2021 - Macallè Blues

Macallé Blues
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2021

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Shortcuts: i cd in breve...2021


Shortcuts: i cd in breve...: in questa sezione del sito, troverete le recensioni delle novità discografiche, ma in versione compressa!

SAMANTHA FISH


"Faster"

Concord Rec. (USA) - 2021

Faster/All ice no whiskey/Twisted ambition/Hypnotic/Forever together/Crowd control/Imaginary war/Loud/Better be lonely/So-called lover/Like a classic/All the words



Un posto di rilievo, Samantha Fish, lo merita per il suo rimarchevole passato, emerso dritto dalle profondità asprigne del Delta blues elettrico. E, per il suo presente, fatto di "seni enormi e un cesareo fresco", cioè fecondo per dirla con De André, merita la nostra considerazione. Perché più che attraverso i suoi trascorsi e certamente riusciti lavori, è con Faster che, la Fish, ha partorito se stessa, dopo il travaglio del precedente Kill Or Be Kind durante il quale abbiamo visto spuntare la testa di quel feto del quale, oggi, s'è nettamente reciso il cordone ombelicale.
Prodotto da Martin Kierszenbaum, stesso produttore di Lady Gaga e Sting (!!), l'album ci mostra la chitarrista, cantante e autrice americana cavalcare fieramente e con destrezza, dodici nuove canzoni dove non abbandona definitivamente la madrelingua del blues, prova ne sono soprattutto la title track come pure Twisted Ambition, che cammina sulle acque paludose degli ZZ Top, ma approda a un idioma differente, mescolato a pur sapidi pizzichi di garage, pop e rock.
Se Faster può far storcere il naso ai fans di lunga data, resta intatto il filo tagliente della sua chitarra, lì a consolar loro il pianto.
ERIC BIBB

"Dear America"

Provogue Rec. (USA) - 2021

Whole lotta lovin' (feat. Ron Carter)/Born of a woman (feat. Shaneeka Simon)/Whole world's got the blues (feat. Eric Gales)/Dear America/Different picture (feat. Chuck Campbell)/Tell yourself/Emmett's ghost (feat. Ron Carter)/White & black/Along the way/Talkin' 'bout a train Pt.1 (feat. Billy Branch)/Talkin' 'bout a train Pt.2/Love's kingdom (feat. Tommy Simms & Glen Scott)/One-ness of love (feat. Lisa Mills)
 
  
               
Quando parliamo degli Stati Uniti come modello di democrazia (anche in formato da ‘esportazione’), forse dovremmo prima chiarirci meglio le idee su cosa vogliamo intendere col termine democrazia se, in quel paese, fino a un passato tutt’altro che remoto, la vita quotidiana zigzagava tra diffuse discriminazioni e Klan assortiti. Questo ci vuole ricordare Eric Bibb con la sua ultima uscita che ha anche tutta l’aria di essere il suo capolavoro.
Moderno trovatore delle tematiche sociali, ben più che dell’amor cortese, Eric Bibb, discendente indiretto dei griots africani, dedica questo disco, fin dall’emblematico titolo, affettuoso e insieme sardonico, alla comunque amata America e a tutte le sue contraddizioni politiche e sociali, antiche e attuali. Non nuovo, per la sua peculiare sensibilità di cantore impegnato, a simili tematiche, in Dear America affronta traccia dopo traccia la doppia morale di un paese che, negli anni, ha segretato parte del suo stesso popolo. E lo fa in maniera esemplare, mantenendosi lontano da rabbia e inutili verbosità, approfittando della preziosa collaborazione di illustri amici come il celeberrimo bassista jazz Ron Carter, il batterista Steve Jordan, il chitarrista Eric Gales, l’armonicista Billy Branch e la cantante mississippiana Lisa Mills. G.R.
                

JOSEPH VELOZ

"Joseph and the Velozians"

Big O Rec. (USA) - 2021

Pretty is as pretty does (feat. Larry McCray)/I got my mojo working (feat. Thornetta Davis)/The Velozian shuffle/Mr. Cooper (feat. Tim O'Donnell)/What you won't do for love - neo soul experiment/Crazy (feat. Thornetta Davis)/Just jammin' again/Up in my ear
 
  
               
Se al mondo - e, certamente, in quello della musica, c’è! - esistesse un posto chiamato Groove, Joseph Veloz dovrebbe esserne cittadino onorario. La sua miscela fine e fumante di blues, funk e R&B, la sensibilità melodica, le capacità tecniche hanno fatto di questo bassista di formazione classica, il bassista preferito da molti: Matt “Guitar” Murphy, Larry McCray, Lucky Peterson, Mississippi Heat, Thornetta Davis, tanto per dire. E, in questo nuovo disco solista, che giunge al seguito del precedente Offerings, è proprio la voce di Thornetta Davis a brillare nella versione, qui resa doppia, del classico Got My Mojo Working; la prima delle due offerta in chiave sorprendentemente funk. E poi ancora nel recente hit Crazy, tormentone radiofonico originariamente interpretato da Gnarls Barkley.
Ma questo Joseph & The Velozians, oltre a risplendere per arrangiamenti e qualità dei musicisti presenti, si rivela occasione di grande godimento per gli amanti dell’organo Hammond che troveranno di che bearsi grazie alle sfuriate tastieristiche di Jim Alfredson. G.R.
                

MISS LADY BLUES

"Moe betta blues"

Autoprodotto (USA) - 2021

Back it up with that lip/She ain't me/Being in love/Addicted/What I want/Loving you/Baby/Can't be love
 
  
               
In Moe Betta Blues, titolo che richiama solo nella forma l’assonante e sognante jazz movie di Spike Lee, c’è una rara attenzione ai dettagli e un’affinità con le storiche produzioni degli anni ‘70 e ‘80 della Malaco, in primis, che potrebbero indurre facili emozioni negli appassionati di quel blues sudista cosiddetto mainstream.
Nel suo rievocare, seppur senza raggiungere le medesime profondità, lo stile e gli umori di personaggi illustri del genere come Denise Lasalle, Dorothy Moore, Z.Z. Hill, Latimore, Miss Lady Blues propone un mix di cliché che, oggi, sebbene sempre ricchi di intramontabile sex appeal, appaiono forse un tantino anacronistici nonché privi di quell’arguto mordente lirico e interpretativo che costituiva il tratto caratterizzante delle analoghe produzioni dell’epoca. Tuttavia, la vocalità della cantante, cristallina per corpo e timbro, l’originalità dei brani e l’artigianale, quasi maniacale, cura negli arrangiamenti, il cui merito ritengo vada in primo luogo a Dexter Allen, chitarrista e bassista, fanno di questo disco un prodotto formalmente riuscito e di pronta beva, per i nostalgici amanti di quelle sonorità. G.R.
                

SOUTHERN AVENUE

"Be the love you want"

Renew Rec. (USA) - 2021

Be the love you want/Control/Don't hesitate (call me)/Push now/Fences/Let's get it together/Heathen hearts/Move into the light/Love you nice and slow/Pressure/Too good to be true/Move on
 
  
              
La complessa e autenticamente moderna alchimia sonora dei Southern Avenue, abilmente calata sul panno verde col precedente, rigoglioso Keep On, origina dalla fortunata e provvidenziale intersezione tra giovani e multiformi talenti: quello del chitarrista israeliano Ori Naftaly che, a Memphis, incrocia le spade con l’hammondista di scuola Stax Jeremy Powell e le esuberanti sorelline Tikyra e Tierinii Jackson, rispettivamente batteria e voce solista che, con il pulsante basso di Evan Sarver e i fiati a rinforzo, fanno gioco affinché le scintille arrivino a scoccare.  
Terza uscita di questa band, Be The Love You Want si differenzia dall’omonimo esordio, esercizio di equilibrismo tra il blues del Delta e il più schietto soul-gospel sudista, come dal disco precedente, evoluzione urbana orientata verso brani di taglio upbeat e ballabili grooves. Coprodotto da Naftaly con Steve Berlin dei Los Lobos, questo disco aggiunge generose dosi di funk e R&B alla ricetta. Malgrado il risultato finale appaia più lustro e lucido che in passato, il songwriting raggiunge qui la sua piena maturazione. Almeno un paio di episodi riportano alla mente le magistrali lezioni del vecchio Curtis Mayfield dei primi anni ‘70 opportunamente attualizzate e la voce prensile di Tierinii Jackson, dai riflessi chiari di flessibile alluminio, risuona di cristallina emotività.
Per musiche, liriche e capacità di sintetizzare efficacemente dettami stilistici antichi con la modernità dell’oggi, Be The Love You Want è un disco ben più profondo e arguto di quanto potrebbe sembrare a un orecchio frettoloso. G.R.
                

PAUL CARRACK

"One on one"

Carrack Rec. (UK) - 2021

Good and ready/A long way to go/I miss you so/You're not alone/Lighten up your mood/Precious time/When love is blind/Shame on you, shame on me/Set me free/Behind closed doors
 
  
              
Paul Carrack ben rappresenta il concetto che, gli inglesi, riassumono col generico termine “underrated”; e sottovalutati lo si può essere per varie ragioni, solitamente immeritate. È questo il caso di Carrack se si considera che, cantante e autore inglese, oltre ad aver fatto parte di diverse note bands, sebbene pop-oriented, una su tutte Mike And The Mechanics, aver lavorato con Roxy Music, Eric Clapton, Van Morrison e Frankie Miller nonché aver pubblicato, a oggi, una ventina di dischi solisti, resti ancora una figura anonima per i più.
Questo ultimo One On One è l’ennesimo figlio legittimo - e benvenuto! - del Covid e del conseguente periodo di lockdown durante il quale, uno dei più ispirati cantautori britannici, al pari di altri artisti, ha nuovamente liberato la propria creatività. Il risultato, è un leggero ma pregiato infuso di R&B-soul-pop che trova in A Long Way To Go, apertamente ispirata a Bill Withers, nella neworleansiana Lighten Up Your Mood, nei ricordi del primo Marvin Gaye evocati con Set Me Free o ancora in Shame On You, Shame On Me, scritta con la mano guidata dallo spirito di Van Morrison, i momenti più felici. G.R.
                

BRAD VICKERS and HIS VESTAPOLITANS

"The music gets us thru"

Man Hat Tone Rec. (USA) - 2021

Dumb like a fox/Take it slow/Please don't say/Big wind/I'll never let you go/The music gets us thru/Now it's time for me to sing the blues/What in the world/Grab my car keys/I'll be sittin', I'll be rockin'/Birds on my family tree/When I am drinking
 
  
     
Lo swing gentile dei Vestapolitans e il sobrio, disadorno canto di Brad Vickers, disadorno e frugale quanto quello della sua chitarra, evocano un insolito tepore antico. Il loro stile musicale, autodefinitosi “Great American Roots’n’Roll”, qualsiasi cosa voglia significare, sembra significare il giusto per ciò che l’orecchio ascolta: una chiara devozione per Chuck Berry, testimoniata dalla title track e per il blues classico, qui tradita dalla rilettura, come d’abitudine da un po’ di dischi in qua, di un brano di Tampa Red (I’ll Never Let You Go), nonché l’amore per il sound, le atmosfere degli anni ‘50, il boogie e una malcelata simpatia per il rockabilly.
La bussola sonora è qui coperta in ogni suo punto cardinale, persino con l’aggiunta, alla bisogna, di violini, accordion e pure clarinetti giusto per dare un sentore cajun o dixieland, ove serva. Un’inusuale sezione fiati formata da un sax tenore e uno baritono (niente trombe all’orizzonte!) dà una generosa mano di grasso al suono tutto contribuendo a definire una cornice musicale d’altri tempi. Persino il timbro di voce della bassista Margey Peters che, occasionalmente, conquista il microfono, contribuisce a far girare all’indietro, e veloci, le lancette della pendola. Si aggiungano, da ultimo, le ospitate di Mikey Junior all’armonica e Dave Keyes al piano per rendere credibile il quadretto di un enjoyable saturday night! G.R.
          

MICK KOLASSA

"Wasted youth"

Endless Blues Rec. (USA) - 2021

Throwing away these blues/Wasted youth/It hurts to let you go/I'm missing you/Easy doesn't live here/I can't get enough/Feeling sorry for myself/Touching bass/Darkness to light/My mind doesn't wander/Pieces of my heart/Edge of  a razor
 
  
    
Quantomeno in fatto di recensioni, non amo fare affermazioni perentorie lasciando, piuttosto, le conclusioni al lettore e costringendo le mie a concedersi, semmai, attraverso il velo, più o meno discreto, delle parole. Ma questa volta, tanto vale svelare subito l’arcano dei propri pensieri, spazzando il banco da contaminanti dubbi! Con Wasted Youth, Mick Kolassa realizza, in termini tanto musicali quanto lirici, il suo capolavoro. La recensione potrebbe finire qui; ma, per chi avesse tempo e voglia, seguono ulteriori quanto accessori dettagli.
Riuscitissimo per testi, musica e arrangiamenti, Wasted Youth è anche un disco disarmante e sincero; un viaggio a ritroso nell’anima di questo cantante, chitarrista, autore e produttore attraverso gli ultimi eventi personali accadutigli, inclusi la perdita di numerosi amici e della stessa moglie. Non stupisce, dunque, che i temi della perdita e del dolore siano qui ricorrenti. E quale miglior genere del blues per dar loro la giusta voce. Contribuiscono all’eccezionalità del risultato finale, oltre la finezza dei fiati e all’abituale supporto della Endless Blues Band, guidata dalla preziosa chitarra di Jeff Jensen, un pugno di ospiti di prima grandezza tra i quali spiccano, per chiara fama, Brandon Santini, Albert Castiglia, Anthony Paule e Victor Wainwright. G.R.
          

JOHNNY RAY JONES

"Way down south"

Moondogg Rec. (USA) - 2021

Steamy windows/I got the will/Don't burn down the bridge/Way down south/You don't care/Shine on me/Tunica motel/L.A. fog/Ninety nine and a half (won't do)/Give away none of my love/Nothing takes the place of you
 
  
    
Allievo vocale di Sam “Bluzman” Taylor, figlioccio di Tina Mayfield (vedova del fu, poeta in musica, Percy), scomparsi Tony Joe White e Long John Baldry, pare che il ringhio, denso e palustre del sud, sia stato affidato alle mani di questo figlio illegittimo della west coast, dalle corde vocali muscolose, quanto monocromatiche.
Il vecchio detto recita “squadra che vince non si cambia” tanto che, fedele ad esso, Johnny Ray Jones schiera, per questo suo secondo disco, la medesima formazione, almeno nella principale sostanza, che già lo accompagnava nel precedente: Johnny Lee Schell, Mike Finnigan, Tony Braunagel, Joe Sublett più una corposa sezione fiati di chiara ispirazione memphisiana, tutti chiamati a raccolta per un caleidoscopio sonoro che rimbalza, agile e allegro, sulle sponde di soul, R’n’B e americana con fermata intermedia a New Orleans.
Presi a prestito I Got The Will da Otis Redding, Don’t Burn Down The Bridge da Albert King e Nothing Takes The Place Of You da Toussaint McCall, il resto insiste sul terreno dell’inedito e offre accennate riminiscenze di Creedence Clearwater, ZZ Top e lontani tramonti texani. G.R.
          

ROBBEN FORD

"Pure"

Ear Music Rec. (USA) - 2021

Pure (prelude)/White rock beer...8 cents/Balafon/Milam Palmo/Go/Blues for Lonnie Johnson/A dragon's tail/Pure/If you want me too         
 
 
    
Malgrado l’unico episodio di esplicito interesse per gli amanti del blues sia costituito da Blues For Lonnie Johnson, questo brano è un tale esempio di somma maestria ed eleganza interpretativa da far sì che il disco intero meriti di essere preso in considerazione anche solo per ascoltare le immense, definitive pennellate di luce stese in questi cinque minuti scarsi di pezzo.
Pervaso da tratti vagamente misticheggianti e lievi accenni di musica indiana, Pure, creatura interamente strumentale del mastro chitarrista Robben Ford, nel breve volgere di una mezz’ora o poco più di lunghezza, sembra quasi voler rappresentare il brodo ristretto dell’intera sua carriera. Dunque, più che il blues, rigidamente confinato nel perimetro del suddetto brano, anche e soprattutto le memorie del suo passato con Yellow Jackets, Tom Scott, Miles Davis.
Gli amanti della chitarra, non solo blues, avranno di che godere! G.R.
          

CHRISTONE "KINGFISH" INGRAM

"662"

Alligator Rec. (USA) - 2021

662/She calls me Kingfish/Long distance woman/Another life goes by/Not gonna lie/Too young to remember/You're already gone/My bad/That's all it takes/I got to see you/Your time is gonna come/That's what you do/Something in the dirt/Rock'n'roll         
 
 
 
Operando un parallelo tra questo e il disco precedente, all’ascolto risulta chiaro come la maturazione di Kingfish Ingram, giovanissimo bluesman mississippiano dalla disadorna, indistinta immediatezza vocale, si sia rivelata davvero sorprendente e avanti ben oltre i suoi miseri ventidue anni all’anagrafe.
Temperata l’esuberanza tipicamente giovanile, con un gusto inusuale per l’età, Ingram dà una forma finalmente musicale al suo stile strumentale, domando opportunamente tutta la propria energia e indirizzandola verso idee di senso compiuto, in grado ora di reggere qualsiasi prova, tanto di analisi logica quanto grammaticale, per così dire. Resta soltanto l’ingenuità di alcune manifestazioni liriche ma, al netto di ciò, 662 è un disco di quelli che piacerebbero, di certo, a Buddy Guy anche perché, al suono e alla connotazione stilistica dell’ultimo Guy devono molto. Ingram è stato un suo pupillo e, qui, lo si sente chiaro e forte. Non sarà un caso, dunque, che il disco sia prodotto da Tom Hambridge, lo stesso produttore (e batterista!) del Guy dei giorni nostri. G.R.
          

LOVESICK DUO

"All over again"

Autoprodotto (I) - 2021

All over again/Second chance/Black and white light/I might be going home/Ain't no other place (for you and me)/I wish you were my baby/I'm in love with my baby/Paradise island/I don't love you anymore/The world is different without you/That record that you liked/Lovesick boogie/Today's the day
         
 
 
Paolo e Francesca, no, non sono i due amanti cui buona parte del V Canto della Commedia (Divina!) è dedicato; bensì Paolo Pianezza e Francesca Alinovi, rispettivamente chitarrista-cantante e contrabbassista-cantante, anime comunque intrecciate a questo progetto, ambizioso e felice, che si chiama Lovesick Duo.
Il perfetto intrico tra una tecnica strumentale di rara, sopraffina efficacia e le invenzioni melodiche che, in barba alla ridotta forma a duo, riescono a creare, fa dei Lovesick Duo una formazione dal sorprendente suono orchestrale. L’estrema freschezza della proposta dei due giovani bolognesi odora, sì, di country, rock’n’roll, boogie e western swing - generi antichi e lontani, si dirà! - ma ciò che li rende dannatamente intriganti è che sanno rivisitarli con intelligenza, humor e gusto. Questo è il loro quarto album e, al netto di un paio di titoli, frutto della collaborazione con Luke Winslow King (Black And White Light) e Brad Myrick (I’M In Love With My Baby), il resto è tutta buona farina ricavata dal proprio sacco. A rinforzare la formazione, un tris di ospiti in altrettanti brani: Roberto Luti alla chitarra resofonica, Lorenzo Assogna alla chitarra elettrica e il violinista Alessandro Cosentino. G.R.
          

WEE WILLIE WALKER and THE ANTHONY PAULE SOUL ORCHESTRA

"Not in my lifetime"

Blue Dot Rec. (USA) - 2021

A word from Willie/Don't let me get in your way/Over and over/Real good lie/What is it we're not talking about/Darling mine/I'm just like you/Make your own good news/Warm to cool to cold/Let the lady dance/Heartbreak/Suffering with the blues/Almost Memphis/'Till you've walked in my shoes
         
 
 
Benedetto da una voce dalle scure pieghe adenoidali, ben accomodata sui principali gerghi della cosiddetta ‘musica nera’, oltre che da un frusciante vibrato di cartapecora, Wee Willie Walker è restato estraneo alle luci della ribarla fino agli anni, a noi, più recenti. Riscoperto o, forse, scoperto da un’etichetta benemerita come la Little Village Foundation, ha dato il meglio quando accoppiato, come qui, a quel “gregge” di prim’ordine che è la Soul Orchestra capitanata e diretta dall’elegante chitarra di Anthony Paule. Le registrazioni presenti in Not In My Lifetime, sebbene datate 2019, vedono la luce soltanto ora e costituiscono - ahinoi - la testimonianza postuma del talento di questo cantante nato in mezzo ai fanghi del Mississippi e scomparso solo tre giorni dopo aver completato questo disco, prodotto da Jim Gaines. Undici, su quattordici brani presenti, sono inediti partoriti dalla penna di Christine Vitale e insistono sui versanti soul, R&B e gospel dell'universo musicale d'oltreoceano, mentre i restanti tre, tra i quali il remake del suo vecchio Warm To Cool To Cold, includono anche Heartbreak come anche la rilettura di Suffering With The Blues, mostrando, di Walker, il pur pregevole crooning. G.R.
          

POLLY O'KEARY AND THE RHYTHM METHOD

"50"

Autoprodotto (USA) - 2021

Brand new day/Too much like I care/Can't catch me/Smiling/You better think/People on the corner/Strange way of showing love/ABCs/I'm not guilty/Love in waiting/American highways
          
 
 
La voce di Polly O’Keary, dalla corposità così naturalmente soulful, ben si attaglia al brano d’apertura, dai decisi tratteggi funky-soul stile Motown, tanto da lasciar intendere, se non fosse per il muscolare assolo di chitarra a seguire, un netto cambio di indirizzo musicale per questo power trio di rara amalgama che, oltre alla O’Keary (voce e basso) annovera, tra le fila, la fumantina, ma misurata chitarra di Dave Miller nonché il puntuale, deciso drumming di Tommy Cook.
Di vero cambio, dunque, non si tratta, ma di un’evoluzione, sì. Collocato un passo oltre il precedente Black Crow Callin’, 50 è una lectio magistralis in fusione a freddo tra generi musicali: R&B, southern Rock, Americana, soul, blues, blues-rock, Texas shuffle e persino un accenno a sfumature cubane. Il risultato, all’orecchio, non manca, tuttavia, di coerenza e si colloca assieme ai dischi meglio riusciti, partoriti in tempo di pandemia. G.R.
       

URBAN LADDER SOCIETY

"The summit"

PKMG Rec. (USA) - 2021

Da blues/What's on your mind/Dysfunctional/Chill winds/Mission/Prophecy/We got this covered/Juke joint lover/Trouble man/Same ole thang/Love you forever
          
 
 
Appresso a The Summit, ci si potrebbe sbizzarrire nel tentar di ricamarci attorno qualche novella etichetta fresca di conio: blues in progress, progressive blues, gang blues, chissà! Le esatte proporzioni dei due principali ingredienti della ricetta proposta da Urban Ladder Society, variano di brano in brano: talvolta è il blues a prendere il sopravvento, talaltra l’hip hop. Ma il tentativo di amalgama non è nuovo; altri, prima di loro hanno ammiccato a soluzioni ibride, imbastardite con questi generi da strada e i risultati non sempre si sono rivelati convincenti. Alcuni tra i migliori, a mio parere, li ha ottenuti l’arguto Bobby Rush, cintura nera di acume e lungimiranza, il quale ha sempre mantenuto, anche in simili ambiti sperimentali volti forse a catturare un uditorio meno âgée, una sua veracità blues di fondo, immediatamente percepibile.
Versatile quartetto da Jackson, Mississippi, Urban Ladder Society, equidistante da detti livelli di ruspante schiettezza, raggiunge tuttavia un punto di equilibrio tra i generi, davvero mirabile, dove il legame con la matrice blues è garantito e manifesto grazie alla chitarra, anche deliziosamente slide, del mississippiano Chris Gill. G.R.
       

LAUREN ANDERSON

"Love on the rocks"

Autoprodotto (USA) - 2021

Keep on/Love on the rocks/Back to Chicago (feat. Mike Zito)/The way I want/Holdin' me down/Just fucking begun/I'm done/Stand still/Your turn
          
 
 
Depositaria di un approccio vocale spavaldo che, sebbene un po' da lontano, ricorda le movenze timbriche di una Janis Joplin ancora in erba, questa seconda prova (autoprodotta) della giovane Lauren Anderson, convince. Malgrado nel disco sia accompagnata da una robusta e completa band, alla quale si aggiunge un ospite di riguardo come Mike Zito in quel figurato bacio d'addio a un "no good lover" che è il lento blues-rock in crescendo Back To Chicago, è proprio nell'iniziale Keep On, ibrida song 'gospel/chaing gang' a cappella, che si manifesta tutta la sua granulosa tinta vocale. Dall'arabeggiante e sinuosa Holdin' Me Down (with your gravity), attraverso il funk di I'm Done, in odere di ammodernati Sam & Dave, fino all'implorante country-soul di Stand Still e la conclusiva, cantautorale Your Turn, la cantante mette a fuoco anche tutta la sua vena di rimarchevole autrice.  
Unica frustrazione, la breve durata di questo disco (trenta minuti mal contati!), ampiamente ripagata, invero, dalla soddisfacente ricchezza del contenuto. G.R.
    

CHRIS GILL

"Between Midnight and Louise"

Endless Blues Rec. (USA) - 2021

Thank you for another day/Song for Honeyboy/Back to paradise/You never know/Rolling man/Fleas and ticks/Souvenir of the blues/Long distance highway/I fell in love with the blues/Walking through eden/Between Midnight and Louise
          
 
 
Accade che il titolo tradisca le intenzioni. Tradotto letteralmente, potrebbe suonare strano a chi non conoscesse la geografia degli States; e forse non basterebbe una dettagliata carta geografica per chiarire definitivamente l’arcano. Le coordinate dicono Mississippi, la culla del blues: Midnight è una piccola comunità (così piccola da non poter assurgere al rango di paese!) e Louise una cittadina; entrambe si trovano lì, lungo la vecchia e leggendaria Highway 49.
Con questo stratagemma, Chris Gill ci lascia intendere che la mezza via tra questi due punti sulla mappa è una metafora di ciò che troviamo inciso in questo suo ultimo lavoro. Registrato in solitaria, col solo supporto delle sue vecchie chitarre, di due microfoni e un piccolo amplificatore, Gill, che in più di un’occasione getta il cuore - e la voce! - oltre John Hammond, trascina l’ascoltatore nella propria familiare palude sonora, di evidente scuola mississippiana, intrisa di suoni slide, strumenti resofonici dal timbro ossidato e lo spirito del cantastorie da porticato. E, proprio a proposito di storytelling, Long Distance Highway, deliziosa canzone sulla vita raminga, ne rappresenta il miglior esempio. G.R.
    

THE ATOMIC 44's

"Volume one"

Bird Dog Rec. (USA) - 2021

The boogieman/Barbwire and fences/Fade to black/Olivia/Candy man/Ol' Mexico/Lyin' still/Saints and sinners/My 49'
          
 
 
Curioso il titolo quanto la copertina. Due cani sciolti, smarriti in una landa postatomica; quasi come le due anime dominanti di questo progetto discografico.
Il chitarrista Johnny Main e l’armonicista Eric Von Herzen (già con Walter Trout, Junior Watson, Social Distortion), forti dei loro rispettivi trascorsi in altrettante band come The 44’s, l’uno, e The Atomic Road Kings, l’altro, danno vita a un ibrido del loro recente passato, manifesto fin dal nome: Atomic 44’s.
La band, che in quanto a indirizzo musicale non si scosta di molto da quello delle due di provenienza, propone, con disinvolta facilità, un riuscito mix di roots, robusto boogie e blues-rocker. La formula risulta vincente anche grazie agli assi nella manica, leggasi ospiti, calati in tavola, con astuto senso del gioco, al momento opportuno. Così, per questa prima raccolta di inediti - quel Volume One lascia, verosimilmente, intendere la non estemporaneità del progetto! - al quartetto base, che già include il propulsivo, ipnotico basso di Bill Stuve, si aggiungono pesi massimi come Deb Ryder, Kid Ramos e Jim Pugh a dar ulteriore sostegno a un groove già di suo polveroso e avvolgente il giusto. G.R.
 

MIKE ZITO

"Resurrection"

Gulf Coast Rec. (USA) - 2021

I'll make love to you/Don't bring me down/Dreaming of you/In my blood/Presence of the Lord/When it rains/You don't have me/Damned if I do/Running man/Evil/Resurrection
          
 
 
Semplifichiamoci la vita e andiamo subito al punto dicendo in modo chiaro, semplice e lineare che, sebbene non tutti i brani qui presenti siano sempre così accattivanti, tra i dischi di Mike Zito, Resurrection è quello che contiene alcune delle sue migliori schitarrate di sempre! Non reinventa nulla il chitarrista texano al cui suono poderoso ma elegante, per quanto a modo suo anche attento alla tradizione, siamo ormai avvezzi ma conserva il grande pregio, Zito, di saperci proporre qualcosa che suona familiare, con grazia e stile.
Il titolo fa facile riferimento alla resurrezione - vera?...presunta?...sperata? - dei corpi, e dello spirito dunque, post pandemia o diversa crisi che sia; e persino la copertina, opera dell'artista coreano Yool Kim, coi suoi colori sgargianti, pare lì a voler catturare quel sentimento di anima e luce che si intravede al termine della conseguente più o meno lunga battaglia. La maggior parte dei brani sono autografi con alcune gemme che spuntano (Don't Bring Me Down, In My Blood, When It Rains, Damn If I Do); ma troviamo anche alcune riletture: il JJ Cale di I'll Make Love To You, i Blind Faith di Presence Of The Lord e il vecchio Wolf con la sua Evil, rivestita di un nuovo e creativo sound. La band è la sua solita, con l'occasionale aggiunta di un paio di fiati e, quale ospite speciale a ulteriore rinforzo chitarristico, il figlio Zach. G.R.
 

PATTY TUITE

"Consider this"

Thread City Production Rec. (USA) - 2021

Consider this/Wanna go to Memphis/Get up'n'go/Go where it takes you/Feel the heat/Dreams/Power of nature/I can't lose tonight/Please don't feel lonely/True love/Since you've been around
          
 
 
Patty Tuite è cantante, autrice e polistrumentista e, in questo suo polimorfismo espressivo, anche chitarrista. Ma attenzione: l’energica, rotonda pienezza del timbro della chitarra solista che risuona nell’intero disco è, invece, quella di Paul Nelson e si rivela essere, per estro e scintillio, la grande attrazione del variegato circo sonoro che anima queste tracce. Già chitarrista di Johnny Winter, oltre che in veste di primo chitarrista lo troviamo, qui, anche in quella di produttore. I generi rappresentati sono i più diversi. Oltre all’ottimo blues-rock dell’introduttiva Consider This, pregno di radiofonico appeal, evidenti commistioni col funk di impronta jamesbrowniana si rivelano in Get Up’n’Go. Country-blues, blues e un pizzico di leggero swing e pop (bello il sax che, in True Love, cita il solo di Your Latest Trick dei Dire Straits) completano un quadretto di godibile leggerezza sul quale non avrebbe sfigurato una voce un po’ più graffiante. G.R.
 

GARY MOORE

"How blue can you get"

Mascot Label Group Rec. (USA) - 2021

I'm tore down/Steppin' out/In my dreams/How blue can you get/Looking at your picture/Love can make a fool of you/Done somebody wrong/Living with the blues
          
 
 
​A dieci anni dalla scomparsa di Gary Moore How Blue Can You Get arriva, preciso e puntuale, a fornirci il promemoria, casomai fosse servito, di quanto importante sia stato questo chitarrista nella costruzione del suono delle due band (Skid Row e, soprattutto, Thin Lizzy) nelle quali ha militato, prima di intraprendere la carriera solista; e, ancor più, di quanto, con la sola eccezione di un paio di divagazioni, il genere blues sia stato fondante nel suo percorso musicale.
Composto da sole otto tracce, recuperate dalle cantine di famiglia, questa raccolta rappresenta il trionfo della qualità sulla quantità. Non solo: il disco punta assai bene e giustamente il suo fascio luminoso sul Gary Moore chitarrista e cantante. Tracce probabilmente scartate da dischi precedenti vale, per quanto qui contenuto, il sacro detto "...la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo...".
A partire dall'iniziale, sferzante rivisitazione del Freddie King di Tore Down, Moore si fa vibrante e intenso come resterà nel resto della raccolta. E anche economico; i suoi assolo sono quasi sempre parchi e calibrati sull'espressività, di note e silenzi, piuttosto che su un pletorico virtuosismo. Ne è prova l'omonima How Blue Can You Get, con Moore a rincorrere il ricordo sonoro di B.B. King.
Se In My Dreams e Love Can Make A Fool Of You sono ballate che ripercorrono i sentieri noti di celeberrime romanticherie come Still Got The Blues o Parisienne Walkways, se Looking At Your Picture ricorda A Different Beat, escursione anni '90 nel mondo drum & bass, ci pensa poi Done Somebody Wrong a riportare il timone sull'intenzione primaria del disco: affiancare, in un'istantanea, Moore al blues. G.R.
 

KYLE CULKIN

"Pork chops & blues"

Tonebucker Rec. (USA) - 2021

The pork chop song/So damn old/By the blues/Burn it all down/Why me/Nothing from nobody/Can't come down/Wouldn't change a thing
          
 
 
Lappena superata adolescenza di questo giovanissimo chitarrista è tradita dalla voce ancora smaccatamente acerba. Ma la sua capacità strumentale e il suo gusto per le note scelte, sono già quelle di un consumato sideman. Il suo primo album, My Americana, era un non nuovo mix di blues, gospel, rock, country e soul.
Ora, Pork Chops & Blues segna un ritorno più convinto alle radici R’n’B. A darne un primo assaggio è So Damn Old, brano di vecchia scuola con una chitarra che, kingiana a tratti come nella successiva By The Blues, suona anche squisitamente inventiva. Non mancano, però, quel pizzico di country come nell’iniziale Pork Chop Song, gli sconfinamenti nella rhumba con Nothing From Nobody e nelle ballate rock più cantautorali come Can’t Come Down. Chitarra, arrangiamenti e una nutrita, impeccabile band sono gli aspetti di assoluto rilievo di un disco che, anche assai ben scritto (tutti brani inediti ad eccezione della rilettura, molto fedele, di Why Me del vecchio Delbert McClinton), pare essere un breve viaggio musicale attraverso le emozioni umane, dall'adolescenza vissuta, all'età adulta, ancora solo immaginata. G.R.
 

MISTY BLUES

"No more blue"

Autoprodotto (USA) - 2021

My one and only/I can't wait/These two veils/Bodega blues/Change my luck/Down in Lenox Town/Ready to play/Listen/Step right up/Days gone by/Nothing to lose          
 
  
La voce di Gina Coleman è uno scuro monolite; una bruna massa rocciosa a metà strada tra il faringeo, fuliginoso ruggito chicagoano di Valerie Wellington e il più educato, narrativo contralto di Tracy Chapman. È lei che, dal pulpito del suo peculiare timbro e, occasionalmente, dalle corde della sua cigar box guitar, governa le sorti di questa band, a metà strada tra tradizione e qualche audace sperimentazione di derivazione jazz-fusion, realizzata tramite un sagace utilizzo funk di ritmiche e fiati.
Sono molte le band che combinano (e scombinano) i generi, ma c’è qualcosa di davvero brillante, fresco e famigliare nel modo con cui Misty Blues lo fa. In questo decimo disco, l’ennesimo autoprodotto, solo brani inediti. I meno rappresentativi, direi, sembrano essere proprio quelli più aderenti alla tradizione blues, confinati a centro disco; da Bodega Blues a Change My Luck coi suoi espliciti rimandi a Muddy Waters o ancora il country blues acustico Days Gone By. Invece, il piacevole sapore anni ‘60 che l’Hammond conferisce al successivo Down In Lenox Town, i giochi jazzistici vagamente coltraniani dello strumentale Listen o ancora il conclusivo funk Nothing To Lose, paiono reggere bene la sfida. G.R.
 

DEXTER ALLEN

"Keep moving on"

Endless Blues Rec. (USA) - 2021

Keep moving on/Love talk/Blues eyed girl/Pack up my bags/I just love that woman/F.A.B.U.L.I.S.T. woman/If I ain't got you/Sleeping in my bed/I can't live without you/I like the way/My cup of tea
          
 
 
Si annusa tutto l’odore del sud e di quel suono, ancorché ammodernato, tipico di etichette come la Malaco in questo nuovo lavoro - il sesto, da solista - di Dexter Allen.
A differenza di alcune maldestre abitudini discografiche diffuse, almeno un tempo, a certe latitudini, nulla di elettronico si nasconde in queste tracce, diversamente genuine come, di certo, sarà stata l’infanzia di questo chitarrista e cantante che, nativo del Mississippi, figlio di pastori battisti e cresciuto in una fattoria, deve aver compreso assai presto che la vita autentica è quella che contempla poco più dello stretto necessario. Lo testimoniano i suoi assolo.
Attirata l'attenzione dell’ultima leggenda vivente del blues, quel sempreverde Bobby Rush che lo ha fatto chitarrista solista della sua band itinerante in tutto il mondo, da lì è partita la sua avventura artistica. Lo stile di Allen, leggero tanto da sembrar sospeso per aria, gli è valso, nel 2008, il Jackson, Mississippi Music Award come voce maschile dell’anno. Perché, come accennato, oltre che chitarrista è anche valente cantante indeciso, come suggeriscono queste tracce, tra l’indossar la giacca di pelle del bluesman piuttosto che quella più elegante, in morbido tessuto, del soulman a-là Teddy Pendergrass. G.R.
 

TOM CRAIG

"Good man gone bad"

8th Train Rec. (USA) - 2021

I'm working too hard/What a man's gotta do/You made a good man go bad/It's all my fault/Sheepdog/When you love a bluesman/Treat your daddy nice/One way love affair/Change my way of living/Headhunter/Long time coming/I like soul in my blues/My turn to cry          
 
 
 
È sorprendente come, in un disco dominato da una giusta miscela di blues, R’n’B e soul, sostenuta da una band corposa dove spiccano, tra gli altri astri presenti, Doug James al sax baritono, Dave Gross eccezionalmente al basso e Mickey Junior all’armonica, il brano davvero vincente sia quello che marca la distanza più netta dal resto del lavoro; ossia, Sheepdog, rockeggiante esempio di cemento a presa rapida, ad alto contenuto di (sex)-appeal radiofonico.
Tom Craig è chitarrista, cantante e autore originario di Philadelphia. Innamoratosi di blues e R’n’B attraverso la musica dei tre “King” e di Wilson Pickett, si manifesta, alle nostre orecchie, anche come eccelso vocalist il cui stile molto deve a jazz crooners come Mel Tormé.
Good Man Gone Bad rappresenta la sua seconda uscita solista che, in termini del tutto comparativi rispetto all’esordio, ne documenta l’evoluzione musicale attraverso tredici brani inediti. Prodotto dallo stesso Mickey Junior e mixato nei Fat Rabbit Sudios di Dave Gross, questa uscita segue l’esordio Get Ready For Me e ne descrive la naturale evoluzione. G.R.

ALABAMA SLIM

"The parlor"

Cornelius Chapel Rec. (USA) - 2021

Hot foot/Freddie's voodoo boogie/Rob me without a gun/Rock with me momma/All night long/Forty jive/Midnight rider/Rock me baby/Someday baby/Down in the bottom

          
 
Considerati l’anagrafica del personaggio (classe 1939), l’etichetta discografica per la quale è edito The Parlor (la Cornelius Chapel è costola di quella Music Maker Relief, organizzazione no-profit responsabile della scoperta, spesso meritoria ancorché tardiva, di molte oscure reliquie del blues e impegnata nel preservare e promuovere la tradizione musicale del profondo sud) e alcuni dei musicisti che fanno parte di questo progetto (Jimbo Mathus, Little Freddie King) è facile immaginare cosa ci si possa attendere dall’ascolto del disco. Chitarrista e cantante aderente in tutto e per tutto ai canoni della cosiddetta ‘old school’, Alabama Slim, al secolo Milton Frazier, è uno degli ultimi praticanti di quel ruvido blues da juke-joint. L’asprezza del suo linguaggio fa il paio con quella che fu di Juke Boy Bonner o R.L. Burnside. I brani, spesso intestarditi su un ossessivo accordo singolo, il suo timbro di voce dall’incantatoria profondità, l’abbondanza di quel tipico, ipnotico boogie, tradiscono la marcata e quasi perfetta sovrapposizione con la figura di John Lee Hooker.
Registrato in presa diretta e alla vecchia maniera, in sole quattro ore, il disco, sebbene derivativo, vive di evidente, genuina spontaneità e l’interplay tra le due chitarre, di Slim e King, racconta la storia di un dialogo autentico e ben riuscito. G.R.

CURTIS SALGADO

"Damage control"

Alligator Rec. (USA) - 2021

The longer that I live/What did me in did me well/You're going to miss my sorry ass/Precious time/Count of three/Always say I love you (at the end of your goodbyes)/Hail mighty Caesar/I don't do that no more/Oh for the cry eye/Damage control/Truth be told/The fix is in/Slow down
 

          
Partito, a scavalco tra gli anni ‘70 e ‘80, come cantante e armonicista della Robert Cray Band, dopo le parentesi come frontman dei Roomful Of Blues e di Carlos Santana, Curtis Salgado è approdato a una carriera solista che lo ha visto realizzarsi come autore, cantante e armonicista di assoluto pregio. La sua penna talvolta arguta, abbinata a un registro musicale che intreccia trame cangianti, anche contemporanee, di rhythm’n’blues’n’soul, insieme all’uso sempre più parco, ma sapientemente efficace, della sua armonica, hanno fatto di Salgado uno dei personaggi meglio rappresentativi della scena moderna.
Ogni sua uscita è un faro al quale poter volgere lo sguardo (e l’orecchio!) con assoluta fiducia e, quest’ultima, non fa differenza nel confermare la regola. Registrato, in diverse sessioni, tra il Tennessee e la California col fondamentale contributo di musicisti di gran talento come Tony Braunagel, Johnny Lee Schell e lo straordinario hammondista Mike Finnigan, Damage Control, rispetto ad altri dischi, inclina il suo asse di rotazione verso gli anni ‘50, soprattutto con Slow Down di Larry Williams, unica cover presente. Ma il meglio viene proprio quando l’inclinazione muta e Truth Be Told, con la fisarmonica di Wayne Troup, ti proietta in un’atmosfera zydeco. O Hail Mighty Caesar, in un fermento di organi e trombe, ti trasporta dritto dritto a New Orleans. L’emozione, improvvisa e impagabile, del cambio di rotta. G.R.

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