2021 - Macallè Blues

Macallé Blues
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2021

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I dischi in evidenza...2021


I dischi in evidenza: in questa sezione del sito, troverete le recensioni delle più interessanti (a mio personalissimo avviso!) novità discografiche, suddivise per anno di pubblicazione!

GOV'T MULE

"Heavy load blues"

Fantasy Rec. (USA) - 2021

Blues before sunrise/Hole in my soul/Wake up dead/Love is a mean old world/Snatch it back and hold it - Hold it back - Snatch it back and hold it/Ain't no love in the heart of the city/(Brother Bill) Last clean shirt/Make it rain/Heavy load/Feel like breaking up somebody's home/If heartaches were nickels/I asked for water (she gave me gasoline)/Black horizon
 
 
  
Quando esce un nuovo disco di Warren Haynes e dei suoi Gov’t Mule, ogni innamorato degli Allman Brothers sente il battito del proprio cuore accelerare almeno un po’. E nessuno dei suddetti innamorati potrà mai temere di sentirsi tradito da questo, esplicito e fresco di stampa, Heavy Load Blues.
Come chiaramente narra il titolo, il carico dell’opera è davvero pesante; un carico pieno zeppo di blues come mai prima d’ora. Sebbene, fin dagli esordi, la ricetta musicale dei Gov’t Mule abbia sempre incluso questo genere tra gli ingredienti del loro heavy roots rock d’ordinanza, questa è la prima volta in cui il blues, pur letto alla loro maniera, figura quale protagonista a tutta scena. Il disco è, di fatto, la chiusura di un cerchio; il ritorno a quelle radici mai trascurate e sempre ben presenti sulle quinte. Non è un caso, quindi, che Heavy Load Blues sia pervaso dal quel senso di genuina immediatezza tipica delle migliori registrazioni fatte col pensiero e le più buone intenzioni rivolti alle regole - se di regole è lecito parlare - della vecchia scuola.
La band, la cui versione attuale comprende, oltre a Warren Haynes, Matt Abts (batteria), Danny Louis (tastiere, chitarra, tromba) e Jorgen Carlsson (basso), riunita in un piccolo studio nel New England, raccolti un po’ di amplificatori e strumentazione vintage, s’è messa in cerchio. Senza cuffie o altri ausili, ha registrato in presa diretta e su supporto analogico le tredici tracce qui presenti. Il suono che ne esce gode, come è facile intuire, di un particolare gusto retrò reso in qualità superlativa. La playlist, fatta per metà di classici e, per la restante metà, di inediti a firma di Haynes, mette subito in chiaro le intenzioni aprendo la partita con un trionfo di piano sulla vecchia Blues Before Sunrise di Leroy Carr, compendio musicale tra lo stile degli Allman e quello di Elmore James. L’inedito soul-blues in minore Hole In My Soul riporta, all’orecchio, certe cose di Bobby Bland; quello stesso Bland, poi, omaggiato con una rallentata, fumante versione della sua Ain’t No Love In The Heart Of The City. La parte covers offre ancora molte sorprese: una cruda, incattivita Last Clean Shirt, la Make It Rain ripescata da Tom Waits e, qui, resa in modo alquanto sinistro, con gli strumenti a strisciare come rettili velenosi attorno al testo. E ancora la rauca, rabbiosa versione di I Asked For Water di Howling Wolf, improbabile forma di ibridizzazione tra la Band Of Gypsy di Hendrix e i Black Sabbath. Ma ciò che, meglio di ogni altro esempio, esemplifica lo spirito del disco ossia la partenza da quel blues primigenio e, al primigenio blues, il ritorno è quella Snatch It Back And Hold It di Junior Wells qui trasfigurata in una mirabile sintesi tra l’originale e l’essenza southern propria degli Allman Brothers rappresentata dal divagante intermezzo Hold It Back - completamente improvvisato e buona la prima! - tra i due estremi che simboleggiano la partenza e l’arrivo. Tra gli originali, un altro intenso lento in minore, If Heartaches Were Nickels, variazione sul medesimo tema della If Troubles Was Money di Albert Collins e un paio di fangosi acustici come la title track e la conclusiva Black Horizon, generosi nel restituire echi del Delta e rimandi a Fred McDowell.
Heavy Load Blues è la miglior sorpresa del Natale 2021: il risultato di una band sfrenata che insegue e raggiunge l’idea di un suono duro, diretto, senza mediazioni e dell’indomito, contagioso groove che si trascina appresso. G.R.
TERESA JAMES & THE RHYTHM TRAMPS

"Rose-colored glasses - vol. 1"

Blue Heart Rec. (USA) - 2021

Show me how you do it (feat. Yates McKendree)/Takes one to know one (feat. Anson Funderburgh)/Rose-colored glasses (feat. James Pennebaker & Nicki Bluhm)/I got a love I wanna hold on to (feat. Billy Watts)/All you ever bring me is the blues (feat. Johnny Lee Schell)/Wish it into the cornfield (feat. Anson Funderburgh)/Once the world stops ending (feat. Dean Parks)/Everybody everybody/Things ain't like that (feat. Lee Roy Parnell)/When my baby comes home (feat. Michael Starr)/Rise together (feat. Snuffy Walden)/Gimme some skin (feat. David Millsap)
 
 
  
Guardate la copertina di questo disco e ditemi se, Teresa James, non sembri qui somigliare a una novella Janis Joplin. A non conoscerla, verrebbe la curiosità di ascoltarla anche solo per questo aspetto che, seppur banalmente estetico, rimanda a diffuse, formative e universalmente condivise esperienze musicali. Ma Teresa James la conosciamo e si sa che, in comune con Janis Joplin, ha soltanto i natali texani.
Il modo più sbrigativo per descrivere il suo vigoroso mix di blues, roots e soul sarebbe quello di considerarla un Delbert McClinton in gonnella: sbrigativo, efficace nel dare l’idea, ma anche irrispettoso nei confronti delle differenze pur esistenti. Il suo strumento vocale, dai contorni sottili e piacevolmente nasali, di morbida melassa così peccaminosamente seducente per via di un timbro dai perduranti e delicati riverberi adolescenziali, beneficia di una eleganza rara. Le sue peculiari qualità sono evidenti già dall’attacco dell’iniziale Show Me How You Do It, insinuante soul-blues dal classico suono di cenere e fumo. Che si tratti di organi, fiati o chitarre, questo è un album corale, ma funzionale al canto, costruito interamente su sottigliezze e sfumature, incantesimi che si rivelano, ascolto dopo ascolto, perché avidamente avviluppati attorno alla voce della cantante e ai sapienti arrangiamenti musicali. Come in I Got A Love I Wanna Hold On To o, ancora, quando il tempo rallenta e la James si trova avvolta nel proprio elemento più naturale come in All You Ever Bring Me Is The Blues, lamento blues in tonalità minore che non avrebbe affatto sfigurato tra le labbra di Bobby Bland. A proprio agio quando, sul tempo sempre lento di Wish It Into The Cornfield, il blues si fa apertamente nervoso sul vibrare delle corde di Anson Funderburgh, ospite anche nella precedente Takes One To Know One, o ancora nella soul ballad When My Baby Comes Home e, giù giù, fino a Rise Together che ci riporta verso territori sui quali, tra fiati, organi e percussioni, l’ultima Etta James avrebbe camminato con compiaciuta sicurezza.
Teresa James è classe e mestiere; sa crescere in volume e conseguente drammaticità laddove necessario con il senso della misura e della giusta resa cromatica. E questo disco sa molto di Texas grazie anche alla pletora di ospiti provenienti dal Lone Star State: oltre al già citato Funderburgh, Johnny Lee Schell, Dean Parks, Lee Roy Parnell, Snuffy Walden. G.R.
SETH JAMES

"Different hat"

Tiny Ass Rec. (USA) - 2021

Mamarita/Solid gold plated fool/Big trouble/Ohoopee river bottom land/She likes to run/World full of strangers/Gettin' it on/He don't love you (and he'll break your heart)/Raisin' kane/Wish I had not said that/Pleasing Linda Lou/Burn it down/Moonpies/Real bad deal
 
 
  
All’ascolto, viene immediato immaginare quale sia stata la principale fonte di ispirazione di Seth James. Sufficienti sono le prime, sincopate, note di Mamarita per essere catapultati, sullo sfondo di un Mardi Gras illuminato dai bagliori ammalianti della Big Easy, in un piccante gumbo sonoro che ha tutta l’aria d’esser quello che potrebbero servire Dr. John e Delbert McClinton se messi assieme.
Al pari del suo conterraneo texano e mentore McClinton (del quale reinterpreta il sagace Solid Gold Plated Fool), James si fa portavoce di un virale mix di texas blues, funk, country soul, honky tonk insaporiti con generose manciate di spezie della Louisiana. Sebbene, dunque, lo stile musicale sia in buona parte derivativo, l’arguto storytelling, la voce delicatamente affumicata, le doti chitarristiche e l’irresistibile groove fanno di Different Hat un disco di godibilità e freschezza uniche.
Registrato dal vivo in studio e prodotto dal mago delle tastiere Kevin McKendree, l’opera presenta un cast stellare di musicisti tra i quali emergono, alla chitarra, Lee Roy Parnell nonché lo stilista del texas blues Anson Funderburgh. Ed è proprio con quest’ultimo che James incrocia la chitarra sul pigro, rilassato shuffle in pura foggia da Lone Star State She Likes To Run. Se World Full Of Strangers è un moderno soul-R’n’B che, a chiudere gli occhi, parrebbe uscito da un disco qualunque tra quelli migliori di Robert Cray, Wish I Had Not Said That, country-soul incanta per l’intreccio vocale tra James e Jessica Murray mentre Pleasing Linda Lou 'swinga' generoso su un tappeto assai familiare di fiati e pianoforte. Tra i brani più affascinanti dell’intera raccolta, Moonpies, come se l’Elvis Costello più melodico si fosse perso tra i vicoli di New Orleans. Insieme al brano di McClinton, James ripesca anche Raisin’ Kane, un inedito di JJ Cale con uno sfavillante Lee Roy Parnell alla chitarra slide, mentre la chiusura del lavoro ci rivela tutto il lato crooner di James con Real Bad Deal, lento e lunare blues da nightclub di periferia, interamente giocato sul vibrante dialogo tra la voce e l’organo di McKendree. G.R.
ELIZABETH KING

"Living in the last days"

Bible & Tire Rec. (USA) - 2021

No ways tired/He touched me/Living in the last days/Testify/Mighty good God/A long journey/Reach out and touch/Walk with me/Call on him/Blessed be the name/You've got to move

 
  
Il bruno, veemente strumento di Elizabeth King apre questo suo ultimo disco - primo long playing in quarantacinque anni di carriera e settantotto di vita - con la sommessa parsimonia di un approccio tutto voce e basso, prima che il classico No Ways Tired esploda, col fervore e la passione di un’intera band di consumati musicisti memphisiani.
Negli anni ‘70, la King fu una delle poche cantanti gospel a guidare un gruppo interamente maschile, Elizabeth King & Gospel Souls. Abbandonata la musica, negli anni ‘80, per crescere una famiglia con quindici figli, torna ora per cantarci undici, semplici brani con la sicura autorità di una veterana.
La canzone che dà il titolo al disco trasforma, con malcelati accenti country, il vago senso di apocalisse in gioia millenaria; A Long Journey scollina verso i territori della poesia religiosa sebbene, con la sua ritmica funk e il wah-wah della chitarra, tradisca un atteggiamento indeciso tra il sacro e il profano e possa far storcere il naso ai membri più vecchi della comunità. Sul finire di un album, stratificato su sonorità che conferiscono un taglio fieramente moderno a una musica di consolidate abitudini e forme, arrivano Blessed Be The Name, trionfo a cappella della più schietta tradizione sanctified e la vibrante rilettura del Fred McDowell di You'Ve Got To Move.
Sebbene oggi, per colpa degli anni, il tessuto vocale della King esibisca talvolta orli apertamente lisi, non è diminuita la capacità, della cantante, di abitare letteralmente le canzoni, restituendo loro quei toni vibranti e abbondanti di emotività tipici del genere gospel. Quale valore aggiunto, vale pure la pena ricordare come, la King, sia accompagnata da musicisti di chiara fama come il chitarrista Will Sexton, l’ex batterista di Albert King George Sluppick, il bassista Mark Edgard Stuart e Al Gable, tastierista in quella meravigliosa band che è St. Paul And The Broken Bones. Non solo: ad incrociare mirabilmente le voci con lei, la magia di The Sensational Barnes Brothers e The Vaughan Sisters And The D-Vine Spiritualettes.
Living In The Last Days è l’anello che ricongiunge il passato col futuro della scena sacred di Memphis. G.R.
THE DRIFTERS

"We gotta sing! - The soul years 1962-71"

Strawberry Rec. (USA) - 2021

Disco 1: Another night with the boys/Up on the roof/I feel good all over/Let the music play/On Broadway/Baby I dig love/Only in America/Rat race/If you don't come back/I'll take you home/I've loved you so long/In the land of make believe/Didn't it?/Beautiful music/One way love/Vaya con Dios/Under the boardwalk/He's just a playboy/I don't want to go on without you/Under the boardwalk (live)/On Broadway (live)/There goes my baby (live)/I've got sand in my shoes/Saturday night at the movies/Under the boardwalk
Disco 2: Spanish lace/The Christmas song/I remember Christmas/Quando, quando, quando/I wish you love/Tonight/More/What kind of fool am I?/The good life/As long as she needs me/Desafinado/Who can I turn to?/Temptation/On the streets where you live/Night shift/In the park/At the club/Answer the phone/Looking through the eyes of love/Follow me/Chains of love/Far from the maddening crowd/Come on over to my place/The outside world/Spanish lace/At the club/Answer the phone
Disco 3: I'll take you where the music's playing/Nylon stockings/We gotta sing/Up in the streets of Harlem/Memories are made of this/You can't love 'em all/My island in the sun/It takes a good woman/Aretha/Baby what I mean/Ain't it the truth/Up jumped the devil/I dig your act/Still burning in my heart/I need you now/Country to the city/You and me together forever/Your best friend/Steal away/Black silk/You got to pay your dues/A rose by any other name (is still a rose)/Be my lady/You better move on
 
 
 
Nonostante sia stata una formazione in continua, mutevole evoluzione, quella dei The Drifters rimane, per ricchezza di sintesi musicale e dinamismo stilistico, una pietra miliare del pop e del soul.
Questo triplo cofanetto ci racconta un periodo, della lunga storia del gruppo, che copre gli anni dal 1962 al 1971, ossia il periodo successivo alla presenza dei due leaders storici e più personali, Clyde McPhatter e Ben E. King, e le registrazioni, in cronologica successione, fatte durante quello scarso decennio per la Atlantic Records.
L’assenza dei classici riferibili al periodo antecedente (sebbene, uno di quelli, There Goes My Baby appaia qui versione live), lascia spazio a scelte frutto della penna di alcuni tra i migliori autori del periodo. La prima dozzina di tracce abbraccia brani di Carole King e Gerry Goffin (Up On The Roof, Another Night With The Boys), Burt Bacharach e Hal David (Let The Music Play, In The Land Of Make Believe), Otis Blackwell (I Feel Good All Over), il duo Leiber & Stoller (I'll Take You Home, On Broadway, Only In America, Rat Race). In queste tracce, Rudy Lewis faceva la parte del leone; ma anche Charlie Thomas, che si unì a The Drifters nel 1955 e con loro rimase, sebbene a corrente alternata, per decenni, donò la sua rotonda tonalità brunita.
Altro leggendario autore e produttore qui ampiamente rappresentato e lungamente affiliato al gruppo è Bert Berns. Dedito alle influenze soul latine, Berns non ha fatto altro che riversarle, in questa doppia veste, nel suo lavoro con The Drifters. Under The Boardwalk del 1964, I've Got Sand In My Shoes, Saturday Night At The Movies fino a One Way Love, scritta con Jerry Ragovoy e I Don't Want To Go On Without You scritta con Jerry Wexler. We Gotta Sing! consente anche a molte delle produzioni meno note di Berns di conquistare la meritata ribalta, inclusa l’omonima ode ad Aretha Franklin, Aretha.
Il terzo disco del cofanetto si concentra, invece, su sessions occasionali tenute con produttori come Swamp Dogg, Syl Johnson e Paul Vance. Ognuno di loro portò il proprio stile cosa che, sebbene non consentì di ottenere sonorità coerenti e organiche, permise alla miscela vocale dei Drifters, ormai capeggiata da Johnny Moore, di misurarsi con impostazioni differenti. G.R.
TOMMY CASTRO

"A bluesman came to town"

Alligator Rec. (USA) - 2021

Somewhere/A bluesman came to town/Child don't go/You to hold on to/Hustle/I got burned/Blues prisoner/I caught a break/Women, drugs and alcohol/Draw the line/I want to go back home/Bring it on back/Somewhere (reprise)
 
 
 
Qualcuno sostiene, e non senza ragioni, la regola secondo la quale un concept album p ritenersi riuscito quando ogni singola canzone che ne fa parte conserva la compiutezza del proprio senso narrativo, anche se estrapolata dal contesto. Sebbene, in ambito blues, i concept album siano alquanto rari, il nuovo disco di Tommy Castro non prende solo parte a questo sottoinsieme di rarità, ma rispetta anche la regola empirica di cui sopra.
A Bluesman Came To Town è un'odissea nella musica delle radici, il viaggio esistenziale nella vita di un musicista, che diventa figura rappresentativa di un universo intero di analoghi, archetipi individui. Progetto musicale scritto da Castro insieme al celebre produttore e batterista Tom Hambridge, attraverso le sue tredici canzoni l'album racconta la storia di un giovane uomo che, morso da un pericoloso insetto chiamato blues, impara a suonare la chitarra e, a fronte del suo velenoso morso tramutatosi in bluesman, segue uno sconosciuto istinto: abbandona la fattoria di famiglia per abbracciare la strada e le sue regole, alla ricerca di fama e fortuna.
Quale che sia il modo in cui vi piace venga musicalmente servito il piatto, Tommy Castro e i suoi Painkillers hanno qualcosa per tutti i gusti. A Bluesman Came To Town è un disco che potremmo dire di muscolare blues-rock intriso di soul. Dalla cruda, primordiale e autostoppistica traccia di apertura, Somewhere, illuminata dal dialogo tra la chitarra di Castro e l’armonica di Jimmy Hall, fino alla sua ripresa in chiusura, il disco trabocca di musica dura e pura. Tra questi due estremi, nel mezzo sta tutto il polveroso percorso fatto di evocative narrazioni. La title track, rovente blues rock, dove lo scoperto amore per il blues vede il protagonista lanciarsi alla spasmodica ricerca di una carriera musicale di successo; Women, Drugs And Alcohol, dove quella carriera si perderà nel disorientante labirinto di facili incontri ed eccessi; il disincanto di I Got Burned, shuffle efficacemente esplosivo nella sua atmosfera ‘vaughaniana’. Il lamento della madre (incarnato in una mirabile Terri Odabi) che, nel laico gospel Child Don’t Go, lancia il suo mesto richiamo al figlio; il lento, intenso Blues Prisoner, esplicito inno all’intrappolato in una gabbia costruita con le proprie mani, fino al cocente rimpianto di I Want To Go Back Home.
Il risveglio tra le macerie, in salsa vagamente ledzeppeliniana, comincia sulle note di Bring It On Back per perfezionarsi, in chiusura, con la ripresa dell’iniziale Somewhere, dove il cerchio si richiude sulla salvifica percezione dei propri errori e sulla rivalutazione di ciò che è veramente importante nella vita. G.R.
JOANNE SHAW TAYLOR

"The blues album"

KTBA Rec. (USA) - 2021

Stop messin' around/If that ain't a reason/Keep on lovin' me/If you gotta make a fool of somebody/Don't go away mad/Scraps vignette/Can't you see what you're doing to me/Let me down easy/Two times my lovin'/I don't know what you've got/Three times loser

 
 
Accompagnata da una band a elevato numero di ottani, prodotta dall’intraprendente Joe Bonamassa per la sua neonata etichetta KTBA, la chitarrista e cantante Joanne Shaw Taylor, giovane fenomeno blues-rock britannico, inchioda il nuovo lavoro sulla sua considerevole vocalità più ancora che sul suo talento chitarristico, misurandosi con un repertorio che può, a ragion veduta, dirsi “classico”.
Ad eccezione del conciso intermezzo strumentale Scraps Vignette, spartiacque tra un’ideale prima e seconda parte del disco, The Blues Album offre la reinterpretazione di dieci brani a firma di altrettanti luminari del genere, scelti con criterio e andando un po’ al di fuori dei binari più scontati. Questa sfilata in gran spolvero della Taylor comincia con la rilettura di Stop Messin’ Around del suo conterraneo Peter Green, shuffle che diventa, così come il conclusivo Three Times Loser di Don Covey, veicolo ideale per il virtuoso sfoggio tastieristico di Reese Wynans. You Don’t Know What You’ve Got, in origine una B-side registrata da Little Richard, sebbene a firma ancora di Covey, sulle corde della Taylor qui coadiuvata da Mike Ferris ai cori, pur mantenendo la forma di ballad si impregna di vibranti umori churchy. Forte di un accompagnamento rinvigorito dai fiati e integrato dalle chitarre di Josh Smith e dello stesso Bonamassa che offre il proprio cameo in Don’t Go Away Mad di Ry Cooder, la Taylor rivitalizza If That Ain’t A Reason, gioiello appartenente al tesoro di famiglia del maestro mississippiano Little Milton e altre gemme blues come Keep On Lovin’ Me di Magic Sam o Can’t You See What You’re Doin’ To Me di Albert King. Ma The Blues Album che, considerati repertorio e atmosfere, avrebbe dovuto più opportunamente intitolarsi “The blues and soul album”, insiste anche sul presentare questo secondo genere e, con esso, il lato più soulful della Taylor. L’esempio principe in questo senso, assieme a Let Me Down Easy, è If You Got To Make A Fool Of Somebody, celeberrimo hit di Aretha Franklin; dal passaggio attraverso questa scelta impavida, presuntuosa o suicida, a seconda di come la si veda, Joanne Shaw Taylor ne esce viva e vincente, al netto di ogni inutile e sciocco paragone con l’originale.
Riconoscendo che la voce della Taylor, dalla torba pregna e audace, ben trasmette quella ricchezza emotiva da cui il blues (e il soul!) attinge linfa, Bonamassa ha saputo tirar fuori una nuova, intensa immagine della giovane artista facendo in modo che, forse per la prima volta, il fusto rigoglioso delle sue capacità chitarristiche non sovrastasse, mettendolo in ombra, il canto. In questo senso, The Blues Album raggiunge un equilibrio mirabile. G.R.
SETH LEE JONES

"Flathead"

Horton Rec. (USA) - 2021

I can't be satisfied/Half a mind/Driving wheel/It was rainin'/Moving me (way too fast)/Desiree/You gonna wreck my life/Tulsa time/Mary Ann


 
Il fatto è che, qualsiasi canzone, anche un blues, non diventa un classico senza motivo. Il pozzo del blues tracima di classici e il problema dei classici è che, nel corso del tempo, sono già stati interpretati, reinterpretati, rivoltati e spolpati un numero imprecisato di volte da chiunque, su questa terra, sappia mettere assieme una manciata di note; diversamente, non sarebbero dei classici! Conseguenza di ciò, però, è che riproporre uno standard oggi è, nel migliore dei casi, un esercizio di stile; nel peggiore, un esercizio inutile. Nulla di tutto ciò, qui, anzi. Tanto che Seth Lee Jones sembra aver capito molto bene il concetto di cui sopra.
Liutaio per professione e innovatore della tecnica slide per passione Jones, in questo ultimo disco, pesca a piene mani, sì, dal fondo pozzo del blues, ma spingendo ben oltre il pelo d’acqua la sua presa e riportando, così facendo, in superficie più d’una antica gemma sepolta. Tutt’altro che scontate nella scelta, Flathead è una raccolta di cover blues reinventate in maniera stravagante, virtuosistica e registrate in presa diretta, senza trucco e senza inganno. Se poi l’obiettivo era anche quello di catturare su disco l’atmosfera, intima e sporca, di una band che macina chilometri e grasso da officina, abituata a suonare in fumose roadhouses per pochi dollari e pinte di birra calda, Jones ha preso i proverbiali due piccioni con una singola fava.
Come detto, Jones è uno slider ma, se siete amanti della chitarra slide e pensate di incontrare, qui, l’ennesimo emulo di Duane Allman, vi sbagliate di grosso perché questo chitarrista saprà condurvi attraverso terre sonore incontaminate. La liquida rilettura di I Can’t Be Satisfied di Muddy Waters chiarisce subito le intenzioni dimostrando quanto fresca e corroborante sia la sua tecnica musicale. Il tono della chitarra, stentoreo tanto da sembrar baritonale, ha un ché di irrequieto e impattante. Half A Mind, coi suoi innesti irregolari e uno sviluppo cromatico, è al limite della sperimentazione. Driving Wheel di Roosevelt Sykes riceve un trattamento barba-capelli che trasforma il blues di Sykes in una nuova entità dalle inattese fattezze rock-blues. Mentre You Gonna Wreck My Life (ossia, a onor del vero, How Many More Years di Howlin’ Wolf!) mantiene connotati schiettamente blues, la rilettura slide-rock di Tulsa Time, hit country anni ‘70 di Don Williams, si rivela assai indovinata. Nel suo scavare fino in fondo al pozzo, Jones arriva a ripescare anche Mary Ann, antica rhumba di Ray Charles, dimostrando di essere uno dei chitarristi più intriganti e visionari del momento. G. R.
FABRIZIO POGGI & ENRICO PESCE

"Hope"

Appaloosa Rec. (ITA) - 2021

Every life matters/Leave me to sing the blues/Hard times/Motherless child/Goin' down the road feelin' bad/My story/I'm leavin' home/The house of the rising sun/I shall not walk alone/Nobody knows the trouble I've seen/Song of hope



A metà di questo disco c’è un piccolo brano, strumentale, dal sapore cinematografico, per soli piano e accenni d’armonica. S’intitola My Story; è un delicato preludio al conseguente I’m Leaving Home. Ecco, mi piace cominciare a parlare di Hope, ventiquattresimo disco di Fabrizio Poggi, proprio da qui, da quello che, per me, è il suo ipotetico e poetico centro di gravità. L’armonica che, sul sentiero ormai chiaramente tracciato dal pianoforte, si inserisce quasi domandando, con garbo, il permesso di entrare è una presenza fatta di poche, singole note lunghe; note che, con grazia lieve, paiono voler affermare l’avvento di un’identità: una sommessa, ma chiara presenza che arriva. La mia storia” che, così, sembra essere quella di Fabrizio Poggi, in realtà, è quella di tutti noi. Perché la storia di ogni uomo muove sempre da poche, sparse, timide note e da una casa che, prima o poi, si dovrà lasciare.
Con queste premesse, il disco tutto e la speranza richiamata nel titolo, come nel brano che lo chiude, non possono che essere la colonna sonora dell’esistenza umana e dei travagli che si porta appresso. Un viaggio aurale, le cui tappe prevedono alcuni significativi traditionals riletti con inventiva e sensibilità: Motherless Child (perché tutti, nella vita, ci siamo sentiti orfani di qualcuno o qualcosa), Goin’ Down The Road Feelin’ Bad (triste milonga imbastardita di blues), Nobody Knows The Trouble I’ve Seen sono alcuni tra questi. E poi Hard Times, scritta a metà dell’ottocento da Stephen Foster, considerato il padre della musica popolare americana e The House Of The Rising Sun che, col richiamo sirenoide del suo basso ostinato, sembra voler dirottare i viandanti in ascolto sulla cattiva strada, deviandoli verso quei postriboli dell’anima dove tutti, almeno una volta, ci siamo persi. Tolta ancora la rilettura di I Shall Not Walk Alone di Ben Harper, la rimanenza è fatta di inediti.
Se un po’ stupisce che Fabrizio Poggi abbia scelto, come compagno di strada un musicista accademico, ancorché poliedrico e virtuoso come Enrico Pesce, non stupisce, invece, dati i trascorsi dello stesso Pesce come autore di musica da film, che questo disco evochi l’idea di una pellicola che, traccia dopo traccia, sembra si srotoli mostrando i suoi fotogrammi come le stazioni di un rosario esistenziale di cui le canzoni ne sono la perfetta litania. Ad affiancare occasionalmente i due titolari dell’opera, principali artefici delle musiche qui presenti, sono le voci di Sharon White, già vocalist di Eric Clapton e Emilia Zamuner; e ancora la chitarra di Hubert Dorigatti, il contrabbasso di Jacopo Cipolla e le percussioni di Marialuisa Berto e Giacomo Pisani.
C’è un’antica preghiera che recita: “la speranza ti preceda sempre e ti apra tutte le porte, soprattutto quelle delle stanze in cui la tua vita è rimasta intrappolata”. Porte, aperte le quali si potrà ritornare a quella casa un tempo lasciata: forse metafora di noi stessi. G.R.
    
BIG DADDY WILSON

"Hard time blues"

Continental Blue Heaven Rec. (NL) - 2021

Yazoo City/The city streets (Ps. 23)/Hard time blues/Poor black children/Meatballs/He cares for me/Dearly beloved/New born/I can't help but love you/A letter/Maybe it's time/Testimony/He cares for me (remix)

 

Hard Time Blues è un disco di sintesi autentica e compiutamente realizzata; il suo ascolto ci racconta di come, al blues e alle sue radici spirituali, Wilson sia rimasto davvero fedele, ma di quella fede che trasfigura rivelando tutto lo splendore dell’artista, immerso nello stupefacente candore di rinnovate vesti dal preciso taglio sartoriale.
Prendo a prestito le parole proprie dell’autore perché meglio di ogni altra possibile definizione, ben chiariscono lo spirito e il contenuto del disco. Dice Wilson: “Il mio intento, con questo album, era quello di mostrare il lato più moderno di Adam “Big Daddy” Wilson, raggiungere un pubblico più vasto utilizzando il soul e il R&B; la musica, cioè, che ha fatto parte della mia vita, influenzandomi nel corso degli anni. Allo stesso tempo, volevo restare fedele al blues e alle mie radici spirituali”.
Registrato tra Svezia, Inghilterra, Germania e Italia sotto la supervisione del polistumentista e produttore Glen Scott, Hard Time Blues sebbene, in parte, elettrificato è un disco dal prevalente sapore unplugged che mostra in piena luce il compatto, emotivo, armonicamente ricco baritono di Wilson che, pur valente chitarrista, si concede, qui, nella sola veste di cantante, lasciando l’incombenza dello strumento a Scott stesso e vari altri chitarristi, tra i quali il nostro Cesare Nolli, all’occasione anche banjoista. Wilson, moderno griot, firma in prima persona undici delle tredici tracce presenti, mentre la title track, come il brano iniziale, originano dalla penna di un altro artista decisamente affine alle medesime tematiche e sperimentazioni: Eric Bibb. La greve universalità delle materie narrate, amore, sofferenza, difficoltà, perdita, viene smorzata, a metà dell’opera, dall’agrodolce Meatballs, duetto vocale, in stile New Orleans, con la luminosa voce di Shaneeka.
Pervaso da quella spiritualità conquistata da chi ha attraversato ‘trials and tribulations’, non stupiscono i tanti riferimenti a gospel e holler songs sebbene qui, il sacro si incontri amabilmente col profano.
Molte sono le produzioni musicali che, oggi, mescolano i generi. Poche sono, però, quelle che riescono a farlo mantenendo quella genuina freschezza che sa di nuovo, conservando un’autentica e convincente pulizia di fondo. Con Hard Time Blues si sono sperimentati innesti che, diversamente dal semplice esercizio di stile del mescolare suoni in un cappello, hanno attecchito generando nuovi e rigogliosi germogli da rami antichi.
In questo senso, l’intento inizialmente dichiarato si è pienamente compiuto: è spirito che, disceso nella carne, ha realizzato la pienezza dell’unità. G.R.
    
MAX PRANDI & LINO MUOIO

"Outtakes from the Tiny Room"

Bloos Rec. (ITA) - 2021

Got to make a comeback/Tell me who/Keep on the sunny side/Walk alone/Shine on me/Queen bee/San Francisco/Sunshine/The weight/Up to the mountain

 
                
Max Prandi, pur nella sua essenziale, disarmante semplicità di uomo e artista, è creatura complessa o, quantomeno, duplice: a pari tempo, la voce di un soul brother costretta nel corpo di uno tra i nostri migliori bluesmen. Lo ricordo bene quando, nel 2006, aprì il concerto di Studebaker John & The Hawks presentandosi, sul palco, in beata solitudine e armato, da buon busker, di un microfono, un mini amplificatore da strada e una chitarra quasi giocattolo, in tutto simile, persino nel legno, a quella dalla tastiera impraticabile, senza né marca, arte o parte, che mi regalarono da bambino. Come attaccò a cantare, la magica accoppiata formata dal timbro di quello strumento, ripescato chissà dove, di ruvida plastica più che morbido legno, e da quello vocale, dalle petrosità dense e oscure di caldo catrame, mi fece sobbalzare: pareva di aver di fronte un John Lee Hooker riemerso, dalle profondità di una miniera di carbone, a prendersi una boccata d’aria - e di polveri sottili! - dell’interland milanese. Non stupisce, dunque, che Prandi abbia fatto coppia con un altro “irregolare” nostrano come Lino Muoio.
Chi segue queste pagine, saprà che Lino, al quale ho dedicato un’intervista (anno 2017, in occasione dell’uscita di Mandolin Blues: The Piano Sessions) e una recensione (anno 2018, in occasione dell’uscita di Mandolin Blues: Acoustic Party) è un ex chitarrista “pentito” che, come tradiscono i citati titoli, degni di un novello Yank Rachell, ha dedicato i suoi blues al mandolino ricucendo, con ago e corde dello strumento, la propria anima, da sempre affacciata sul golfo di Napoli, con quella di una non così nota ma diffusa tradizione strumentale d’oltreoceano.
I due assieme, accompagnati da un circoscritto manipolo di fidati comprimari (Simone Scifoni, Francesco ‘Sleepy’ Miele, Stefano Tavernese, Armando Serafini e Angelica Pallone), hanno dato vita a queste outtakes che, verosimilmente, parrebbero avere radici ben profonde, probabilmente piantate nell’humus di almeno uno tra i due sopraccitati album. Anche se il titolo lascerebbe intendere la loro natura di fotogrammi inizialmente “scartati”, tracce sospese provenienti dalle sessioni di Acoustic Party (disco, al quale proprio Max Prandi partecipò come ospite e dove anche parte dei qui presenti comprimari era della partita), i brani di questo nuovo lavoro marcano una qualche continuità con lo stesso. E si badi che il termine “scartati”, opportunamente virgolettato, è ben lungi dal voler insistere sulla propria accezione negativa perché, mai come qui, vale il noto passo biblico che recita “la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”. Ascoltare per credere!
Per restare ammaliati e rapiti dalla magia di questo disco, basta l’iniziale gioiello che è la delicata soul ballad Got To Make A Comeback, uscita dallo scrigno segreto di Eddie Floyd, un tempo già prestata a Robert Cray, che sorprende nella sua disarmante rilettura acustica, sommessa confessione di nuda, schietta fragilità. Come la successiva Tell Me Who, nuovo battesimo della celeberrima John The Revelator, rappresenta l’estremo opposto e più virile del disco, la popolare Keep On The Sunny Side rivela la terza dimensione di quel mondo che Outtakes From The Tiny Room vuole rappresentare: la più ottimista e giocosa. Nel bel mezzo dei vertici opposti di questo spazio tridimensionale, rimbalza tutto il resto: Walk Alone di Ben Harper, Queen Bee di Taj Mahal fino a The Weight e alla chiusura, come l’apertura in forma di ballad, di Up To The Mountain.
Poco importa che, in questo disco, non ci siano brani inediti. Qui, l’accento non è posto sul cosa si suona bensì sul come lo si suona! Prandi, Muoio e compagni sanno imporre chitarre, mandolino, contrabbasso, percussioni e persino un piano Wurlitzer all’idea che abbiamo di unplugged. E sanno rispondere, con chiara efficacia, alla domanda: come suoneranno mai, in modalità blues, chitarra e mandolino assieme? La risposta è qui; in questo disco che, in tempi di restrizioni pandemiche, suona tanto come un disco di dignità, resistenza e buona speranza: informale e seducente, nella sua candida immediatezza. G.R.
    
DELGRÈS

"04:00 AM"

Discograph Rec. (F) - 2021

4 ed maten/Aleas/Assez assez/Se mo la/Lundi mardi mercredi/Ban mwen on chanson/Just vote for me/Ke aw/Libere mwen chorale/L ecole/Lese mwen ale/La penn
          
 
 
Il meticciato stilistico e culturale che si ritrova vivo tra le tracce di 4:00 AM, sequel del precedente e altrettanto ibrido Mo Jodi, ha originato un nuovo disco dalla sorprendente, compiuta amalgama. Sull’origine del nome Delgrès: Delgrès (Louis), nato libero in Martinica, fu ufficiale di fanteria durante i moti di ribellione seguiti alla campagna napoleonica per la reintroduzione, nelle Antille francesi, della schiavitù. Assurto a simbolo di una strenua opposizione al dominatore, di fronte all’invito dicotomico racchiuso nel motto “vivi libero o muori”, scelse la morte: per mano propria, per la causa. Delgres, la band, attualizza quel messaggio politico di resistenza, anche culturale e identitaria, incanalandolo attraverso un riuscito mix di suoni etnici a largo spettro, dimostrando come un semplice trio con chitarra - suonata spesso slide! - batteria, sousaphone e pochi altri occasionali strumenti (tromba e tastiere) riesca a creare un sound così ricco e coinvolgente.
Il suo leader, Pascal Danaë, è un moderno griot che miscela blues, radici africane, influenze caraibiche, cajun, folk e melodie europee. Come fosse il mezzo per la riconquista di un’integrità smarrita, canta spesso in creolo, lingua della sua infanzia. Il suono creato, ancestrale e percussivo, diventa, per i brani tutti, distintiva marchiatura a fuoco.
Rispetto al precedente disco, qui il focus lirico dei Delgrès si sposta e si affila. Anche il loro suono, in parte fa altrettanto. Quel “creole blues”, così chiamato da Danaë, diventa musica della diaspora, mediata dai suoni dell’Africa occidentale, dei Caraibi, del sud degli Stati Uniti, Mississippi e Louisiana soprattutto. È un disco per i drammatici tempi nostri, narrazione di vite così come vissute da migranti, immigrati e rifugiati: il suono di una sveglia che vorrebbe far aprire gli occhi su un umanitarismo dimenticato. G.R.
    

JOANNA CONNOR

"4801 South Indiana Avenue"

KTBA Rec. (USA) - 2021

Destination/Come back home/Bad news/I feel so good/For the love of a man/Trouble trouble/Please help/Cut you loose/Part time love/It's my time

 
               
Fin dal manifestarsi delle prime note, Joanna Connor lancia il suo incantesimo e dà senso compiuto all’aggettivo “wild”, facendo intendere quanto questo suo ultimo lavoro possa essere considerato - e, nel merito, io non avrei dubbi! - come il suo più rappresentativo e completo.
Chitarrista, cantante e autrice, impavida veterana di un blues impetuoso e tonante, anziché adagiarsi sui proverbiali allori e godere della luce riflessa da una già consolidata e ultradecennale affermazione, si concede l’audace lusso del rischio dando il via a quella che sembrerebbe essere una nuova fase della propria carriera.
Rivelatore quanto criptico, l’enigma suggerito nel titolo si risolve vagando per le strade di Chicago o scrutandone attentamente la mappa: 4801 South Indiana Avenue non è altro che l’indirizzo del Theresa’s Lounge, leggendario club del southside, storica ribalta del miglior blues cittadino.
Prodotto dal tandem Joe Bonamassa-Josh Smith, per essere un album registrato in studio, è intriso di una tal cruda energia da superare, per intensità, anche le meglio riuscite esibizioni dal vivo. Già nell’introduttiva Destination, lo sferragliare, nervoso e metallico, della chitarra slide, il divampare, rapido e fiero, del sicuro tocco di mano documentano uno sconcertante accostamento tra velocità e precisione che, della Connor, sono ancora oggi il marchio prevalente. Il piano di Reese Wynans procura, poi, il corpulento sostegno al superbo gioco di “domanda e risposta” dell’inedito duo vocale Joanna Connor-Jimmy Hall.
Ben lontano dalla riproposizione, in purezza, di un Chicago blues di tradizione, questo disco suggerisce l’idea di un approccio estetico al genere, impetuoso e renitente che, come una lente convergente, concentra nel proprio punto di fuoco l’energia di George Thorogood, la spavalderia punk dei The Red Devils e l’houserocking blues di Hound Dog Taylor; proprio come Come Back Home che, pervasa da un feeling vintage e da un corpulento piano honky-tonk, rimanda la mente alla Sadie di quest’ultimo, a cui, verosimilmente, si ispira. Non mancano altre riproposte in chiave rinnovata: l’evocativo lento in minore Bad News, ripescato dal repertorio di Luther Allison, I Feel So Good, feroce boogie che pare consegnato, con gioioso abbandono, tra le mani di un Magic Sam versione slide e poi ancora la Part Time Love del sontuoso Clay Hammond, Trouble Trouble di Lowell Fulson e la moderna rilettura di For The Love Of A Man, uscita dalla penna di Don Nix per Albert King, capovolta secondo la prospettiva di un erotismo fieramente femminile. Solo la conclusiva It’s My Time marca la differenza col resto del disco: in questa sorta di noir blues, psichedelico e fumoso, lento e parlato, giudizioso e accorto nel suo utilizzo di sonorità extra musicali, c’è tutto il finale riposo del guerriero; la quiete dopo la tempesta.
Con Joanna Connor, paradiso in terra per gli amanti della chitarra, è sempre facile che l’attenzione dell’ascoltatore sia naturalmente attratta dagli aspetti strumentali. Ma l’autentica sorpresa di questo album, l’inattesa manifestazione sulla quale vale la pena spendere le ultime parole, è la voce! A questo mi riferivo quando parlavo di “una nuova fase della propria carriera”. La Connor cantante, qui, è un’autentica rivelazione: l’estensione, l’intensità, la vulnerabilità inedite che emergono chiare dal suo strumento vocale non lasciano più spazio a dubbi sulle sue capacità di interpretazione dei brani.
Registrato a Nashville per l’etichetta di Bonamassa, se non destinato a diventare un classico, questo disco vi offrirà almeno un emozionante giro sulle montagne russe. G.R.
    
CHRIS CAIN

"Raisin' Cain"

Alligator Rec. (USA) - 2021

Hush money/You won't have a problem when I'm gone/Too many problems/Down on the ground/I believe I got off cheap/Can't find a good reason/Found a way to make me say goodbye/Born to play/I don't know exactly what's wrong with my baby/Out of my head/As long as you get what you want/Space force

 
      
Occorreva un produttore, di occhio ed esperienza lunghi e affilati come Bruce Iglauer, per domare il giusto e incanalare con profitto il profluvio di indomita, anarchica energia che promana da un artista, istintivo e viscerale come Chris Cain. Non che le precedenti uscite di questo straordinario e mai troppo considerato chitarrista fossero meno riuscite; certo è che la mano di Iglauer e il marchio sonoro - anche questo, impresso a fuoco - della propria etichetta, si avvertono tutte. Conscio del fatto che tale affermazione possa essere letta come una critica, considerati la diffidenza e il fastidio - talvolta anche motivati! -  che certi puristi riservano ai prodotti di quest’etichetta che, nel corso di quaranta e più anni, è diventata, commercialmente e, di conseguenza, musicalmente, un’istituzione del genere blues, mi corre l’obbligo di precisare che la mia osservazione, non va assolutamente intesa in senso negativo!
Nel caso specifico, la mano di Iglauer, a mio parere, ha avuto infatti esiti alquanto fausti. La visione di lungo respiro e la sua capacità di assemblare contesti giusti ha permesso a Cain di dare una forma pienamente compiuta al suo talento chitarristico, smussandone le talvolta esuberanti ancorché genuine esagerazioni e consentendogli di mettere meglio a fuoco le idee musicali, nonché delimitare lo stile, eliminando il superfluo e concentrandosi di più sull’essenziale. Da questo incontro è sortito un lavoro ben focalizzato e rappresentativo di un Cain maturo.
Se alle voci, canore e strumentali, di Cain va riconosciuto un iniziale ed evidente debito verso B.B. King (maestro, del resto, già apertamente omaggiato nel 2001 con l’album Cain Does King), anche se ben presto rimpiazzato da una cifra stilistica più personale e identificativa, dal punto di vista lirico il nostro continua a trafficare in territori assai prossimi ai racconti quotidiani, con storie che trovano facilmente la loro via di collegamento col pubblico, evitando banalità o cliché, anzi dimostrando una certa padronanza di quelle arguzie caratteristiche del vocabolario più tipicamente blues.
In questo ultimo disco che, per i motivi espressi in narrativa, non mi riesce difficile considerare, quantomeno, tra i suoi migliori di sempre ritroviamo, insieme agli abituali andamenti funk e i rimandi al vecchio mentore B.B., come nell’autobiografica Born To Play, anche sconfinamenti nel gospel (Down On The Ground), il riemergere prepotente di influenze a metà strada tra i due Albert, King e Collins, (I Believe I Got Off Cheap); tutto il resto è puro Cain. Fuori dal coro si pone solo la conclusiva Space Force, brano dove, a sorpresa, posa la chitarra elettrica per imbracciare un vecchio sintetizzatore ARP Soloist degli anni ‘70 e creare un ibrido tra George Duke e Stevie Wonder.
La coproduzione del disco, a ulteriore garanzia, è dell’ipercinetico Kid Andersen. G.R.
    
BOB CORRITORE & FRIENDS

"Spider in my stew"

Vizztone Rec. (USA) - 2021

Tenessee woman (feat. Oscar Wilson)/Big mama's soul food (feat. Sugaray Rayford)/Whatcha gonna do when your baby leaves you (feat. Alabama Mike)/Don't mess with the messer (feat. Diunna Greenleaf)/Spider in my stew (feat. Lurrie Bell)/Wang dang doodle (feat. Shy Perry)/Drop anchor (feat. Alabama Mike)/Sleeping with the blues (feat. Johnny Rawls)/Mama talk to your daughter (feat. John Primer)/Why am I treated so bad (feat. Francine Reed)/Soon forgotten (feat. Willie Buck)/I can't shake this feeling (feat. Lurrie Bell)/Look out (feat. Alabama Mike)/I shall be released (feat. Francine Reed)

 
      
Mai avrei immaginato di trovarmi nella condizione di includere un disco di Bob Corritore tra quelli meritevoli di risalto e primo piano. Chiarisco il concetto: non perché questo armonicista, di stampo fieramente tradizionale, non lo meriti. Ma semplicemente perché, la tradizione a cui si rivolge, la vistosa e impomatata piega del suo ciuffo rock-a-billy nonché l’approccio artistico sono, da sempre, tipicamente inclini alla mera riproposizione di stili e sonorità ben note, piuttosto che al tentativo di proporre originali, inedite innovazioni.
Dunque, ciò che ci si può attendere, come consuetudine, da Corritore è pur sempre una genuina, buona e ben suonata dose di blues ortodosso. E, in un certo senso, anche per Spider In My Stew, la ricetta resta la stessa di sempre: una manciata di classici, qualche inedito, arrangiamenti di tanto in tanto inventivi, per poi lasciar fare a musicisti e cantanti. In quest’ottica, il disco rispetta rigorosamente i canoni tanto da non far la differenza rispetto ai suoi tanti, e pur sempre degni, predecessori.  
Attenzione però: ciò che rende questo disco irrimediabilmente accattivante rispetto alla fila dei precedenti è, da un lato la sferzante, rinvigorente energia di cui è interamente pervaso, dalla prima all’ultima nota, sia essa soffiata, percossa, vibrata, emessa. Dall’altro, la presenza di una tale pletora di illustri ospiti (cosa non nuova, invero, per lui ma, qui, più evidente che in passato!), tutti accuratamente scelti, da rendere certo e trionfale il risultato. E per quanto non sia lecito giudicare la bontà di un progetto dai soli nomi che vi contribuiscono, Spider In My Stew offre una prospettiva tutta da gustare anche in questo senso. Sugaray Rayford, John Primer, Lurrie Bell, Alabama Mike, Johnny Rawls, Bob Margolin, Junior Watson, Kid Ramos, Oscar Wilson, Diunna Greenleaf, Francine Reed, Shy Perry: bastano a convincervi? Se non è così, aggiungo che all’ascolto, l’altro aspetto che cattura irrimediabilmente l’orecchio è l’inconsueta ricchezza espressiva che Corritore riesce a esprimere sullo strumento: dalla leggera giocosità, alla sentita melodia fino alla potenza pura, mai come prima l’armonicista è risultato così eloquente.
Sebbene sempre incanalato nel solco del più schietto e rigorosamente osservante Chicago Blues, Spider In My Stew offre, a sorpresa, anche qualche piccola deviazione: la virata Motown di Look Out, la rivisitazione del classico degli Staple Singers Why Am I Treated So Bad fino all’inatteso Bob Dylan del conclusivo I Shal Be Released. G.R.
    
VERONICA LEWIS

"You ain't unlucky"

Blue Heart Rec. (USA) - 2021

You ain't unlucky/Clarksdale sun/Put your wig on mama/Is you is my baby/Fool me twice/Whoo whee sweet daddy/Ode to Jerry Lee/The Memphis train

 
     
Non fa proprio pensare alla sua età, non ancora matura, la giovanissima, bostoniana Veronica Lewis. Non lo fa pensare il suo aspetto, sbarazzino e impertinente ma, soprattutto, non lo fanno pensare la sua sicura tecnica pianistica e il raro gusto col quale la rende docilmente arrendevole al mood di ogni brano.
Come ci si potrebbe attendere da un individuo coi suoi anni, l’esuberanza e l’entusiasmo le ribollono nel sangue come sui tasti, ma la matura perizia e il gusto con i quali li educa e li propone, farebbero nascere a chiunque il sospetto che possa trattarsi di uno strano caso di personalità pianistica âgée intrappolata nel corpo di una diciassettenne.
Malgrado non abbia ancora raggiunto l’età per votare (quantomeno qui da noi!), la Lewis ha già fatto ampia scorta di premi e riconoscimenti, nonché partecipazioni a festival prestigiosi. Che il suo cognome sia lo stesso di quel Jerry “The Killer” Lee che ha incendiato epoche e pianoforti la dice lunga su ciò che vi potete aspettare da questo disco, attraverso il quale troviamo le giuste occasioni per accostare la giovane, non solo al suo omonimo mentore, esplicitamente evocato nel componimento amoroso Ode To Jerry Lee, ma anche a Little Richard (Whoo Whee Sweet Daddy), piuttosto che a Champion Jack Dupree o Eddie Bo, come nell’ottimistica, neorleansiana You Ain’t Unlucky, ai maestri del Chicago blues (Put Your Wig On Mama), a Eddie Boyd e Willie Mabon o ancora ai fantasiosi ricami di Roosevelt Sykes.
È del tutto evidente che, la ragazza, si sia consumata le dita sui fondamentali del genere blues’n’boogie ben evidenziati in queste tracce con la complicità di un accompagnamento altrui ridotto opportunamente all’osso. E anche l’idea di cercare strade personali non le fa difetto se, tra variazioni ed esperimenti, è riuscita a rimaneggiare, in maniera inattesa quanto assai riuscita, un classico di Louis Jordan come Is You Is Or Is You Ain’t My Baby.
Un esordio discografico, sì succinto, ma di compiutezza e maturità rare: pianistiche quanto vocali. G.R.
    
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