2021 - Macallè Blues

Macallé Blues
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2021

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Shortcuts: i cd in breve...2021


Shortcuts: i cd in breve...: in questa sezione del sito, troverete le recensioni delle novità discografiche, ma in versione compressa!

LAUREN ANDERSON

"Love on the rocks"

Autoprodotto (USA) - 2021

Keep on/Love on the rocks/Back to Chicago (feat. Mike Zito)/The way I want/Holdin' me down/Just fucking begun/I'm done/Stand still/Your turn
          
 
 
Depositaria di un approccio vocale spavaldo che, sebbene un po' da lontano, ricorda le movenze timbriche di una Janis Joplin ancora in erba, questa seconda prova (autoprodotta) della giovane Lauren Anderson, convince. Malgrado nel disco sia accompagnata da una robusta e completa band, alla quale si aggiunge un ospite di riguardo come Mike Zito in quel figurato bacio d'addio a un "no good lover" che è il lento blues-rock in crescendo Back To Chicago, è proprio nell'iniziale Keep On, ibrida song gospel/chaing gang a cappella, che si manifesta tutta la sua granulosa tinta vocale. Dall'arabeggiante e sinuosa Holdin' Me Down (with your gravity), attraverso il funk di I'm Done, in odere di ammodernati Sam & Dave, fino all'implorante country-soul di Stand Still e la conclusiva, cantautorale Your Turn, la cantante mette a fuoco anche tutta la sua vena di rimarchevole autrice.  
Unica frustrazione, la breve durata di questo disco (trenta minuti mal contati!), ampiamente ripagata, invero, dalla soddisfacente ricchezza del contenuto. G.R.
    

CHRIS GILL

"Between Midnight and Louise"

Endless Blues Rec. (USA) - 2021

Thank you for another day/Song for Honeyboy/Back to paradise/You never know/Rolling man/Fleas and ticks/Souvenir of the blues/Long distance highway/I fell in love with the blues/Walking through eden/Between Midnight and Louise
          
 
 
Accade che il titolo tradisca le intenzioni. Tradotto letteralmente, potrebbe suonare strano a chi non conoscesse la geografia degli States; e forse non basterebbe una dettagliata carta geografica per chiarire definitivamente l’arcano. Le coordinate dicono Mississippi, la culla del blues: Midnight è una piccola comunità (così piccola da non poter assurgere al rango di paese!) e Louise una cittadina; entrambe si trovano lì, lungo la vecchia e leggendaria Highway 49.
Con questo stratagemma, Chris Gill ci lascia intendere che la mezza via tra questi due punti sulla mappa è una metafora di ciò che troviamo inciso in questo suo ultimo lavoro. Registrato in solitaria, col solo supporto delle sue vecchie chitarre, di due microfoni e un piccolo amplificatore, Gill, che in più di un’occasione getta il cuore - e la voce! - oltre John Hammond, trascina l’ascoltatore nella propria familiare palude sonora, di evidente scuola mississippiana, intrisa di suoni slide, strumenti resofonici dal timbro ossidato e lo spirito del cantastorie da porticato. E, proprio a proposito di storytelling, Long Distance Highway, deliziosa canzone sulla vita raminga, ne rappresenta il miglior esempio. G.R.
    

THE ATOMIC 44's

"Volume one"

Bird Dog Rec. (USA) - 2021

The boogieman/Barbwire and fences/Fade to black/Olivia/Candy man/Ol' Mexico/Lyin' still/Saints and sinners/My 49'
          
 
 
Curioso il titolo quanto la copertina. Due cani sciolti, smarriti in una landa postatomica; quasi come le due anime dominanti di questo progetto discografico.
Il chitarrista Johnny Main e l’armonicista Eric Von Herzen (già con Walter Trout, Junior Watson, Social Distortion), forti dei loro rispettivi trascorsi in altrettante band come The 44’s, l’uno, e The Atomic Road Kings, l’altro, danno vita a un ibrido del loro recente passato, manifesto fin dal nome: Atomic 44’s.
La band, che in quanto a indirizzo musicale non si scosta di molto da quello delle due di provenienza, propone, con disinvolta facilità, un riuscito mix di roots, robusto boogie e blues-rocker. La formula risulta vincente anche grazie agli assi nella manica, leggasi ospiti, calati in tavola, con astuto senso del gioco, al momento opportuno. Così, per questa prima raccolta di inediti - quel Volume One lascia, verosimilmente, intendere la non estemporaneità del progetto! - al quartetto base, che già include il propulsivo, ipnotico basso di Bill Stuve, si aggiungono pesi massimi come Deb Ryder, Kid Ramos e Jim Pugh a dar ulteriore sostegno a un groove già di suo polveroso e avvolgente il giusto. G.R.
 

MIKE ZITO

"Resurrection"

Gulf Coast Rec. (USA) - 2021

I'll make love to you/Don't bring me down/Dreaming of you/In my blood/Presence of the Lord/When it rains/You don't have me/Damned if I do/Running man/Evil/Resurrection
          
 
 
Semplifichiamoci la vita e andiamo subito al punto dicendo in modo chiaro, semplice e lineare che, sebbene non tutti i brani qui presenti siano sempre così accattivanti, tra i dischi di Mike Zito, Resurrection è quello che contiene alcune delle sue migliori schitarrate di sempre! Non reinventa nulla il chitarrista texano al cui suono poderoso ma elegante, per quanto a modo suo anche attento alla tradizione, siamo ormai avvezzi ma conserva il grande pregio, Zito, di saperci proporre qualcosa che suona familiare, con grazia e stile.
Il titolo fa facile riferimento alla resurrezione - vera?...presunta?...sperata? - dei corpi, e dello spirito dunque, post pandemia o diversa crisi che sia; e persino la copertina, opera dell'artista coreano Yool Kim, coi suoi colori sgargianti, pare lì a voler catturare quel sentimento di anima e luce che si intravede al termine della conseguente più o meno lunga battaglia. La maggior parte dei brani sono autografi con alcune gemme che spuntano (Don't Bring Me Down, In My Blood, When It Rains, Damn If I Do); ma troviamo anche alcune riletture: il JJ Cale di I'll Make Love To You, i Blind Faith di Presence Of The Lord e il vecchio Wolf con la sua Evil, rivestita di un nuovo e creativo sound. La band è la sua solita, con l'occasionale aggiunta di un paio di fiati e, quale ospite speciale a ulteriore rinforzo chitarristico, il figlio Zach. G.R.
 

PATTY TUITE

"Consider this"

Thread City Production Rec. (USA) - 2021

Consider this/Wanna go to Memphis/Get up'n'go/Go where it takes you/Feel the heat/Dreams/Power of nature/I can't lose tonight/Please don't feel lonely/True love/Since you've been around
          
 
 
Patty Tuite è cantante, autrice e polistrumentista e, in questo suo polimorfismo espressivo, anche chitarrista. Ma attenzione: l’energica, rotonda pienezza del timbro della chitarra solista che risuona nell’intero disco è, invece, quella di Paul Nelson e si rivela essere, per estro e scintillio, la grande attrazione del variegato circo sonoro che anima queste tracce. Già chitarrista di Johnny Winter, oltre che in veste di primo chitarrista lo troviamo, qui, anche in quella di produttore. I generi rappresentati sono i più diversi. Oltre all’ottimo blues-rock dell’introduttiva Consider This, pregno di radiofonico appeal, evidenti commistioni col funk di impronta jamesbrowniana si rivelano in Get Up’n’Go. Country-blues, blues e un pizzico di leggero swing e pop (bello il sax che, in True Love, cita il solo di Your Latest Trick dei Dire Straits) completano un quadretto di godibile leggerezza sul quale non avrebbe sfigurato una voce un po’ più graffiante. G.R.
 

GARY MOORE

"How blue can you get"

Mascot Label Group Rec. (USA) - 2021

I'm tore down/Steppin' out/In my dreams/How blue can you get/Looking at your picture/Love can make a fool of you/Done somebody wrong/Living with the blues
          
 
 
​A dieci anni dalla scomparsa di Gary Moore How Blue Can You Get arriva, preciso e puntuale, a fornirci il promemoria, casomai fosse servito, di quanto importante sia stato questo chitarrista nella costruzione del suono delle due band (Skid Row e, soprattutto, Thin Lizzy) nelle quali ha militato, prima di intraprendere la carriera solista; e, ancor più, di quanto, con la sola eccezione di un paio di divagazioni, il genere blues sia stato fondante nel suo percorso musicale.
Composto da sole otto tracce, recuperate dalle cantine di famiglia, questa raccolta rappresenta il trionfo della qualità sulla quantità. Non solo: il disco punta assai bene e giustamente il suo fascio luminoso sul Gary Moore chitarrista e cantante. Tracce probabilmente scartate da dischi precedenti vale, per quanto qui contenuto, il sacro detto "...la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo...".
A partire dall'iniziale, sferzante rivisitazione del Freddie King di Tore Down, Moore si fa vibrante e intenso come resterà nel resto della raccolta. E anche economico; i suoi assolo sono quasi sempre parchi e calibrati sull'espressività, di note e silenzi, piuttosto che su un pletorico virtuosismo. Ne è prova l'omonima How Blue Can You Get, con Moore a rincorrere il ricordo sonoro di B.B. King.
Se In My Dreams e Love Can Make A Fool Of You sono ballate che ripercorrono i sentieri noti di celeberrime romanticherie come Still Got The Blues o Parisienne Walkways, se Looking At Your Picture ricorda A Different Beat, escursione anni '90 nel mondo drum & bass, ci pensa poi Done Somebody Wrong a riportare il timone sull'intenzione primaria del disco: affiancare, in un'istantanea, Moore al blues. G.R.
 

KYLE CULKIN

"Pork chops & blues"

Tonebucker Rec. (USA) - 2021

The pork chop song/So damn old/By the blues/Burn it all down/Why me/Nothing from nobody/Can't come down/Wouldn't change a thing
          
 
 
Lappena superata adolescenza di questo giovanissimo chitarrista è tradita dalla voce ancora smaccatamente acerba. Ma la sua capacità strumentale e il suo gusto per le note scelte, sono già quelle di un consumato sideman. Il suo primo album, My Americana, era un non nuovo mix di blues, gospel, rock, country e soul.
Ora, Pork Chops & Blues segna un ritorno più convinto alle radici R’n’B. A darne un primo assaggio è So Damn Old, brano di vecchia scuola con una chitarra che, kingiana a tratti come nella successiva By The Blues, suona anche squisitamente inventiva. Non mancano, però, quel pizzico di country come nell’iniziale Pork Chop Song, gli sconfinamenti nella rhumba con Nothing From Nobody e nelle ballate rock più cantautorali come Can’t Come Down. Chitarra, arrangiamenti e una nutrita, impeccabile band sono gli aspetti di assoluto rilievo di un disco che, anche assai ben scritto (tutti brani inediti ad eccezione della rilettura, molto fedele, di Why Me del vecchio Delbert McClinton), pare essere un breve viaggio musicale attraverso le emozioni umane, dall'adolescenza vissuta, all'età adulta, ancora solo immaginata. G.R.
 

MISTY BLUES

"No more blue"

Autoprodotto (USA) - 2021

My one and only/I can't wait/These two veils/Bodega blues/Change my luck/Down in Lenox Town/Ready to play/Listen/Step right up/Days gone by/Nothing to lose          
 
  
La voce di Gina Coleman è uno scuro monolite; una bruna massa rocciosa a metà strada tra il faringeo, fuliginoso ruggito chicagoano di Valerie Wellington e il più educato, narrativo contralto di Tracy Chapman. È lei che, dal pulpito del suo peculiare timbro e, occasionalmente, dalle corde della sua cigar box guitar, governa le sorti di questa band, a metà strada tra tradizione e qualche audace sperimentazione di derivazione jazz-fusion, realizzata tramite un sagace utilizzo funk di ritmiche e fiati.
Sono molte le band che combinano (e scombinano) i generi, ma c’è qualcosa di davvero brillante, fresco e famigliare nel modo con cui Misty Blues lo fa. In questo decimo disco, l’ennesimo autoprodotto, solo brani inediti. I meno rappresentativi, direi, sembrano essere proprio quelli più aderenti alla tradizione blues, confinati a centro disco; da Bodega Blues a Change My Luck coi suoi espliciti rimandi a Muddy Waters o ancora il country blues acustico Days Gone By. Invece, il piacevole sapore anni ‘60 che l’Hammond conferisce al successivo Down In Lenox Town, i giochi jazzistici vagamente coltraniani dello strumentale Listen o ancora il conclusivo funk Nothing To Lose, paiono reggere bene la sfida. G.R.
 

DEXTER ALLEN

"Keep moving on"

Endless Blues Rec. (USA) - 2021

Keep moving on/Love talk/Blues eyed girl/Pack up my bags/I just love that woman/F.A.B.U.L.I.S.T. woman/If I ain't got you/Sleeping in my bed/I can't live without you/I like the way/My cup of tea
          
 
 
Si annusa tutto l’odore del sud e di quel suono, ancorché ammodernato, tipico di etichette come la Malaco in questo nuovo lavoro - il sesto, da solista - di Dexter Allen.
A differenza di alcune maldestre abitudini discografiche diffuse, almeno un tempo, a certe latitudini, nulla di elettronico si nasconde in queste tracce, diversamente genuine come, di certo, sarà stata l’infanzia di questo chitarrista e cantante che, nativo del Mississippi, figlio di pastori battisti e cresciuto in una fattoria, deve aver compreso assai presto che la vita autentica è quella che contempla poco più dello stretto necessario. Lo testimoniano i suoi assolo.
Attirata l'attenzione dell’ultima leggenda vivente del blues, quel sempreverde Bobby Rush che lo ha fatto chitarrista solista della sua band itinerante in tutto il mondo, da lì è partita la sua avventura artistica. Lo stile di Allen, leggero tanto da sembrar sospeso per aria, gli è valso, nel 2008, il Jackson, Mississippi Music Award come voce maschile dell’anno. Perché, come accennato, oltre che chitarrista è anche valente cantante indeciso, come suggeriscono queste tracce, tra l’indossar la giacca di pelle del bluesman piuttosto che quella più elegante, in morbido tessuto, del soulman a-là Teddy Pendergrass. G.R.
 

TOM CRAIG

"Good man gone bad"

8th Train Rec. (USA) - 2021

I'm working too hard/What a man's gotta do/You made a good man go bad/It's all my fault/Sheepdog/When you love a bluesman/Treat your daddy nice/One way love affair/Change my way of living/Headhunter/Long time coming/I like soul in my blues/My turn to cry          
 
 
 
È sorprendente come, in un disco dominato da una giusta miscela di blues, R’n’B e soul, sostenuta da una band corposa dove spiccano, tra gli altri astri presenti, Doug James al sax baritono, Dave Gross eccezionalmente al basso e Mickey Junior all’armonica, il brano davvero vincente sia quello che marca la distanza più netta dal resto del lavoro; ossia, Sheepdog, rockeggiante esempio di cemento a presa rapida, ad alto contenuto di (sex)-appeal radiofonico.
Tom Craig è chitarrista, cantante e autore originario di Philadelphia. Innamoratosi di blues e R’n’B attraverso la musica dei tre “King” e di Wilson Pickett, si manifesta, alle nostre orecchie, anche come eccelso vocalist il cui stile molto deve a jazz crooners come Mel Tormé.
Good Man Gone Bad rappresenta la sua seconda uscita solista che, in termini del tutto comparativi rispetto all’esordio, ne documenta l’evoluzione musicale attraverso tredici brani inediti. Prodotto dallo stesso Mickey Junior e mixato nei Fat Rabbit Sudios di Dave Gross, questa uscita segue l’esordio Get Ready For Me e ne descrive la naturale evoluzione. G.R.

ALABAMA SLIM

"The parlor"

Cornelius Chapel Rec. (USA) - 2021

Hot foot/Freddie's voodoo boogie/Rob me without a gun/Rock with me momma/All night long/Forty jive/Midnight rider/Rock me baby/Someday baby/Down in the bottom

          
 
Considerati l’anagrafica del personaggio (classe 1939), l’etichetta discografica per la quale è edito The Parlor (la Cornelius Chapel è costola di quella Music Maker Relief, organizzazione no-profit responsabile della scoperta, spesso meritoria ancorché tardiva, di molte oscure reliquie del blues e impegnata nel preservare e promuovere la tradizione musicale del profondo sud) e alcuni dei musicisti che fanno parte di questo progetto (Jimbo Mathus, Little Freddie King) è facile immaginare cosa ci si possa attendere dall’ascolto del disco. Chitarrista e cantante aderente in tutto e per tutto ai canoni della cosiddetta ‘old school’, Alabama Slim, al secolo Milton Frazier, è uno degli ultimi praticanti di quel ruvido blues da juke-joint. L’asprezza del suo linguaggio fa il paio con quella che fu di Juke Boy Bonner o R.L. Burnside. I brani, spesso intestarditi su un ossessivo accordo singolo, il suo timbro di voce dall’incantatoria profondità, l’abbondanza di quel tipico, ipnotico boogie, tradiscono la marcata e quasi perfetta sovrapposizione con la figura di John Lee Hooker.
Registrato in presa diretta e alla vecchia maniera, in sole quattro ore, il disco, sebbene derivativo, vive di evidente, genuina spontaneità e l’interplay tra le due chitarre, di Slim e King, racconta la storia di un dialogo autentico e ben riuscito. G.R.

CURTIS SALGADO

"Damage control"

Alligator Rec. (USA) - 2021

The longer that I live/What did me in did me well/You're going to miss my sorry ass/Precious time/Count of three/Always say I love you (at the end of your goodbyes)/Hail mighty Caesar/I don't do that no more/Oh for the cry eye/Damage control/Truth be told/The fix is in/Slow down
 

          
Partito, a scavalco tra gli anni ‘70 e ‘80, come cantante e armonicista della Robert Cray Band, dopo le parentesi come frontman dei Roomful Of Blues e di Carlos Santana, Curtis Salgado è approdato a una carriera solista che lo ha visto realizzarsi come autore, cantante e armonicista di assoluto pregio. La sua penna talvolta arguta, abbinata a un registro musicale che intreccia trame cangianti, anche contemporanee, di rhythm’n’blues’n’soul, insieme all’uso sempre più parco, ma sapientemente efficace, della sua armonica, hanno fatto di Salgado uno dei personaggi meglio rappresentativi della scena moderna.
Ogni sua uscita è un faro al quale poter volgere lo sguardo (e l’orecchio!) con assoluta fiducia e, quest’ultima, non fa differenza nel confermare la regola. Registrato, in diverse sessioni, tra il Tennessee e la California col fondamentale contributo di musicisti di gran talento come Tony Braunagel, Johnny Lee Schell e lo straordinario hammondista Mike Finnigan, Damage Control, rispetto ad altri dischi, inclina il suo asse di rotazione verso gli anni ‘50, soprattutto con Slow Down di Larry Williams, unica cover presente. Ma il meglio viene proprio quando l’inclinazione muta e Truth Be Told, con la fisarmonica di Wayne Troup, ti proietta in un’atmosfera zydeco. O Hail Mighty Caesar, in un fermento di organi e trombe, ti trasporta dritto dritto a New Orleans. L’emozione, improvvisa e impagabile, del cambio di rotta. G.R.

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