Gil Scott Heron - Macallè Blues

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Recensioni: i libri...

Antonio Bacciocchi

Gil Scott Heron - Il Bob Dylan nero

Volo Libero Edizioni - 2018

Non so se, come recita il sottotitolo di questo agile libro, riprendendo una definizione affibbiatagli ai tempi dei suoi primi successi, Gil Scott Heron possa essere considerato il “Bob Dylan nero”: alla luce dei fatti, mi pare più una comoda formula riassuntiva d’effetto che, come tutti i riassunti, semplifica fino a disperdere quei, pur esistenti e comunque esili, tratti di verità che vorrebbe, invece, evidenziare. Personalmente, credo che il parallelo con Dylan si limiti al riconoscere, in entrambi, un linguaggio poetico, una tensione letteraria che ne ha permeato la produzione. Fine! Per il resto, due artisti diversissimi: per fama, riconoscimenti, vicende umane e storia personale.
Ciò premesso, un rapido ancorché emozionante viaggio a ritroso nella mia memoria mi rammenta che, per un amante del blues come me, ascoltare The Get Out Of The Ghetto Blues accostata, nel medesimo album, a Sex Education: Ghetto Style e The Middle Of Your Day fu una vera e propria esperienza, una sensazione che ricordo ancora assai distintamente: un misto di sorpresa e rivelazione. Il dischiudersi di un mondo che, pur prossimo ai miei occhi, attendeva soltanto di essere smascherato e sintetizzato attraverso il filtro critico di una sensibilità superiore, fors’anche geniale. In questi piccoli brani, contenuti nell’album Free Will, vi è riassunto quel concetto di musica totale che Gil Scott Heron, artista e fine intellettuale dai risvolti anche civili, ha ben condensato e raccontato nella quasi totalità della sua opera: blues, soul, jazz, funk, radici Africane e gospel, fino a promuovere l’emissione dei primi vagiti di quel rap di cui è stato riconosciuto essere il padre naturale.
Questo libro, dunque, ha il sicuro merito di gettare nuovamente un fascio di luce sul Gil Scott Heron musicista, poeta, crooner senza volerlo, arciere dalle frecce che, ancora oggi, appaiono perfettamente appuntite, anima critica della società americana e di quelle piccole, spietate debolezze dell’umana natura, sempre a distanza di guardia da ogni inutile copertura eufemistica. E lo fa in maniera sintetica, ma efficace attraverso un excursus biografico, un commento sentito di Carlo Babando, alcune recensioni delle apparizioni di Heron in Italia e una discografia ben commentata e ragionata. E ci restituisce il commosso piacere di leggere ancora di un artista che è stato il punto di intersezione di molte traiettorie musicali, senza poter mai essere facilmente inglobato in una definizione stilistica univoca, con buona pace delle rassicuranti etichette e dei loro sterili amanti. Tanto che lui stesso, parlando della propria musica, con rassegnata ironia, ne suggeriva la corretta collocazione: “file under miscellaneous”!

Giovanni Robino        


 
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