Unconditional Love - Macallè Blues

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Il disco raccontato da...

Davide Pannozzo

DAVIDE PANNOZZO

"Unconditional love"

Global Publishing Rec. (USA) - 2017

Six wires/Living loving & giving/I heard you/Bring me to the light/One & only/Chasing illusions/Wah wah/The purest thing/Stratus/Lord knows what's in my heart

Dal background accademico e un diploma in chitarra classica al Conservatorio Santa Cecilia di Roma all'abbraccio definitivo e pressoché totale con la chitarra elettrica, di strada ne corre. Ma questo è il percorso che ha intrapreso Davide Pannozzo, giovane e moderno chitarrista blues che custodisce, in punta di dita, diverse influenze, ma non rifugge dall'avventurarsi nei terreni più personali della sperimentazione melodica e armonica.
All'attività concertistica e didattica, da anni affianca quella di registrazione. Dopo A Portrait Of Jimi Hendrix e Born Electric, lo scorso autunno è uscito Unconditional Love, disco più corale e personale, frutto di una collaborazione internazionale: quella di Pannozzo con Steve Jordan e Will Lee. Con Davide, allora, ho provato a entrare nei meandri di questo suo ultimo lavoro (acquistabile qui http://davidepannozzo.hearnow.com/) e quello che segue, ne è il resoconto...

Macallè Blues: Davide, iniziamo a parlare della storia di questo disco che è una storia internazionale: prodotto da Steve Jordan (già batterista con Blues Brothers, John Mayer, etc.) e Will Lee (già bassista con Boz Scaggs, David Sanborn, Phoebe Snow, etc.), registrato in America, come è nata questa grande produzione?
Davide Pannozzo: tutto è nato circa cinque anni fa a dire il vero. Avevo appena pubblicato il disco Born Electric con la Universal Music e stavo scrivendo nuovo materiale e producendo nuovi brani nel mio home studio. Un giorno, su suggerimento di mio fratello (Simone Pannozzo, batterista, ndr) che è un grande fan di Steve Jordan, ho deciso di mandare i nuovi brani in America. Dopo circa tre settimane, ricevo una chiamata direttamente da Steve: aveva ascoltato le mie cose, gli erano piaciute e mi invitava a lavorare insieme al nuovo disco. Da lì, decisi di trasferirmi con mia moglie a New York e iniziare una nuova avventura che ha portato alla realizzazione di Unconditional Love!
Will Lee, invece, l’ho conosciuto per strada: subito dopo il mio trasferimento nella "grande mela" un giorno mi sono imbattuto in un evento dedicato a Miles Davis. C’erano tutti i più grandi jazzisti del mondo e c’era anche Will. Ci siamo presentati, gli ho lasciato la mia musica e il giorno dopo eravamo li a ragionare su come iniziare la nostra collaborazione. Steve e Will suonano insieme da quando avevano diciotto anni! Avevano una band chiamata 24th Street Band con Hiram Bullock alla chitarra e Clifford Carter alle tastiere, ma era da tanto che non facevano qualcosa insieme. Rimettere insieme Steve e Will dopo tanti anni è stato emozionante!
MB: tu non sei nuovo alle collaborazioni internazionali considerato che, nel precedente 'Born Electric', erano presenti ospiti del calibro di Robben Ford e David Garfield oltre al nostro maestro dell’hammond Pippo Guarnera. In 'Unconditional Love', ai due citati produttori, che hanno anche partecipato attivamente alle registrazioni come musicisti, nel disco suonano diversi altri artisti dal corposo curriculum, seppure non propriamente blues, come Ricky Peterson e Oli Rockberger alle tastiere, Shawn Pelton alla batteria: sono musicisti portati a bordo da Steve Jordan e Will Lee?
DP: sì, sono tutti incredibili talenti portati a bordo da Steve Jordan e Will Lee. E’ stato davvero incredibile condividere lo studio con questi artisti immensi. Ognuno di loro ha portato tantissimo al sound del disco!
MB: in questo disco il tuo stile chitarristico ha modo di esprimersi a largo spettro e, sebbene la tua chitarra sia la protagonista principale, si avverte sempre una coralità, un chiaro lavoro di squadra…
DP: assolutamente! A differenza di Born Electric che è più un disco chitarristico, in Unconditional Love ho cercato di lavorare più come “cantautore” che come chitarrista solista. La collaborazione con mia moglie Federica Piacentini (www.federicapiacentini.com) e Ivan Franzini per la scrittura dei testi ha dato uno spessore importante anche alle storie che abbiamo raccontato in questo disco. Oggi come oggi sono convinto che il blues debba tornare a parlare alle persone con un linguaggio nuovo e contemporaneo. Bisogna essere molto attenti alle tematiche che hanno reso celebre il genere ma se vogliamo che il blues torni a essere “di moda”, deve necessariamente tornare a parlare anche alle nuove generazioni e raccontare storie che guardano ai nostri giorni. Questo è quello che abbiamo cercato di fare sia nella scrittura che nella produzione dei brani.
MB: sebbene il tuo stile sia anche inventivo e personale, questo disco lascia emergere le diverse anime che probabilmente hanno accompagnato il tuo percorso di chitarrista. Proverei a fare un gioco, allora. Immagina di essere un altro, di chiudere gli occhi e ascoltare 'Unconditional Love' per la prima volta: istintivamente, quali potrebbero essere i primi, più netti riferimenti chitarristici che il suo ascolto ti farebbe venire in mente?
DP: ti ringrazio! Che dire, di certo sentirei Eric Clapton nella vocalità e nella chitarra, ma anche Jimi Hendrix e Doyle Brahmall II, sia nella parte chitarristica che nella scrittura.
MB: io non amo molto le definizioni, tuttavia aiutano a orientarsi: dunque, stilisticamente parlando, più che al blues in senso stretto, potremmo dire che qui ti rifai a un modo di suonare più facilmente riassumibile col termine 'fusion'?
DP: beh, il termine fusion forse ci porta in contesti un po’ diversi. Io amo definire il mio un Blues Moderno, aperto alle contaminazioni del Jazz, del R&B ma anche del Pop-Soul.
MB: veniamo ai brani: 'Unconditional Love' è composto quasi interamente da pezzi originali. Fanno eccezione solamente 'Wah Wah' di George Harrison e lo strumentale 'Stratus' di Billy Cobham. Cosa ti ha spinto verso queste due cover?
DP: la scelta di Wah Wah è stata di Steve Jordan! Volevamo cimentarci in una cover “diversa” e abbiamo scelto il brano di Harrison perché è un pezzo up tempo ma anche ironico nel testo e divertentissimo da suonare!
Mentre Stratus è venuta fuori un giorno a casa di Will Lee. Stavamo jammando e a un certo punto Will mi propone un giro di basso completamente diverso da quello di Stratus ma che mi ha subito ricordato quella sonorità. Allora ho provato a inserire il tema del brano di Billy Cobham e ne è venuta fuori la versione che poi abbiamo elaborato sul disco. Tra l’altro, una curiosità: Will Lee doveva essere tra i musicisti dell’album originale di Cobham Spectrum. Per qualche strana ragione all’ultimo la produzione cambiò i musicisti e da quel momento Will ha sempre avuto in mente di voler registrare una sua versione di Stratus. Ecco, quale occasione più ghiotta se non questa?
MB: se 'Six Wires' è uno dei brani più blueseggianti del disco, nel percussivo, profondo 'Chasing Illusions' si sente netta l’influenza hendrixiana…
DP: beh, come dicevo prima, Jimi mi ha profondamente influenzato, sia nella parte chitarristica che in quella della scrittura. Sono contento che si senta!
MB: ci sono poi altre atmosfere, anche un po’ sorprendenti. In 'One & Only', per esempio, sento addirittura echi degli Steely Dan…
DP: sì, su One & Only abbiamo voluto in qualche modo omaggiare il suono degli Steely Dan che sono uno dei miei gruppi preferiti di sempre. Adoro il loro modo di mixare i generi, di scrivere cose armonicamente geniali ed essere sempre così attenti alla melodia e alla cantabilità dei brani. Sono geniali!
MB: lo strumentale 'The Purest Thing' pure sorprende con la sua mescolanza di jazz e incisi rock-blues…
DP: sì, mi piace molto mescolare i generi e scrivere cose armonicamente interessanti senza tralasciare la melodia e le aperture più cantabili. The Purest Thing è un brano che si fa suonare anche dal vivo e si trasforma sempre in una lunghissima jam!
MB: dopo molta estroversione, chiude il disco un altro strumentale: il riflessivo e intimista 'Lord Knows What’s In My Heart'…
DP: sì, Lord Knows What’s In My Heart è una ballad in cui mi metto a nudo e svelo la natura di questo disco. La volontà di raccontare storie, in maniera semplice, senza fronzoli, dando la giusta importanza alla musica che rimane al primo posto delle mie priorità, al di là di qualsiasi logica commerciale. Un album puro, in cui rivelo quello che sono oggi.
MB: con una produzione accorta e tutte queste sfumature, alle quali possiamo aggiungere il pop-soul di 'I Heard You' e il delicatamente reggae 'Living Loving & Giving', 'Unconditional Love' risulta essere davvero un disco di ampio respiro e appeal a cui non manca neppure un certo potenziale radiofonico…
DP: grazie di cuore, grazie per queste domande e per lo spazio che hai dedicato al mio “Unconditional Love”!
 
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