2020 - Macallè Blues

Macallé Blues
....ask me nothing but about the blues....
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2020

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Recensioni: i dischi...2020


Recensioni: in questa sezione del sito, troverete le recensioni estese delle novità discografiche, suddivise per anno di pubblicazione!

THE FULLERTONES

"Stay electric"

Il Popolo Del Blues Rec. (ITA) - 2020

Fairyland/Wise up/Deal with the devil/Way down/Sheep dogs/Can you hear me/Stay electric/Two steps/I believe
 
 
 
 
Prima dei vari contemporanei texani Gary Clark Jr., Doyle Bramhall II o Chris Duarte, sicuramente interpreti di un genere che, partito dal blues, è diventato, lungo la via, qualcosa di meticcio e ricercato, in questo notevole Stay Electric, si avvertono marcate le influenze di tutti quei gruppi inglesi che, nello scavalco tra gli anni ’60 e ’70, hanno spopolato in quel mondo così vorace di emozioni e libertà. Qui dentro, ci puoi sentire l’anima più genuina degli Zeppelin, dei Deep Purple; in alcuni momenti, persino lontani echi di Paul Kossoff e i suoi Free. Insomma, tutti quei gruppi storici provenienti dalle regie terre di Her Majesty e che, pur facendo del rock il proprio vessillo elettivo, portavano evidente nei propri cromosomi, l’antico genotipo del blues americano.
Ma, dal quel rock così commisto al blues, del quale mantengono intatta tutta la carica elettrica, The Fullertones si elevano in verticale, innestando sulla giovane pianta, germogli di creatività; vasi linfatici che, quando credi di averne intuito la traiettoria, scartano di lato e all’improvviso, s’immergono nei tessuti per alimentarli dalle profondità viscerali. Nati nel 2017, provenienti dal Gran Ducato di Toscana, non sarà allora un caso se, in una delle ultime edizioni del Torrita Blues Festival, hanno aperto il palco proprio ad altri emissari di Sua Maestà la Regina: gli Animals.
Da “genuine rockin’ blues combo”, come si autodefinivano nel loro EP iniziale, hanno mantenuto tutta la genuinità, aggiungendo al loro blues-rock, dosi misurate di garage e fuzz. E il risultato, è davvero elettrizzante. Questo esordio in formato long playing, ha avuto una gestazione travagliata: nato in periodo pre-covid, il suo sviluppo avrebbe previsto la partecipazione di alcuni illustri ospiti stranieri. Ma la pandemia ne ha deciso diversamente il destino: il disco è nato, suo malgrado, autarchico e, a giudicare dal risultato, bene così! Questi quattro ragazzi, avrebbero certo meritato di essere accostati a qualche nome celebre se non per altro, per fare da sempre utile volano. Ma, che ne avessero davvero bisogno, questo proprio no! Sanno stare già bene in piedi da soli. La chitarra di Lou Leonardi è perfetta: alle sue parti, non puoi aggiungere o togliere nulla senza incrinare l’intero edificio sonoro. Una ritmica arrogante in tutta la sua virulenta precisione e una voce, quella di Francesco Bellia, che davvero ricorda quella del Paul Rodgers dei Free. La capacità, poi, di creare testi ben scritti e originali completa il già edificante quadro d’insieme.
I bluesofili più osservanti, si dissetino con l’indiavolato boogie Can You Hear Me e con Deal With The Devil, nostrana rivisitazione del sinistro mito eterno del crossroad; gli altri, si ubriachino pure con tutto il resto del disco! G.R.
DELTAPHONIC

"The funk, the soul & the holy groove"

Autoprodotto (USA) - 2020

Liars/Ghosts/Bad people/Starlit/New mexican rockstar/If it don't bleed/Don't have to be good/Mississippi/The denouement/See red
 
 
 
Sebbene il carnascialesco caleidoscopio sonoro, caratteristico di questa giovane formazione, non contribuisca a connotare la band in termini stilisticamente netti, i loro brani, come i dischi, irradiano tutti un’intelligenza e un’autenticità insoliti.
I Deltaphonic (trio base, cui si aggiungono, talvolta una seconda chitarra, tastiere, percussioni, sassofono, cori e, finanche, un violoncello), originario di quel sacro crogiuolo di etnie e influenze che è la Nouvelle Orleans, mescolano sapientemente funk, soul, rock’n’roll, Mississippi Hill country blues e lo spirito improvvisativo di una jam band, ricavandone un amalgama unica dove il multistrato sonoro di partenza si confonde fino a perdere i propri riconoscibili margini di demarcazione diventando quell’indistinto impasto il cui denominatore, comune e davvero “sacro”, è solo e soltanto il groove. La band non si perde in chiacchiere e, con l’iniziale Liars, certamente uno dei brani principe del lavoro, mette già le carte in tavola, presentando agli ascoltatori tutta la rivoluzionaria, virtuosa musicalità di cui sopra.
Se in un brano come Don’t Have To Be Good aleggiano, in trasparenza, i vecchi ZZ Top e Ghosts, coi suoi cambi di tempo, e non solo quelli, deve qualcosa ai fratelli Allman, quasi tutto il disco è gravido di sudore, sangue e urgenza pulsante, proprio come quella che si manifesta in If It Don’t Bleed, coi suoi vaghi rimandi ai North Mississippi Allstars. Ritmo e forza propulsiva a parte, l’altro rilevante aspetto di questa band riguarda l’evocativa, talvolta provocatoria, freschezza dei testi. Quando Andrew T. Weekes, cantante, chitarrista, leader e autore, in Mississippi canta ...strung out like a mother of pearl, hangin’ ’round the neck of a dead-eyed girl... manifesta quegli improvvisi squarci di pungente poesia che avevamo già conosciuto nello loro registrazioni passate - questa è la loro terza! - in brani come Too Late To Hang Me. Gli stessi, comunque, che ritroviamo nell’elegante lucentezza del quieto, moderno R’n’B a-la Al Green di Starlit, con la candida uscita di “...I’ll be the cherry on your cigarette, if you keep my dreams starlit…”.
The Funk, The Soul & The Holy Groove è un disco che, seppur con rari risvolti teneri e aggraziati, perlopiù gratta nel torbido, su quei selciati dove “ladri e magnaccia” corrono liberi: è un disco per amanti delle sfide sonore, più che per affannati ricercatori di certezze ma che, in tutto il suo inconsueto ardire, potrebbe risultare tra le migliori uscite di questo strano 2020. G.R.
JOHN 'BLUES' BOYD

"What my eyes have seen"

Gulf Coast Rec. (USA) - 2020

In my blood/My memory takes me there pt.1/What my eyes have seen/My memory takes me there pt.2/I heard the blues/My memory takes me there pt.3/Ran me out of town/My memory takes me there pt.4/A beautiful woman (for Dona Mae)/My memory takes me there pt.5/Why did you take that shot?/My memory takes me there pt.6/California/That singing roofer/My memory takes me there pt.7/Forty nine years/My memory takes me there pt.8/Got to leave my mark/My memory takes me there pt.9              
 
 
 
Abbiamo imparato a conoscere tardi questa perla nascosta del blues, come tutte le perle - e le più preziose -  protetta da un guscio che, nell’apparire inespugnabile, s’è aperto improvvisamente, senza avvisaglie, mostrando tutta la radiante bellezza del proprio contenuto. L’abbiamo conosciuta nel 2016 quando, con lo straordinario The Real Deal, le sue valve, a sorpresa e col fondamentale, decisivo apporto di Kid Andersen, si sono definitivamente schiuse.
Baritono di tonalità magistrale e dalla inusuale chiarezza di dizione, lo strumento lievemente gommoso di John ‘Blues’ Boyd, a metà strada tra la cheta colloquialità del crooner e la veemenza dello shouter, si fa qui più intimo e introspettivo. La finalità del disco, ben esplicitata dalla limpida eloquenza del suo titolo, richiedeva uno sguardo più riflessivo e profondo nella propria retrospettica visione d’insieme: la storia di un uomo che, nato nel ‘45 in Mississippi, transitato ancora fanciullo per i campi di cotone, ha visto incise sulla propria pelle tante esperienze, dai giorni foschi di Jim Crow fino agli assassinii di Kennedy e King e a tutte le traversie storiche del popolo afroamericano degli anni ‘60.
Se, da un lato, What My Eyes Have Seen si manifesta come un bellissimo disco di blues elettrico fondamentalmente tradizionale, per suoni e stile, da un altro punto di vista appare come un qualcosa di poco comune. La differenza sta tutta nel modo in cui l’opera viene presentata: come il memoriale di un testimone del tempo. I ricordi di un John ‘Blues’ Boyd che, ormai in là con gli anni, come seduto sotto un portico a godersi il piacevole refrigerio di una sera di fine estate, ripensa la propria vita. E, questi pensieri, nell’emergere, diventano vignette: in parte, politico-sociali, in parte private ed esistenziali. Vignette che, poi, nelle mani di Andersen e di Guy Hale, trasfigurano in materia canora fatta e finita. Sono dieci questi ricordi in forma canzone, intervallati da brevi interludi, lordi di quel fango da palude, parlati e rimarcati da una chitarra che sa di kora e Africa e un organo churchy, a evidenziare la sacralità del vissuto che si fa memoria.
Tra il delicato, sinuoso swing di Why Did You Take That Shot, le atmosfere vagamente anni ‘60 di California e On The Run (che ricorda il Tommy Tucker di High Heel Sneakers) e l’ombra di T-Bone Walker che sgomita, a tratti, tra le tracce, si fa strada il sinistro, notturno monito in minore della titletrack, resoconto di difficoltà e tormenti ben riassunti, con sintetica efficacia in versi come “...if you could walk a mile in these shoes that do not fit…o ancora “...you could understand why in the shadows I’ve been, if you had only watched what my eyes have seen...”.
Ancora una volta prodotto da Kid Andersen (che, qui, si presenta pure in veste di chitarrista e tastierista!), in questo disco si compie, in piena coerenza, la dichiarazione d’intenti del brano conclusivo: “...I got to leave my mark and make my story very clear…”. G.R.
SHAWN PITTMAN

"Make it right!"

Continental Blue Heaven Rec. (USA) - 2020

Done tole you so!/Finger on the trigger/Make it right/I feel good/There will be a day/How long?/For right now/Cold sweat/Woke up screaming/Let it go/Fair weather friend/I'm done
              
 
 
Well I warned you brother, she taking you down slow…” avverte chiaro Shawn Pittman già nell’introduttiva Done tole you so. E il brano, che rivisita i più classici temi blues del tradimento e della malafemmina, ben si presta a chiarir, già in apertura, buona parte dei propri intenti.
Con Make It Right, Pittman, che torna a registrare dopo un periodo di assenza dalle scene, si dimostra diretto e viscerale come e meglio di prima. Malgrado non possa vantare natali texani, la sua chitarra, dalla tipica dialettica secca e puntuta, ha fatto sì che il proprio nome sia sempre stato accostato al blues del Lone Star State. E non proprio a sproposito considerato che, stile a parte, giunto in Texas da studente, ha trovato modi e tempi per condividere le scene con (e farsi influenzare da) alcuni dei più validi musicisti locali.
Ad ascoltare il disco, non si riesce proprio a credere che la genesi dello stesso sia stata una accidentale, fortuita occasione, capitata durante un tour europeo dello scorso autunno. Invitato dall’agente e bassista Erkan Özdemir per una serie di concerti in trio, durante un paio di day-off la band, scelta una manciata di brani, metà dei quali inediti, si è chiusa nello studio di registrazione del giovane Christian Heyman Zinckernagel da Copenhagen e, pigiati i tasti ‘play’ e ‘rec’, ci ha dato dentro.
Con un evidente feel per blues e funk, la chitarra di Pittman che, se avesse occhi, li strizzerebbe a turno a Jimmie Vaughan, Billy Gibbons, Albert King, Anson Funderburgh, Otis Rush, Magic Sam e Johnny “Guitar” Watson, e non necessariamente in questo preciso ordine, si libra sicura e gagliarda sulle trame di un tappeto ritmico, sempre agile e pulsante, assicurato da Erkan stesso e dal giovane figlio batterista Levent. Il senso di genuinità e immediatezza che si respirano a pieni polmoni, non sono per nulla da confondere con approssimazione e superficialità! Al contrario, l’ascolto, in tal senso, non concede dubbi sul fatto che il trio si sia lasciato andare a briglia sciolta, come in uno qualsiasi dei loro concerti, soltanto senza un pubblico di fronte.
Se sette dei brani presenti sono la fine farina del sacco di Pittman, i restanti cinque sono scelti, con un certo ecclettismo, tra il materiale di Junior Kimbrough, Albert King, Bobby Bland, Eddie Taylor e - sorpresa! - James Brown (strumentale, la rivisitazione del classico Cold Sweat).  
Ciò che sarebbe stato solo un gran bel disco, è diventato magistrale grazie alle capacità di ingegnere del suono, nonché di produttore, del giovane Heyman la cui mano, onesta e diretta, nella sua polposa crudezza, ha dato forma compiuta a un meraviglioso mix di funk e downhome blues. G.R.
TOMÁS DONCKER

"Moanin' at midnight - The Howlin' Wolf project" - deluxe edition

True Groove Rec. (USA) - 2020

Evil/Killing floor/Back door man/Moanin' at midnight/Spoonful/Little red rooster/I ain't superstitious/Smokestack lightning/Moanin' at midnight - (Ras Jah Anes dub mix)/Back door man (live at The Iridium, NYC)/Shook down (live at The Cutting Room, NYC)/Smokestack lightning (live at The Blue Note, NYC)
    
          
 
Ci sono stati musicisti al mondo, tanto monumentali e influenti da far sì che, prima o poi, ne venissero fuori altri desiderosi di riproporre e personalizzare la loro musica. Così, a Tomás Doncker chitarrista e cantante non propriamente blues, l’idea di registrare un tributo a uno di questi musicisti, Howlin’ Wolf, è balenata nella testa già nel lontano 2013, in quel di New York. E la lenta maturazione di questa idea ha fatto sì che il frutto della stessa cadesse dall’albero soltanto quest’anno, in quel mondo della musica che, già zeppo di etichette, non sentiva la necessità di un nuovo conio.
Dunque, il non meglio chiarito termine “global soul” appiccicato addosso a Tomas Doncker e alle sue idee sonore, letto così, quando non esattamente fastidio, suscita almeno un qual certo disamore. A metterci un po’ di buona voglia, si potrebbe tentare di immaginarne pressappoco il senso leggendo, da un lato, la storia artistica di Doncker e, dall’altro ascoltando, con orecchie curiose e ben aperte, questo Moanin’ At Midnight: The Howlin’ Wolf Project. Soltanto qualcuno con trascorsi musicali così diversi come Doncker avrebbe potuto, infatti, concepire un disco tributo ad Howlin’ Wolf inusuale e, tutto sommato, riuscito.
Tra tutti i padri costituenti del blues che hanno contribuito a traghettare generazioni di futuri rockers, principalmente inglesi, verso le sponde più urbane del genere, Howlin’ Wolf è stato tra quelli maggiormente efficaci e seguiti. I pezzi forti del suo songbook, al quale non poco contribuì Willie Dixon, sono stati oggetto di riproposizioni a più riprese e in diverse salse. Ricordiamo, per esempio che, storicamente, fu proprio la stessa etichetta Chess, sul finire degli anni ’60, a tentare di collegare l’ormai declinante Wolf al mondo del rock - ahimé, più psichedelico – pubblicando This Is Howlin’ Wolf’s New Album, disco rinnegato dallo stesso Wolf, fin da subito e in modo impietoso, con quella celebre ed esplicita dichiarazione in bella mostra sulla copertina: “This is Howlin’ Wolf’s new album: he doesn’t like it!”. A rimarcare le distanze dal risultato e dalle stesse deformanti costrizioni che lo avevano generato.
Lungi da quei lontani, penosi e innaturali esiti, l’operazione compiuta oggi da Doncker dimostra, invece, quanto le vecchie storie racchiuse in Smokestack Lightnin’, Evil, Killing Floor (slabbrato rispetto all’originale), etc. siano ancora vive tanto da poter essere narrate di nuovo con modalità attuali e personali. Gli occhi coi quali ha gettato il suo sguardo sul repertorio del “Lupo” sono quelli di uno che, transitato per molte terre di confine come quelle abitate da Defunkt, Sadao Watanabe, Bootsy Collins, Ivan Neville, quando affronta (o ritorna) al blues, lo fa in maniera poco usuale e scevra da impiastriccianti cliché. Doncker, anzi, ha dato a questi celebri brani un tocco moderno senza perdere in autenticità.
Il fluido magma del suo tonante baritono, pur distante dal peculiare timbro, imperioso e acidulo del gigante mississippiano, ben richiama le profondità declamatorie del “Lupo” che si fanno cupe e carnali come nella rivisitazione del demoniaco, omonimo Moanin’ At Midnight (qui riproposto, anche in versione dub. sul finire del disco). Le pagine rivisitate coprono il periodo a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60, quest’ultimo dominato dai bozzetti di Willie Dixon Little Red Rooster, Spoonful, I Ain’t Superstitious, Back Door Man, opportunamente inclusi. L’armonica di David Barnes che in più di un’occasione ricorda, per tono e agilità, quella di John Popper, e il resto della band creano una macchina da groove contagiosa. E le influenze, portate in questo disco, pur non reinventando il genere dimostrano quanto il repertorio di Wolf suoni ancora rockin’, soulful e dannatamente bello! G.R.
LUCIANO FEDERIGHI & DAVIDE DAL POZZOLO

"Viareggio and other imaginary places"

Appaloosa Rec. (ITA) - 2020

Later than you think/Don't count on me/Darkness will never hurt you/Coldhearted lane/Mr. Lonesome/London paradise (a West End cure for the blues)/A sabbatical from the blues/Margaretville Hotel/Prisoner of the past/Viareggio in June/Lonesome as the moonlight/Hunting time in the old town/Suddenly I'm hurt/The unrecorded passeggiata blues in C minor
    
          
 
Nell’ormai vasta produzione discografica di Luciano Federighi, parte della quale include un paio di lavori già editi dalla storica e gloriosa etichetta Appaloosa, questo Viareggio And Other Imaginary Places si distingue per alcune peculiari scelte. La prima è certamente quella di aver optato per una pressoché inedita - per lui! - formula a duo; e, per un disco uscito a marzo, dunque pochi giorni prima che si scatenassero le misure conseguenti all’imminente pandemia, tale scelta, nel suo andare in direzione scrupolosamente contraria a quella degli assembramenti, ancorché orchestrali nel caso specifico, pare quasi anticipatoria, premonitrice. La seconda, è l’aver scelto di illustrare copertina e booklet con le chine di Federighi che, oltre a essere notoriamente tutto quello che è, in ambito musicale, è anche, forse meno notoriamente, un valente disegnatore.
Il bianco e nero di queste gustose e, talvolta, inquietanti tavole rievoca quell’idea di essenzialità spiccia, di urgente immediatezza che ritroviamo poi nel piano (un vecchio, acciaccato Steinweg suonato, in tutta la splendida crudezza del proprio riverbero, dallo stesso Federighi) come nella piena, avvolgente tonalità di un sax, principalmente tenore (suonato da Davide Dal Pozzolo, già suo partner di lunga data) che si fa, alla bisogna, contralto e pure flauto: un’idea di racconto senza fronzoli e superflue inflorescenze che, per il tramite di quella tipica voce arrocchita, dalle dense pastosità nasali, si sgroviglia sugli intrecci di questi soli due strumenti che, talvolta, pare giochino fanciullescamente a rincorrersi.
Chi è avvezzo al resto della discografia di Federighi, dalla musicalità sempre precisa e curata, resterà parzialmente spiazzato per la verace crudezza blues e il ruspante senso di informalità che pervade il lavoro, tanto da renderlo somigliante a uno scatto - istantaneo - rubato in un attimo fuggente di musica condivisa: complice, in ciò, anche la registrazione, di queste tracce tutte, in presa diretta e nel chiuso di uno studio della vecchia Torino.
Ciò che non sorprende, invece, ma si riconferma certezza, è la scrittura dei suoi racconti in musica: solitari, tormentosi blues che hanno a che vedere con una Viareggio che, al netto di quella che si mostra “...in June”, sembra più fantastica che reale.
Al pari delle illustrazioni, che paiono uscite da labirinti mentali o turbanti incubi notturni, con quelle loro linee aeree che emergono l’una dall’altra, quando non si confondono l’una nell’altra, le luci e le ombre della scena mutano in una varietà di atmosfere cangianti. Questo dialogo a due voci, ben più intimo e schietto rispetto alle prove corali del passato, vive di un proprio swing dalla grassa, sguisciante fluidità e ha il pregio di avvicinare meglio l’ascoltatore all’immaginifica, talvolta ironica, poesia delle canzoni: vero panorama di questo chiaroscurale, tortuoso vagare. G.R.
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