituiti come un mix sinistro di Tom Waits e Morphine e il classico di Nick Lowe Peace, Love and Understanding, squisito trionfo per pochi accordi e coro.  
Registrato nei Fame Studios a Muscle Shoals col supporto di ben noti musicisti di memphisiana scuola soul come Michael Toles, Charles e Leroy Hodges, Breaks It Down rivitalizza lo spirito degli Staples Singers e dell’era dei diritti civili alla luce dei tempi nostri. G.R.

TOMMY DARDAR

"Big daddy Gumbo"

Autoprodotto (USA) - 2018

It's good to be king/Headed down to Houma/Baby I can tell/C'mon second line/Let's both go back to New Orleans/Dangerous woman/In my mind/Shake a leg/Big daddy Gumbo

Creatura palustre, emersa dalle viscide fangosità della Louisiana, il mezzo sangue indiano Tommy Dardar  è stato un valente cantante e autore che mai ha visto adeguatamente riconosciuti i propri talenti in vita. Questo disco, infatti, segue la scomparsa di Dardar, avvenuta nel luglio 2017 e, se solo adesso abbiamo il piacere di poterlo apprezzare, lo dobbiamo principalmente alla caparbia volontà del batterista Tony Braunagel, suo amico e compare, che così fortemente ha voluto portare a compimento un lavoro iniziato – e lasciato inconcluso – nel 2001. A inizio secolo, infatti, risalgono le registrazioni di buona parte delle tracce qui presenti, realizzate con la partecipazione di musicisti di prim’ordine come Braunagel stesso, Johnny Lee Schell e il gran talento del piano Jon Cleary. A questi, si sono aggiunti posticci, Mike Finnigan e Barry Seelen all’organo, Joe Sublett al sax e una robusta corale capitanata da Teresa James. L’autocelebrativo, sagace shuffle a-la Elmore James It’s Good To Be King apre un’opera che, altrimenti, quasi tutto concede alla Louisiana e ai suoi ritmi. La pastosa voce di Dardar, infatti, spezia e remescia gli ingredienti di un gumbo che vede nel piano di Jon Cleary uno dei sapori più caratterizzanti: si ascoltino, per dire, le originali, melodiche citazioni di Fats Domino nell’inciso di Let’s Both Go Back To New Orleans o gli echi di Dr. John spuntare tra le note di C’mon Second Line. Ma dove il canto di Dardar diventa ruggito è In My Mind, autografo classic soul, buon viatico per struggimenti notturni. G.R.

LAURIE JANE & THE 45's

"Midnight jubilee"

Down In The Alley Rec. (USA) - 2018

Wait so long/Lucky boy/Midnight jubilee/Howlin' for my darlin'/Fine by me/Down this road/It's been a long time/Couldn't cry alone/Got me where you want me/What's a girl to do/Not with you

Il Kentucky non è propriamente terra di blues ma, nel suo essere terra di mezzo, raccoglie idealmente le influenze musicali delle aree a lei più prossime. Se, da lì, ci spostiamo a nord, poco ci vuole per raggiungere Chicago. Ad est andiamo in Virginia e nelle zone del Piedmont. Se, invece, ci spostiamo in direzione contraria incontriamo prima Memphis e, se ancora non ci si accontenta, proseguendo oltre si arriva fino al profondo sud di Mississippi, Louisiana e Texas. Ecco, Laurie Jane & The 45’s sono un quartetto che arriva proprio da Louisville, Kentucky e che, in questo Midnight Jubilee fa buon uso di tutte le differenti influenze che, lì, si respirano trasportate dal vento.
Sulla base di un suono decisamente vintage, la voce cristallina e sorgiva di Laurie Jane è il collante che amalgama una ritmica verace, di ispirazione rock’n’roll, con una chitarra dal carattere irrisolto e tentennante tra la slide nervosa di Couldn’t Cry Alone, quella in salsa country dell’iniziale Wait So Long e i virtuosismi classicheggianti ben rappresentati dal malinconico slow It’s Been A Long Time. Tra le tracce, spunta una gradevole atmosfera fifties che trasfigura in parte, con piacevolezza, anche Howlin’ Wolf e il suo Howlin’ For My Darlin’. G.R.

MICK KOLASSA and Friends

"Double standards"

Swing Suit Rec. (USA) - 2018

600 pounds of heavenly joy (feat. Sugaray Rayford)/I just want to make love to you (feat. Heather Crosse)/It's tight like that (feat. Victor Wainwright)/Fever (feat. Annika Chambers)/Nobody knows you when you're down and out (feat. Tas Cru)/Rock me baby (feat. Tullie Brae)/Key to the highway (feat. Eric Hughes)/Spoonful (feat. Erica Brown)/It hurts me too (feat. Patti Parks)/Early in the morning (feat. David Dunavent)/Don't you lie to me (feat. Gracie Curran)/Outside woman blues (feat. Jeff Jensen)/Ain't nobody's business (feat. all of the above)

Le canzoni presenti in questo disco, come evidente scorrendo la lista, coprono un'ampio territorio blues e un ugualmente ampio spettro di ben noti autori del genere. Meno noti, invece, sono alcuni dei “friends”, che talvolta appartenenti a una cerchia davvero intima, Kolassa schiera a duettare con lui.
Nata quasi per caso, l'idea di un intero disco di duetti ha preso forma ironizzando sul titolo del sagace 600 Pounds Of Heavenly Joy, registrato con Sugaray Rayford, dando quindi vita a un’operetta dove Kolassa, con la propria voce stagionata ed esperta, pare interpretare, non senza un pizzico di compiacimento, il ruolo del vecchio nonno che, con la partecipata collaborazione di tanti ipotetici nipoti, racconta un sacco di classiche e ben note storielle. Alcune vengono riproposte in una chiave interpretativa appena diversa: è il caso di Nobody Knows You When You’re Down And Out alla quale il violino di Alice Hasan conferisce un gradevole taglio country. Altre, invece, viaggiano più accostate al proprio spirito originale. Tra un repertorio di classici dove Willie Dixon e Tampa Red dominano la scena spunta, margherita tra le rose, la nervosa Outside Woman Blues mentre il suono dell’hammond di Chris Stephenson caratterizza, con toni schiettamente churchy, l’intero lavoro che raggiunge il proprio culmine nella conclusiva, corale Ain’t Nobody’s Business, riscritta e interpretata dall’intero seguito di ospiti assieme. G.R.

GABRIELE DUSI

"Startin' point"

Autoprodotto (ITA) - 2018

Wildness/Doc's guitar/Baby's coming home/The Pink Panther theme/Mr. Guitar/For Chuck/Life keeps goin' on/For the love of Mississippi John Hurt/I'll see you in my dreams/Lighthouse

E’ una finestra spalancata sugli agresti orizzonti del finger picking questo esordio del giovane virtuoso chitarrista veronese Gabriele Dusi. Divertimento a due mani per sola chitarra, realizzato col fattivo supporto di AZ Blues, Starting Point raccoglie una manciata di brani strumentali che pescano, in parte, dal repertorio tradizionale americano, Chet Atkins per primo, del quale vengono riproposti Baby’s Comin’ Home e Mr. Guitar e poi Doc Watson con la sua Doc’s Guitar. Ma, in parte, il disco si regge su composizioni originali dello stesso Dusi o di Lorenz Zadro (sua la dedica a Chuck Berry con For Chuck). La rilettura di Henry Mancini e del tema della sua Pink Panther vira, con gusto, verso nuove pieghe armoniche speziate di jazz avvalendosi, come qualche altro brano, delle percussioni discrete di Max Pizzano. La dimostrazione concreta del legame tra blues e finger style o viceversa si concretizza, invece, in un omaggio a Mississippi John Hurt di cui vengono fuse in forma di medley Make Me A Pallet On The Floor, My Creole Belle e Praying On The Old Camp Ground. Chiude questo ottimo, vivace dischetto, una crepuscolare Lighthouse. G.R.

GREG SOVER

"Jubilee"

Grounded Soul Rec. (USA) - 2018 - EP

Emotional/Jubilee/Hands on my heart/As the years go passing by/I give my love/Temptation (live)/Hand on my heart (short edit)

Pare quasi un obiettivo grandangolare questo disco e, data la generosità del percorso ottico, Greg Sover, attraverso le sue lenti, sembra stia ancora cercando di mettere a fuoco il proprio orizzonte, restringendo auspicabilmente, i già ampi contorni del campo visivo.
Jubilee segue a breve distanza Songs Of A Renegade, disco d'esordio, stilisticamente ben omogeneo quanto meno consistente e/o convincente riguardo ai contenuti musicali.
Qui, sebbene entro la dimensione spazio-temporale ristretta dell'EP, Sover lascia invece intravedere potenzialità in embrione che, ancora lontane dal manifestarsi appieno, marcano una delle due fondamentali differenze rispetto all'esordio. La seconda, è l'abbandono della precedentemente manifestata omogeneità, in favore di un'indeterminatezza di genere estrema e quasi schizofrenica. Andiamo, dunque, per sottrazione: togliamo l'iniziale Emotional, rock radiofonico di maniera, la ballad adolescenziale Hands On My Heart, proposta addirittura – quasi non fosse sufficiente una - in doppia versione e il leggero calypso I Give My Love, ciò che resta si muove indubitabilmente sui binari del blues definendo i contorni di un chitarrista a tratti anche inventivo (si senta il solo sul classico As The Years Go Passing By) e di un autore acerbo, ma con alcune buone intuizioni. Forse un po' poco, per il momento, ma un poco che può aiutare a capire qual è il terreno sul quale Sover sa e meglio può muoversi. Attendere, per vedere gli sviluppi. G.R.

 
Copyright 2016. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu