2022 - Macallè Blues

Macallé Blues
....ask me nothing but about the blues....
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2022

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Shortcuts: i cd in breve...2022


Shortcuts: i cd in breve...: in questa sezione del sito, troverete le recensioni delle novità discografiche, ma in versione compressa!

GHOST HOUNDS

"You broke me"

Maple House Rec. (USA) - 2022

Baby, we're through/Smokestack lightning/You broke me/Willie Brown blues/Through being blue over you/Still you/On your trail/Lonesome graveyard/Through being blue over you (acoustic version)
                
     
È la voce di Tré Nation, spavalda e senza compromessi, a caratterizzare You Broke Me, il più blues e carico di emozioni tra tutti i dischi di questa band di Pittsburgh. Con il proprio infuso di adrenalina e fango s’è guadagnata, di diritto, lo status di open act dei concerti di ZZ Top, Bob Seger e Rolling Stones e, in questa terza pagina della propria discografia, offre una raccolta di brani che unisce tradizione a modernità, blues classico a suoni erculei.
La produzione di questo nuovo album, nella sua lucidità cristallina, lascia il giusto spazio a sporcizia e crudezza nelle atmosfere. In questo senso, l’esempio assoluto è la rilettura di Smokestack Lightning, prima cover di due, assieme all’oscura e sinistra Lonesome Graveyard del maestro Lightnin’ Hopkins, furente e selvaggia nell’intrecciarsi ringhioso di voce e chitarra. Il resto, farina del loro sacco, ripercorre strade analoghe; come il nome stesso del gruppo, mediato da quel ‘Hellhound’ che fu di Robert Johnson e delle sue sulfuree narrazioni, la racconta lunga sullo spirito ispiratore della band, ampiamente omaggiato tra queste tracce. G.R.

THE ROCK HOUSE ALL STARS

"Let it bleed revisited"

Qualified Rec. (USA) - 2022

Gimme shelter (feat. Bekka Bramlett & Jimmy Hall)/Love in vain (feat. Emil Justian)/Country honk (feat. Lee Roy Parnell)/Live with me (feat. Seth James)/Let it bleed (feat. Emil Justian & Greg Mayo)/Midnight rambler (feat. Rick Huckaby)/You got the silver (feat. Nalani Rothrock)/Monkey man (feat. Mike Ferris)/You can't always get what you want (feat. Wendy Moten & Sa Rachel)/Wild horses (feat. Luke Bulla & Lilly Hiatt)
     
 
Correva l’anno 1969. Let It Bleed fu l’album che marcò il ritorno dei Rolling Stones a quell’approccio più marcatamente blues che fu, per loro, prevalente nel periodo antecedente la pubblicazione di Aftermath. L’ispirazione dominante durante quel periodo fu, appunto, la musica roots americana, quella che coglieva ispirazione dalle generose messi di gospel, country, honky-tonk e, ovviamente, blues.
Con arrangiamenti immaginati di fresco, Let It Bleed Revisited non è altro che l’album tributo di una super band, comprendente il mastro tastierista Kevin McKendree, a un disco unico nella storia del rock’n’roll. Ogni traccia beneficia della presenza di un cantante diverso chiamato a fornire la propria personale lettura della parte che, all’epoca dei fatti, fu di Mick Jagger: Jimmy Hall, Lee Roy Parnell, Mike Ferris, Bekka Bramlett, Emil Justian, Wendy Moten sono i nomi che si alternano al canto. Il lavoro fatto è davvero mirabile e, alla tracklist, che ricalca precisamente quella del disco originale degli Stones, si aggiunge, in coda, la rilettura di un intruso: quel celeberrimo Wild Horses che, appartenne invero, a un successivo capolavoro della band britannica: Sticky Fingers. G.R.

THE REVEREND SHAWN AMOS

"Hollywood blues: songs and stories from the family tree"

Immediate Family Rec. (USA) - 2022

Sick of me/Stranger than today/Letter from Aaron Douglas to Langston Hughes/Indipendence day/Hollywood blues/Moved/Mean as you/Vicious circle (feat. Mark Olson)/Shirl-ee May - tweet, tweet/Thank you Shirlee May/The bottle always brings me down (feat. Garrison Starr)/Days of depression (feat. Blind Boys Of Alabama)/Burned (feat. Matthew Sweet)/Long time gone (feat. Julie Miller)/Getting over/Bastard wind/Everybody wants to be my friend/Little boy black
     
 
Cantante e cantautore, Shawn Amos, da qualche disco in qua “reverendo”, avrebbe ereditato almeno parte dei suoi talenti artistici dalla madre tragicamente morta, per mano propria, dopo anni di battaglie contro la depressione. Fu soltanto alla scomparsa della donna, avvenuta nel 2003, che frugando tra i suoi effetti personali, Amos scoprì il fino a lì ascoso passato della donna: una breve quanto fortunata carriera come cantante da nightclub, spesa anche al fianco di nomi illustri come quelli di Sam Cooke e Sammy Davis Jr. Carriera che la portò a registrare, col nome d’arte di Shirl-ee May, un unico disco niente meno che per la Mercury. Tutto questo ante 1967, anno in cui, poco prima della nascita del figlio, la sua vita artistica terminò.
Dai suoi esordi fino alla più recente reincarnazione come novello bluesman, Shawn Amos ha spesso insistito su una scrittura autobiografica quando non apertamente famigliare. Indipendentemente da uno stile che abbraccia un po’ tutto, Americana, pop, blues, il lavoro di Amos ha fatto presto i conti coi parenti di sangue, un'infanzia spesso difficile e la sua identità razziale.
Hollywood Blues presenta una generosa carrellata di brani a tema familiare, non tutti inediti ma talvolta ripescati da precedenti album che, come in una raccolta fotografica non necessariamente rispettosa di un ordine cronologico, rilegge le proprie radici e regala i frutti di quell’albero nato e nutrito nel corso di decenni di ‘music from the heart’. G.R.

PRAKASH SLIM

"Country blues from Nepal"

DeVille Rec. (EU) - 2022

Blues raga/Jitterbug swing/Living for the memory/Villager's blues/Moon going down/Me and the devil blues (feat. Fabrizio Poggi)/Corona blues/Crossroad blues/Poor boy (feat. Fabrizio Poggi)/You gotta move/Police dog blues/Bhariya blues/Garib keto (feat. Fabrizio Poggi)
                
     
Globalizzazione è anche questo: il blues, ben oltre i propri confini geografici e culturali più prossimi e prevedibili.
Prakash Slim è nepalese; lo tradiscono anche il titolo e i tratti somatici a contorno di un sorriso luminoso e pulito, ben evidenti sulla copertina di questo curioso esordio. Padrone di un linguaggio avvicinato per passione, nella sua musica che è tributo al country blues più osservante, non si avverte tanto quel grumo ardente di carne e sangue tipico del genere quanto una solenne, inattesa e sacra levità da anima illuminata. E anche qualche contaminazione lirica e musicale; ne sono esempi l’iniziale, esplicito Blues Raga, con sonorità che richiamano la vicina India, quanto le conclusive Bhariya Blues e Gabir Keto, esperimenti di innesto tra l’idioma nativo di Slim e la musica che fu di Blind Blake, Charlie Patton, Fred McDowell e Robert Johnson. E proprio dal repertorio di questi padri legittimi del blues che, nel bel mezzo di alcuni inediti, Prakash Slim infila le sue interpretazioni di Police Dog Blues, Moon Going Down, You Gotta Move, Crossoroad Blues e Me And The Devil. A partire proprio da quest’ultima, arriva l’armonica di Fabrizio Poggi che ritroviamo, pari pari, in altri due brani, ideale contrappeso per un più efficace equilibrio espressivo. G.R.

DYLAN TRIPLETT

"Who is he?"

Vizztone Rec. (USA) - 2022

Barnyard blues/Who is he (and what is he to you)/Brand new day...same old blues/Dance of love/Junkyard dog/I'll be there waiting/She felt too good/That's the way love is/Feels good doin' bad/All blues
                
     
Proposto come novello soulman, all’evidenza dell’ascolto, pare ben più un bluesman! Coadiuvato, in questo esordio, da nomi affermati come Christone “Kingfish” Ingram, Johnny Lee Schell, Joe Sublett e Mike Finnigan il ventiduenne cantante Dylan Triplett da St. Louis esita, sul crinale del proprio futuro, comprensibilmente dubbioso sul cosa fare davvero da grande, ma esordisce comunque con un’interessante raccolta che pare rispondere a quello che in genere è l’ultimo, temutissimo punto nell’ordine del giorno di ogni riunione di condominio: “varie ed eventuali”. Tali sono, infatti, le suggestioni stilistiche che ritroviamo in Who Is He? Ma quando si cimenta col blues, malgrado l’età e i relativi stereotipi che la vorrebbero una musica da vecchi, Triplett dà la sensazione di essere proprio a suo agio, interpretando il genere in modo convincente e incisivo.
Laddove, invece, scantona per rifuggire temporaneamente la più o meno marcata ortodossia di brani come Barnyard Blues, Brand New Day...Same Old Blues, Junkyard Dog e lanciarsi senza rete nel vuoto di generi affini, il focus vocale un po’ si smarrisce. Come esempio generale valga la rilettura dell’omonimo Who Is He?, tratta dal sempreverde songbook di Bill Withers e qui resa in veste più funk, deprivata di quella sorniona, insinuante convinzione implicita nella retorica domanda del titolo. G.R.

VERDECANE

"Piccolo romanticismo scapigliato"

Autoprodotto (ITA) - 2022

Vincenzo/Cuba Storta (feat. Fabrizio Poggi)/Mafalda/FreeDa/Fermata Baudelaire (feat. Fabrizio Poggi)/Budapest/Lasciami volare/Filosofi e teatranti/Amore amaro
                
     
Quella dei Verdecane è musica imbastardita, un mix eclettico di influenze che ha per piedistallo un solido marmo fatto di rock cantautorale dalle lievi, occasionali venature blues, sopra il quale poggia una piccola ma già compiuta scultura la cui forma lirica pare plasmata dalle mani di veraci e onesti cantastorie. Un po’ Van De Sfroos, un po’ Bandabardò; un po’ di ska, suonato con spirito zingaro e i capelli scapigliati - è il caso di dire! - dal vento di grecale.
Sul fondo dei nuovi nove brani proposti da questo quintetto riposa una natura ironica e dissacrante, uno sguardo malinconico e disincantato gettato su un’umanità varia, talvolta dolente, ma anche divertita. A contribuire alle virate blues del disco è la presenza di Fabrizio Poggi con la sua armonica in Cuba Storta e Fermata Baudelaire, quest’ultimo brano a fungere da spartiacque dai contorni più intimi, ad allentare le due ali tese di un disco che, diversamente, incalza senza sosta su ritmi andanti. G.R.

MATTY T WALL

"Live down underground"

Hipsterdumpster Rec. (AUS) - 2022

Broken heart tattoo/Slideride/Burning up burning down/Walk out the door/Scorcher/This is real/Voodoo chile/Sophia's strut/Smile
                
    
La roboante, incendiaria, spericolata chitarra del virtuoso australiano Matty T Wall è fatta per raccontare storie nervose e ad alto volume. Qui, è lo strumento che parla giacché il canto, per Matty T Wall, non è propriamente il suo mestiere. Ma considerato il profluvio di energia che lui e la sua metronomica ritmica riescono a infondere ai brani, questo è un aspetto del tutto marginale che, di buon grado, gli si abbuona.
Per uno così, niente di meglio, dunque, che una performance catturata dal vivo, imbevuta di sudore da palcoscenico per assaporare le virili incursioni strumentali, talvolta slide, qui a piene mani offerte, con il ritmo a rallentare e farsi più melodico soltanto in un paio di occasioni. Con in testa quel po’ di George Thorogood che serve e del suo conterraneo Dave Hole, in ambito blues-rock Matty T Wall ha sviluppato, comunque, una propria voce che, in questo disco, si manifesta apertamente – piaccia o meno – nella più inusuale, inattesa e meno hendrixiana possibile tra tutte le riproposizioni mai ascoltate negli anni dell’eterna Voodoo Chile. G.R.

THE GROOVE KREWE feat. NICK DANIELS III

"Run to daylight"

Sound Business Rec. (USA) - 2022

Run to daylight/That's New Orleans/Have a party/In the groove zone/Reach out/I'm gonna prove my love/Where love lies/Sweet situation/Where ya at in life/Raising cane on the bayou
               
  
Run To Daylight, inteso come il brano di apertura di questo frizzante, estemporaneo disco ben rappresenta quella sintesi tra funk, soul e blues che mirabilmente descrive tanto lo spirito che anima questa produzione quanto quel tipico groove che è vessillo caratteristico della musica di New Orleans. Così come In The Groove Zone o Raising Cane On The Bayou tanto per parlare delle tracce che, in modo evidente, appaiono legate alla più schietta tradizione della Crescent City tanto da far saltare sulla sedia al primo ascolto.
Il disco si regge sulla presenza vocale e strumentale, in qualità di bassista, di Nick Daniels III, già in forze con esimi esponenti nella tradizione locale come Neville Brothers, Zachary Richard, The Wild Magnolias, Allen Toussaint e Dumpstaphunk; nonché su The Groove Krewe, manipolo di agili e talentuosi musicisti assemblati, per l’occasione, da Rex Pearce e Dale Murray, le due menti nascoste dietro questo progetto il cui malcelato fine è la realizzazione di un moderno e originale tributo alla musica di New Orleans. Fine pienamente raggiunto grazie a una musica che, come sempre e anche qui, si manifesta in forma di gioiosa celebrazione della vita, della luce e dell’amore. G.R.

LEW JETTON & 61 SOUTH

"Deja hoodoo"

Endless Blues Rec. (USA) - 2022

Two lane road/Mexico/Waffle house woman/Homegrown tomato/Betcha/I been cheated/Move on Yvonne/Nighttime into day/Keeping me awake/Tattoo blues/Sandy Lee/Who's texting you/State line blues/Drinking again/Getting colder/Will I go to hell
               
 
A osservare la mappa degli States, la celeberrima e ripetutamente decantata Highway 61, che insiste, nel suo lungo tragitto, dal Minnesota alla Louisiana, diventa la giusta metafora geografica per il viaggio musicale nel quale ci accompagnano Lew Jetton e i suoi, non a caso battezzati, 61 South. Come facilmente immaginabile, il tragitto sonoro si concentra sulla parte più meridionale della metaforica strada.
Chitarrista efficace e dall'eloquente, incisiva cifra espressiva, Jetton si è già rivelato, coi precedenti dischi, ottimo e sagace autore; peculiarità che Deja Hoodoo conferma con la sua generosa tracklist di inediti.
In questo nuovo lavoro, nel quale ripropone anche ben tre brani tratti dal precedente Palestine Blues - a oggi il suo disco capolavoro del quale, qui potete leggerne la recensione in forma di intervista -  si dimostra a suo agio tra il sudore di Chicago e le terre arse del Texas come tra boogie, riminescenze dei Creedence Clearwater Revival (Mexico), di Ray Charles (Nightime Into Day) o Jimmy Reed (Homegrown Tomato). Ad ascoltarla, pare proprio non ci possa essere bar, juke-joint, honky-tonk, café, convention, barbecue o una qualsiasi festa del sabato sera dove questa band non abbia suonato. Ben rinforzata da una massiccia dose di ospiti tra i quali spiccano l'armonicista JD Wilkes quanto Fred Hoover e Bob Lohr, quest'ultimo veterano pianista di Chuck Berry, a dividersi i compiti sui tasti, nell'intero lavoro, abbondantemente presenti. G.R.

JIM DAN DEE

"Real blues"

Autoprodotto (CAN) - 2022

The things that I used to do/Weep for me/Real blues/Two timing woman/The doctor/Two shakes of a lamb's tail/Bleed me dry/Hang'em high/T for trouble/Lost in the dark/Money don't work on the devil
        
               
Da quali note potrebbe mai muovere un album intitolato Real Blues se non da quelle di un classico del genere! Non a caso è The Things That I Used To Do di Guitar Slim che apre il disco; ma, si badi bene, questa resta l’unica cover presente in seno a una sporca dozzina scarsa di brani - undici, in realtà! - dal suono spavaldo e dalle aspre rugosità.
Il quartetto canadese dalla robusta, muscolosa identità sonora, si colloca con agio sullo stesso terreno di qualsiasi genuina live band, tutta watt, boccali di birra e rock’n’roll. E, nel bel mezzo di un programma che, del blues, restituisce le fattezze più immediate e facilmente riconoscibili, è il seducente singolo Bleed Me Dry a stazionare su quel trivio dove George Thorogood, Stones e Fabulous Thunderbirds facilmente potrebbero incontrarsi. Mentre Hang ‘Em High, The Doctor e buona parte del restante repertorio presente, ripropongono quel suono un po' oscuro di stanza tra Savoy Brown e Morphine. Canzoni di lotta, solitudine, amore e lussuria grintose quanto basta per mantenere il cuore di chi ascolta in costante pompaggio. G.R.

POPA CHUBBY

"Emotional gangster"

Dixiefrog Rec. (USA) - 2022

Tonight I'm gonna be the man/New way of walking/Equal opportunity/Hoochie coochie man/Save the best for last/Why you wanna make war/Dust my broom/I'm the dog/Doing OK/Fly away/Why you wanna make war (French version)/Master IP
        
               
Non sarà il Popa Chubby più avventuroso e inventivo quello che si ascolta in Emotional Gangster; piuttosto quello che, con nostra sorpresa, ritorna alle sue radici più squisitamente blues. L’abbondante utilizzo della slide, che in talune occasioni, evoca lontani sentori southern quando non direttamente lo spirito indomito di Duane Allman, insiste nei meandri di una tradizione che si manifesta appieno quando sorgono, come luci improvvise, le note di Dust My Broom e Hoochie Coochie Man. Al netto di questi due classici, pur riletti a modo su, il resto del programma è frutto del notorio buon estro di Chubby, la cui penna, lirica e musicale, tradisce l’influenza, fresca e viva, di autori del calibro di Willie Dixon o Chuck Berry. Come nello sferragliare con la furia di un treno merci in corsa dell’introduttiva Tonight I’m Gonna Be The Man; o in quel gioiello incastonato con l’aiuto di Jason Ricci, demonio dell’armonica, che è New Way Of Walking.
Tra pugni duri tirati nel cartongesso e rari momenti di più leggero svago (Equal Opportunity), seppur più reverente verso una certa ortodossia di suono, Chubby non smentisce la propria natura iconoclasta. G.R.

MIKE GULDIN

"Tumblin'"

Blue Heart Rec. (USA) - 2022

Tumblin'/Sad and lonely/She caught the Katy/Twisted tail/Alabama pines/Raise a ruckus/House of cards/That's all she wrote/You just can't lose/Home is where the heart is/Sweet thing/Check yourself/One percent/Key to the highway/Waterfall
                            
 
Tumblin’ è il titolo di un’ambiziosa, squisita raccolta di tredici inediti e un’esile quanto ben riuscita coppia di covers che, insieme, dipingono quell’ampio orizzonte, ormai consueto e multi genere, che abbraccia blues, R'n'B, soul, rock e un pizzico di country. Immediati esempi di questo eclettismo sono Alabama Pines, fiero honky tonk condito a dosi di pedal steel guitar e Raise A Ruckus, brano a trazione fiatistica in odore di Muscle Shoals.
Il panorama musicale dell’opera è rimasto cristallizzato in diverse registrazioni tenutesi in una dozzina di studi diversi e con una pletora di ospiti tra i quali corre l’obbligo di evidenziare l’armonicista Mikey Junior, l’ubiquo mastro tastierista Kevin McKendree, il chitarrista James Pennebaker (come McKendree già membro onorario della band di Delbert McClinton) e quell’altro stregone dei tasti che è Lewis Stephens, preso in prestito dalla band di Mike Zito. Ognuno di loro, aggiunge la propria personale dose di sapide spezie al variegato contenuto del pentolone rimestato dal veterano Guldin, chitarrista e cantante. E sono proprio i due tastieristi, tanto che si manifestino in veste di pianisti o di hammondisti, a offrire i contributi più caratterizzanti e preziosi. G.R.

PETER VETESKA & BLUES TRAIN

"So far so good"

Blue Heart Rec. (USA) - 2022

Done with bad luck/I've got the blues this morning/I miss you so/My one and only muse/Young bold woman/Lovin' oven/You give me nothing but the blues/Low down dirty blues/Baby please/East Coast blues/So far so good/Can't we all get along
        
               
La novella uscita del chitarrista e cantante Peter Veteska coi suoi Blues Train, segna il ritorno a un suono più smaccatamente blues e marca qualche metro di distanza dai precedenti cinque dischi che, pur radicati nel genere, restituivano elementi di jazz e rock.
Nettamente focalizzata sul grasso hammond di Jeff Levine - sebbene, qui, soltanto in veste d'ospite - oltre che sull’affilata, nervosa chitarra dello stesso Veteska e sorretta da una ritmica che guida la carica a suon di roboanti tamburi e corpulenti bassi la band, già con l’iniziale Done With Bad Luck dà il via a una serie di blues e shuffle accattivanti. Il programma, in gran parte costituito da inediti, concede qualche divagazione con omaggi ad altri luminari del genere: a James Cotton, per esempio, con la rhumba Young Bold Woman e ancora a Guitar Slim e al suo classico You Give Me Nothing But The Blues qui riletto in forma di delizioso tête-à-tête soul-blues a trazione fiatistica, dove Veteska duetta con la voce di Jenny Barnes tentando di mettere in scena un improbabile rivisitazione della coppia Brook Benton-Dinah Washington.
Una lunga lista di ospiti completa, poi, il parterre di musici presenti tra i quali spicca Mikey Junior all’armonica. G.R.

MICHAEL RUBIN

"I'll worry if I wanna"

Many Hats Rec. (USA) - 2022

Little rabbit/Go milk your own cow/Old rodeo dreams/Kama Sutra girl/Can we break up again/I'll worry if I wanna/Beer belly baby/Chain letter blues/Fourth coast
        
              
Forse solo i più attenti consumatori del genere si saranno accorti di tal Michael Rubin da Austin (Texas), armonicista innovativo ed eclettico autore, benedetto da un’ironia e un senso del gioco unici. Così come si evincono fin dal titolo di questo suo nuovo lavoro. E se ne saranno accorti perché Rubin, che suona da oltre un trentennio è apparso, negli anni, al fianco di artisti affermati come Ruthie Foster e Cyril Neville.
Quale armonicista, ispirato da personalità spiccate come Rick Estrin, Gary Primich e James Harman, Rubin abbina alla virtuosa maestria sullo strumento e all’impiego di armoniche di ogni tipo e foggia, la sagacia caustica della scrittura di un Mose Allison. In questo disco, la maggior parte dei brani sono autografi e intrisi di umorismo, allusioni e sottili oscenità. Mirabilmente fuse, tutte le sfaccettature di Rubin si ritrovano equamente rappresentate: quella cerebrale, quella soulful e l’altra, quella giocosamente carnale, assai ben rappresentata da Go Milk Your Own Cow ma, ancor più, da Kama Sutra Girl, acuto ricettacolo di doppi sensi completato da un assolo costruito con l’impiego di dodici armoniche (una per posizione, verrebbe da pensare!). Anche musicalmente, il ventaglio stilistico che si apre dal blues e che, transitando per il country e il jazz, arriva ad arrestarsi sui confini di New Orleans è assai ben sfoggiato. G.R.

GARY CAIN

"Next stop"

Autoprodotto (CAN) - 2022

Billionaires in space/Confusion/Gatekeeper/Crazy/Keep on comin'/Kitchen sink/House on fire/Gone/Ain't up to me/A short, furious goodbye
        
             
Virtuoso della chitarra, il canadese Gary Cain si dimostra non soltanto valente cantante e autore, ma autentico cultore dell’autarchia presentandosi, in questo secondo disco, anche in veste di bassista e batterista. All’insegna del faccio tutto da me, l’istrionico one-man-band, ad eccezione di A Shot Of Furious Goodbye, solo episodio nel quale compare John Lee all’organo nelle vesti di unico corpo estraneo all’opera Cain, replicatosi in forma di power trio si fa uno e trino. I suoi assolo, suonano come una delizia ad ampio raggio per tutti gli amanti dello strumento, filo hendrixiani e non.
Esercizi per palestrati del manico, qui, ce ne sono in abbondanza ma, occorre dire, tutti concepiti con gusto inusuale, in un lavoro che contiene tanto il blues quanto ogni altro stimolo musicale al quale Cain sia stato esposto negli anni della propria formazione. Ibrido quanto basta per essere seducente al punto giusto. G.R.

PROFESSOR LOUIE AND THE CROWMATIX

"Strike up the band"

Woodstock Rec. (USA) - 2022

A thousand ways to freedom/Work it out/Fall back on me/Golden eagle/Good to be grateful/Livin' in this country/Tick tock/Chain shot cannonball/End of the show/Flaming ray
                 
    
Non sembri troppo ardito l’accostamento ma, con tutte le dovute proporzioni e differenze, Professor Louie e i suoi Crowmatix sembrano essere la rivisitazione moderna e alleggerita di The Band; se non altro per come e quanto riescono a fondere generi e suoni, tra i più diversi in una amalgama seducente, ricca di suggestioni. E questa somiglianza artistica appare tanto più centrata quanto ci si rende conto che il “professore” - Aaron Hurwitz alla nascita - abbia trascorso del tempo proprio a fianco di The Band, avendone prodotto gli ultimi tre album.
Emerso, dalle popolose acque dell’oceano musicale, come il tedoforo recante in palmo di mano la fiaccola del più autentico spirito roots, non avrebbe potuto far altro che trovarsi a capo dei suoi Crowmatix, manipolo di legionari precedentemente appartenuti a Joe Jackson e Bob Dylan (Gary Burke), Rick Danko (la cantante Miss Marie che, con Louie, condivide il canto), Van Morrison (John Platania) e Levon Helm (Frank Campbell). Opportunamente affiancati, se del caso, dai Woodstock Horns, tra la policroma vegetazione sonora presente qui, emergono anche prepotenti le coloriture gospel del “professore”, risalenti a quando, in gioventù, fu organista nei The Mighty Gospel Giants Of Brooklyn. G.R.

REGINA BONELLI

"Truth hurts"

True Groove Rec. (USA) - 2022

Truth hurts/The last tear/Cross to bear/Mama raised a sweet thing/Baby don't hurt me/Mr. Big Man/Didn't I/Killing floor (radio edit)/I got to go
        
    
Truth Hurts, terzo album di Regina Bonelli, cantante, autrice e un po’ tasterista ci porta, a passo di marcia, nel bel mezzo di una parata di brani, sei inediti e tre covers, sprizzanti blues, funk & soul. A oggi, per interpretazione, arrangiamenti e testi è, tra i suoi dischi, il più convincente.
Accompagnata dai True Groove All-Stars e guidata dall’accorta produzione di Tomás Doncker e James Dellatacoma (entrambi attori protagonisti nella citata band), la Bonelli riesce a costruire un’opera che restituisce la diretta autenticità di una trascinante prova live. Ci sono tracce dove tira aria di anni ’70 come The Last Tear o Didn’t I; altre dove spira leggera quella dei più remoti anni ’50, in cui fiorivano fragili, prematuri vagiti ante soul.
In questo interessante e artisticamente maturo percorso, colpisce dritta allo stomaco la rilettura sinuosa, sottilmente funk del classico di Howlin’ Wolf Killing Floor. Ben lontana dalla versione che Hendrix restituì del brano, qui tutta la veemenza vocale della Bonelli sboccia rigogliosa sotto il suo pieno, magistrale controllo, perfettamente incastonata nel perimetro di una mirabile, originale orchestrazione. G.R.

ANTHONY GERACI

"Blues called my name"

Blue Heart Rec. (USA) - 2022

That old pine box/The blues called my name/About last night/Boston stomp/Corner of heartache and pain/I go Ooh/Into the night/A ain't going to ask/Wading in the vermillion/Song for planet earth
        
    
Del tema dell’amor perduto è pieno il blues. The Blues Called My Name, inteso non come album ma come brano che, a quest’album, dà il nome, non fa eccezione. “...I said the blues whispered she ain’t coming home no more/I just cried like a little bitty baby when she walked on out that door...” canta, in questo pezzo col suo tipico ed elegante crooning Sugar Ray Norcia, voce, armonica e leader dei Bluetones, band nella quale Anthony Geraci è stato a lungo membro, così come Monster Mike Welch che, nel medesimo brano, affonda decise le note della sua aguzza, affilata chitarra.
Fin dall’introduttiva Old Pine Box, arguta ode alle umane spoglie mortali, ci è chiaro che Geraci non soltanto è un consumato pianista/organista blues, ma anche un sagace autore, nel pieno possesso di quella finezza espressiva tipica dei migliori poeti del genere. Anche se non tutto è lirica in questo disco: non poche tra le tracce presenti, infatti, sono strumentali (dovessi sceglierne uno, sarebbe About Last Night con i suoi seducenti ammiccamenti latini). Tuttavia, con l’ausilio non solo dei già citati Norcia e Welch, ma anche con l’apporto della chitarra di Walter Trout, del violino di Anne Harris a dare un sentore di Big Easy in Wading Through Vermillion e la voce di Erika Van Pelt in Corner Of Heartbreak And Pain, il disco mostra, di Geraci, il profilo migliore. G.R.
BOBBY GENTILO

"Gentilo"

Blue Heart Rec. (USA) - 2022

Disease/Peace train/Tell me/Troublin'/Ghost/The greatest/The real you/Treat me so mean/Tire fire/Higher
        
 
Ad ascoltare Gentilo, inteso come disco, chi potrebbe dire che Gentilo, inteso come Bobby, sia stato membro dei The Cornlickers, la band di una creatura sì ruspante, sporca di fango e profondamente intrisa di juke-joint come Big Jack Johnson?
Originario di Washington, DC, ma mississippiano adottivo, questa è la sua prima prova solista che arriva dopo anni trascorsi a fare il produttore oltre che il musicista. E mentre, come produttore, cercava di estrarre il meglio dal prossimo suo ecco che, negli anni, è maturato quel sé stesso che, in queste tracce inedite, per la prima volta si manifesta. Poco dell’eredità dell’antico mentore Johnson ritroviamo qui; non quel sudore e quel fumo di carni sudiste cotte sulla griglia. Piuttosto occasionali riprese di hill country blues mescolate con ballate soul come Tell Me, The Greatest e The Real You. Qui molto è anche contagiato dal Go-Go, preparazione galenica di funk, soul e blues in dosi variabili. G.R.
YULIAN TAYLOR

"Blues friends"

Autoprodotto (ARG) - 2022

I will sing (feat. Lorenzo Thompson)/Rolling blues (feat. Carlos Johnson)/You are asleep (feat. Chryss Alynn)/Start (feat. Dexter Allen)/I'm going to get together (feat. Angie Nero)/You're free (feat. Leilani Kilgore)/I want to fly (feat. Tia Carroll)
        

Registrato tra Chicago, Mississippi, California e Nashville, Blues Friends, il nuovo disco del chitarrista argentino Yulian Taylor, è un album che combina le doti strumentali di Taylor con quelle di alcuni tra i più o meno noti artisti blues contemporanei, ospiti dell’operazione da cui il titolo della stessa. Tra i primi, figurano i chitarristi Carlos Johnson, Dexter Allen e la cantante Tia Carroll. Tra i secondi, la cantante canadese Anguie Nero e la giovane cantautrice nashvilliana Leilani Kilgore.
Sebbene principalmente orientato sul versante chicagoano del blues, quello che punta dritto verso il southside, il disco propone anche un paio di digressioni di vaga ispirazione hendrixiana come You Are Asleep e You’re Free oltre che strizzare d’occhio al B.B. King, quello più melodico di The Thrill Is Gone, con Start. G.R.



SCOTT ELLISON

"There's something about the night"

Liberation Hall Rec. (USA) - 2022

Half a bottle down/There's something about the night/Ain't no love in the heart of the city/Bury your bone at home/Blowin' like a hurricane/Salina/Meat and potatoes/Feast or famine/Good year for the blues/I'm ready baby/Mirror image/Chains of love/Revolutionary man/Where do you go when you leave
        
 
Dopo una separazione, può anche essere facile trascorrer bene la giornata; ma il malanimo risorge, puntuale, al calar del sole. Di questo e di altro ancora ci racconta There's Something About The Night, tredicesimo disco solista di Scott Ellison che, tematicamente tocca i diversi archetipi del blues ma, nel tradurli in parola, si mantiene, spesso, su direttrici sagaci e personali. Proprio come nella concreta saggezza di Bury Your Bone At Home.
L’aver fatto parte, nei primi anni ‘80 e seppur per breve tempo, della band dell’eclettico texano Clarence “Gatemouth” Brown ha senz’altro lasciato il segno in questo chitarrista, cantante e autore di Tulsa, Oklahoma che, nei successivi decenni da solista, ha manifestato la stessa facile propensione del suo antico mentore ad un approccio camaleontico al genere. Ellison scivola tra gli stili con la stessa agilità con la quale si può scollegare una chitarra da un amplificatore per ricollegarla, un attimo dopo, a un altro diverso. Nel farlo, però, ciò che resta pressoché immutata è la voce del suo strumeto che, assai spesso, mostra affinità timbriche ed espressive, col nervosismo inquieto di Buddy Guy o, una volta indossata la slide, con il vecchio Elmore James. G.R.
SANDY HALEY

"Feels like freedom"

Autoprodotto (USA) - 2022 - EP

Dirty dog/Feels like freedom/Love me right or cut me loose/Never sleep your way to the middle/Run for shelter
 
          
Esordisce, con la giusta cautela da neofita, puntando su un lavoro di rapida fruizione come quella di un EP, ma scommette il giusto e, sulla distanza pur contenuta di cinque brani inediti, punta e vince.
Sandy Haley, trapiantata, dall’industriale Detroit, nelle terre assolate della California meridionale, nata e cresciuta suonando il piano e cantando gospel, oggi si propone come autrice di efficace ma non superficiale leggerezza, interprete, col proprio nitore vocale, di un moderno rhythm’n’blues che, dall'esordio swingante di Dirty Dog, sospinto da un trascinante pianoforte boogie, non perde la propria essenza solare anche quando le atmosfere si fanno più soulful e intimiste (vedasi Love Me Right Or Cut Me Loose).
A ulteriore garanzia di qualità, a produrre il disco, il plurivincitore di Grammy Awards, Tony Braunagel. G.R.
KATHY MURRAY & THE KILOWATTS

"Fully charged"

Blue Heart Rec. (USA) - 2022

Expence of love/My mistake/Changing lanes/The house that Freddie built/Get ahold of yourself/Breakup breakdown/Henny penny blues/Wash away the pain/Suspicion/Hard act to follow/Animal magnetism/It hurts me too/Anyone who knows what love is/Extra nice        
 
 
Nelle sue varie sfumature e diffrazioni, la luce della stella del Lone Star State brilla lungo l’intero dispiegarsi di quest’ultimo disco di Kathy Murray e i Kilowatts. Il suo strumento dal registro alto e dall’emissione colloquiale, forte di una dizione che restituisce un sentore netto di ironia e disincanto, nel suo ricordare lontanamente la conterranea Lou Ann Barton, sembra fatto su misura per raccontare sagaci storie blues.
Accompagnata da una band di veraci texani capitanata dal chitarrista Bill Jones, il cui stile strumentale non travalica mai i confini di stato, la Murray confeziona un autentico blues party di undici inediti e tre covers dove fa pieno uso di tutto uno spettro di stili di blues che, alla chiara matrice texana aggiungono, talvolta, sentori di country, swamp, zydeco, rockabilly.
Tra le riproposizioni, si ascoltino il Tampa Red di It Hurts Me Too appena intinto in una salsa tex-mex o l’omaggio alla soul queen di New Orleans, Irma Thomas, con Anyone Who Knows What Love Is. Digressioni a parte, l’anima dura del disco è fieramente texana e ottimamente rappresentata dall’iniziale doppio shuffle Expence Of Love come da quell’omaggio a Freddie King che è The House That Freddie Built. A puntellare saldamente un quarto dei brani, Kaz Kazanoff e i suoi Texas Horns. G.R.
THE LOVE LIGHT ORCHESTRA

"Leave the light on"

Nola Blue Rec. (USA) - 2022

Time is fading fast/Come on moon/Give me a break/I must confess/3 o'clock blues/After all/Tricklin' down/Open book/Leave the light on/Follow the queen
        
 
Nata come divertissement per un drappello di valenti turnisti memphisiani, ognuno dotato di ufficiale attività artistica in un suo proprio altrove, chi con The Bo-Keys, chi con St. Paul & The Broken Bones chi, da solista, come pluripremiato soul-blues vocalist e autore, The Love Light Orchestra si produce in un esercizio perfettamente riuscito, all’attrezzo della nostalgia, nella sempre ben affollata palestra della memoria.
Animati dal condivisibile desiderio di riaccendere l'entusiasmo per quel suono grandioso, giocoso e orchestrale tipico del rhythm & blues di metà secolo, John Németh e i suoi otto compagni d’armi, valicandone i confini, s’impossessano di quel territorio stilistico che fu di Junior Parker, Big Joe Turner, Bobby Bland, B.B. King (dal cui repertorio riprendono 3 O’Clock Blues) e propongono nove brani che, seppur inediti, rievocano diligentemente, e con piena proprietà di linguaggio, i dettami dell’epoca omaggiando crooners, shouters e intrattenitori vari bazzicanti la Beale Street di un tempo: quello appena antecedente la nascita del rock’n’roll.
Leave The Light On è la loro seconda uscita discografica; la prima registrata in studio. G.R.
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