Usual Suspects - Macallè Blues

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Il disco raccontato da...

Lex Grey

LEX GREY AND THE URBAN PIONEERS

"Usual suspects"

Pioneer Production Rec. (USA) - 2018

Usual suspects/Chow down/Dirty secret/SRV/Warrior squaw/Sunshine and blue/Cheap thrills/My jellyroll/Renegade heart

Depositaria di una voce potente e versatile, Lex Grey da New York è da anni a capo di una band, The Urban Pioneers che, artisticamente, pare vivere animata dallo spirito della 'comune'. Con le radici ben piantate nel blues e almeno in un'altra dozzina di generi musicali, proprio come in un laboratorio di chimica, i Pioneers sperimentano nuove soluzioni e incantesimi sonori, cristallizzando i risultati grazie alla voce e alla presenza scenica di Lex, a un tempo cantante e reincarnazione contemporanea dello spirito del vaudeville.
Quella che segue, è l'intervista rilasciataci da Lex Grey nella quale chiaramente si discute anche di Usual Suspects....

Macallè Blues: cominciamo da una breve introduzione di Lex Grey and The Urban Pioneers: ci sono molti aspetti caratteristici, nella tua musica come nella tua voce. A proposito di quest’ultima, volendo essere ingiustamente approssimativi, potremmo tranquillamente annoverarti tra le tante moderne cantanti dallo stile energico e ardente come Dana Fuchs, Mandy Lemons, Beth Hart, etc. A un primo sguardo superficiale, sembrate catturare tutte quante lo spirito di Janis Joplin ma, per alcune di voi (e tu sei tra queste), c’è ben altro oltre a ciò. La tua voce, per esempio, non è soltanto un grido modulato e passionale: c’è, sì, potenza, ma anche intonazione, gusto, dinamica e il senso del raccontare una storia...  
Lex Grey: sono spesso stata paragonata a Janis Joplin ed è una cosa che ho sempre odiato! Ognuno di noi vede se stesso come un artista che esplora e inventa la propria voce, il proprio suono. Devo dire però che, con l’andar del tempo, la voce di Janis, le canzoni e la sua capacità unica di interpretare il blues hanno superato la prova del tempo. Oggi non m’importa più essere paragonata a un’artista la cui musica è così eternamente grande, appassionata e celebre. Il mio obiettivo è quello di convogliare delle storie attraverso la forza propulsiva delle emozioni. Anche quando le storie che raccontiamo sono differenti, le emozioni che le ispirano sono universali. Questo senso di relazione, di legame, di intima interconnessione è qualcosa che mi piace condividere; è la mia forza motrice;   
MB: a proposito della tua musica e, in particolare, di questo tuo ultimo cd: ascoltandolo, avverto molte influenze stilistiche. E non è poi così una sorpresa se penso al fatto che tu vieni da New York e che, musicalmente, sembri uscire proprio da quella misteriosa, oscura, segreta, “cantinara” scena newyorkese di un tempo. Ci ritrovo una ruspante base blues mescolata a rock tradizionale, un po’ di country e la capacità di scrivere testi evocativi. E tu come descriveresti tu la tua musica?
LG: trascorrere tutta la vita in una città internazionale come New York, significa vivere in una condizione in cui è il resto del mondo che viene a te; non il contrario. A New York è sempre stato possibile trovare qualsiasi tipo di “scena”, qualsiasi stile musicale, gente di qualsiasi età e classe economica o sociale. Tutte le razze, i sessi, i gruppi etnici; i Persuasions stessi (ndr: noto gruppo vocale afroamericano) si sono formati proprio nell’ambiente dell’underground newyorkese, uniti dall’amore per l’arte e la libertà di espressione. Noi abbiamo avuto l’onore di essere parte della colonna sonora, per così dire, di quel movimento, di quella cultura. Premesso ciò, descriverei la mia musica come un viaggio eclettico attraverso i generi, con il faro puntato sulle nostre vite, sulle storie della gente che amiamo, intratteniamo e che conosciamo bene. Nella nostra musica ci sono, infatti, anche storie personali;
MB: mi viene da pensare a diverse band o diversi artisti che possono avere avuto una certa influenza su di te: dalle prime, sfacciate cantanti blues come Ma Raney, Pearl Bailey e Big Mama Thorthon fino ai Beatles, Rolling Stones, Mink Deville…
LG: adoro il vecchio blues. Ma mi piace molto anche il rock classico, il jazz, il country, la disco, i canti gregoriani, il bluegrass e il burlesque. E la lista potrebbe andare oltre! Mi ritengo influenzata dalle cose che mi emozionano e che mi fanno sentire un certo brivido dentro. Le cose autentiche, vere; quelle irriverenti e comiche. Le cose che vengono dalla verità del cuore, sia che questa verità sia divertente, tragica, stimolante o di tutto questo un po’;
MB: e si avvertono anche un pizzico di punk così come elementi di burlesque  e vaudeville...
LG: sono cresciuta col punk rock! The Clash sono stati la mia prima band preferita. Successivamente, in quanto rocker newyorkese, sono stata assoldata per condurre uno show di Burlesque e sono stata, poi, iniziata a ogni tipo di musica roots e rock: Ma Rainey, Billie Holliday, Louis Armstrong e Mae West. Ho capito presto che tutti questi generi, in apparenza così distanti, erano ben più in relazione tra loro di quanto potesse sembrare. Essere stata cantante nel mondo del burlesque è stato fantastico e mi ha permesso di entrare in contatto con tutta quella bella gente coinvolta nel Vaudeville revival. Ha contribuito, inoltre, a trasformare la visione che avevo di me stessa e, conseguentemente, il mio viaggio musicale. Immagino che anche i Beatles abbiano avuto un’esperienza simile, al tempo dei loro esordi, come band dai tratti burlesque;
MB: per tutte queste ragioni e anche per l’uso che talvolta fate di strumenti meno usuali come il violino, potremmo dire che la musica degli Urban Pioneers possiede tratti sofisticati e crudi a un tempo….
LG: The Urban Pioneers incoraggiano le collaborazioni e avvertono un bisogno urgente di mantenere la propria musica ispirata e in evoluzione. A livello di strumenti, abbiamo utilizzato di tutto: violino, theremin, zither, fisarmonica. Persino strumenti artigianali fatti in casa, bottiglie di birra, sofisticati strumenti antichi, battiti di mani. E, ovviamente, la voce e le voci! Spesso, su disco e dal vivo, invitiamo ospiti: qualsiasi persona con una propria visione musicale può salire, col suo strumento, sul nostro palco;
MB: tu hai anche una forte vena attoriale: c’è stato qualcosa che, nel corso degli anni, ha cambiato il tuo approccio al palco e ha influenzato lo sviluppo di ciò che gli Urban Pioneers sono oggi?
LG: quando sei sul palco, non stai solo suonando o cantando canzoni: le stai interpretando, mimando, stai raccontando una storia e lo fai con tutto il tuo corpo. Questo è teatro, spettacolo. Io cerco di accompagnare il pubblico attraverso un viaggio che coinvolge tutti quanti i sensi;
MB: un altro aspetto di interesse riguarda i testi: se definissi le tue canzoni come “cruda poesia urbana”, ti ritroveresti in questa definizione?
LG: tutte le mie canzoni nascono come poesie o da una citazione o, ancora, da una storia in embrione che, via via, si sviluppa. A volte non ho bene idea quale sia il punto di approdo fino a quando non lo raggiungo veramente;
MB: ora diamo un’occhiata alle canzoni. Abbiamo detto che The Urban Pioneers sono una band radicata nel blues e, ovviamente, troviamo immediata conferma a ciò in brani come il boogie alla Canned Heat 'SVR' o 'My Jellyroll'…
LG: in senso generale, e anche nella musica, troviamo sempre conforto nelle nostre radici. Queste canzoni sono nate fondamentalmente da jam session, fatte sul palco, in hotel o in studio;
MB: il cd, però, si apre con la misteriosa e sinuosa 'Usual Suspects'….
LG: Usual Suspects è nata come traccia base ed è stata scritta interamente da me, cantando e suonando sulla sola chitarra acustica. Contiene un pizzico di punk, di roots e un sacco di differenti atmosfere date al brano dal chitarrista Vic Mix, dalla multistrumentista Kaia Updike così come dal batterista John Holland e dall’hammond di Brian Dewan.
MB: altri brani più tradizionali sono il metaforico rock’n’roll 'Chow Down' e il country & western 'Cheap Thrills': che mi dici di queste due canzoni?
LG: entrambe queste canzoni sono basate su storie vere e su cose che amo fare: viaggiare, amare, mangiare!
MB: insieme alla title track, per me, le canzoni che più meritano di essere approfondite sono quelle meno usuali e inquadrabili come 'Warrior Squaw' e, soprattutto, 'Dirty Secret'….
LG: queste sono proprio due delle mie preferite, entrambe scritte a quattro mani con l’amica e membro degli Urban Pioneers, Kaia Updike. Un giorno, Kaia e io ci siamo trovate a parlare di ex fidanzati e ho cominciato a raccontarle la storia di uno di loro che non ne voleva sapere di presentarmi alla sua famiglia e ai suoi amici sebbene continuasse a ripetermi che ero il suo unico vero amore. Così, un giorno gli dissi che non avevo intenzione di continuare a essere il suo “dirty secret”! In quel momento, io e Kaia ci siamo guardate e abbiamo gridato….”questa è l’idea per una canzone!!!!”
Warrior Squaw, invece, è stata scritta per un’amica che stava combattendo, con estremo coraggio, la sua battaglia contro il cancro. Era per metà nativa americana e, anche per via di questa sua natura, sentiva la malattia come un dono del Grande Spirito che aveva la finalità di renderla più forte e darle una nuova visione prospettica sulla propria vita. Lei ha perso la sua battaglia la notte stessa in cui abbiamo registrato la canzone. E so che lei, quella sera, questa canzone l'ha ascoltata...
MB: proseguando l’ascolto, troviamo un paio di brani d’atmosfera come la jazzata 'Sunshine And Blue' e la conclusiva 'Renegade Heart'. Soprattutto quest’ultima è quella che considero la migliore del disco: poetica e originale….
LG: Sunshine and Blue è stata scritta come regalo di matrimonio per due amici che si sono sposati un po’ in là con gli anni. Entrambi hanno avuto famiglie e vite con altre persone prima e hanno affrontato il gusto agrodolce di trovarsi proprio quando pensavano che non avrebbero mai più incontrato l'amore.
Renegade Heart, invece, è stata scritta con il nostro amico Foggy Otis, suonatore di ukulele, che si era presentato per partecipare a una jam. Grazie al nostro produttore Vic Deyglio, a casa nostra il registratore gira sempre. Così avevo una poesia su un bar che chiude durante l’inverno e mi domandavo cosa le persone facessero durante il periodo in cui quel bar (e la città nella quale si trovava, pure) chiudeva durante la stagione fredda. Foggy si è messo a suonare alcuni accordi sui quali ho cominciato a cantare quella poesia; abbiamo, poi, aggiunto, come finale, quella che era una canzone completamente diversa ed ecco nato il demo. Tutto si sviluppò, poi, da quella session e dal quel demo iniziali.
MB: 'Usual Suspects', se non sbaglio, è il tuo sesto album: come lo descriveresti sia in quanto entità individuale, sia in comparazione coi tuoi precedenti  album?
LG: questo disco rappresenta un’ altra fermata lungo una lunga strada. Adoro Usual Suspects: l’abbiamo registrato nel nostro studio di registrazione casalingo. Durante l’intero processo di realizzazione del disco, vivevamo con i miei vecchi parenti (nel frattempo, avevo trasferito a casa mia mio padre infartuato e una mia zia di ottantasei anni). E questa non è una cosa tanto comune in America. Quindi, a casa, durante le registrazioni, avevamo una rock band, tre cani, diverse infermiere, due persone anziane da accudire e un flusso costante di ospiti e musicisti. E’ stato un gran caos. Ma è stato bellissimo!
 
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