2021 - Macallè Blues

Macallé Blues
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2021

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I dischi in evidenza...2021


I dischi in evidenza: in questa sezione del sito, troverete le recensioni delle più interessanti (a mio personalissimo avviso!) novità discografiche, suddivise per anno di pubblicazione!

MAX PRANDI & LINO MUOIO

"Outtakes from the Tiny Room"

Bloos Rec. (ITA) - 2021

Got to make a comeback/Tell me who/Keep on the sunny side/Walk alone/Shine on me/Queen bee/San Francisco/Sunshine/The weight/Up to the mountain

 
                
Max Prandi, pur nella sua essenziale, disarmante semplicità di uomo e artista, è creatura complessa o, quantomeno, duplice: a pari tempo, la voce di un soul brother costretta nel corpo di uno tra i nostri migliori bluesmen. Lo ricordo bene quando, nel 2006, aprì il concerto di Studebaker John & The Hawks presentandosi, sul palco, in beata solitudine e armato, da buon busker, di un microfono, un mini amplificatore da strada e una chitarra quasi giocattolo, in tutto simile, persino nel legno, a quella dalla tastiera impraticabile, senza né marca, arte o parte, che mi regalarono da bambino. Come attaccò a cantare, la magica accoppiata formata dal timbro di quello strumento, ripescato chissà dove, di ruvida plastica più che morbido legno, e da quello vocale, dalle petrosità dense e oscure di caldo catrame, mi fece sobbalzare: pareva di aver di fronte un John Lee Hooker riemerso, dalle profondità di una miniera di carbone, a prendersi una boccata d’aria - e di polveri sottili! - dell’interland milanese. Non stupisce, dunque, che Prandi abbia fatto coppia con un altro “irregolare” nostrano come Lino Muoio.
Chi segue queste pagine, saprà che Lino, al quale ho dedicato un’intervista (anno 2017, in occasione dell’uscita di Mandolin Blues: The Piano Sessions) e una recensione (anno 2018, in occasione dell’uscita di Mandolin Blues: Acoustic Party) è un ex chitarrista “pentito” che, come tradiscono i citati titoli, degni di un novello Yank Rachell, ha dedicato i suoi blues al mandolino ricucendo, con ago e corde dello strumento, la propria anima, da sempre affacciata sul golfo di Napoli, con quella di una non così nota ma diffusa tradizione strumentale d’oltreoceano.
I due assieme, accompagnati da un circoscritto manipolo di fidati comprimari (Simone Scifoni, Francesco ‘Sleepy’ Miele, Stefano Tavernese, Armando Serafini e Angelica Pallone), hanno dato vita a queste outtakes che, verosimilmente, parrebbero avere radici ben profonde, probabilmente piantate nell’humus di almeno uno tra i due sopraccitati album. Anche se il titolo lascerebbe intendere la loro natura di fotogrammi inizialmente “scartati”, tracce sospese provenienti dalle sessioni di Acoustic Party (disco, al quale proprio Max Prandi partecipò come ospite e dove anche parte dei qui presenti comprimari era della partita), i brani di questo nuovo lavoro marcano una qualche continuità con lo stesso. E si badi che il termine “scartati”, opportunamente virgolettato, è ben lungi dal voler insistere sulla propria accezione negativa perché, mai come qui, vale il noto passo biblico che recita “la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”. Ascoltare per credere!
Per restare ammaliati e rapiti dalla magia di questo disco, basta l’iniziale gioiello che è la delicata soul ballad Got To Make A Comeback, uscita dallo scrigno segreto di Eddie Floyd, un tempo già prestata a Robert Cray, che sorprende nella sua disarmante rilettura acustica, sommessa confessione di nuda, schietta fragilità. Come la successiva Tell Me Who, nuovo battesimo della celeberrima John The Revelator, rappresenta l’estremo opposto e più virile del disco, la popolare Keep On The Sunny Side rivela la terza dimensione di quel mondo che Outtakes From The Tiny Room vuole rappresentare: la più ottimista e giocosa. Nel bel mezzo dei vertici opposti di questo spazio tridimensionale, rimbalza tutto il resto: Walk Alone di Ben Harper, Queen Bee di Taj Mahal fino a The Weight e alla chiusura, come l’apertura in forma di ballad, di Up To The Mountain.
Poco importa che, in questo disco, non ci siano brani inediti. Qui, l’accento non è posto sul cosa si suona bensì sul come lo si suona! Prandi, Muoio e compagni sanno imporre chitarre, mandolino, contrabbasso, percussioni e persino un piano Wurlitzer all’idea che abbiamo di unplugged. E sanno rispondere, con chiara efficacia, alla domanda: come suoneranno mai, in modalità blues, chitarra e mandolino assieme? La risposta è qui; in questo disco che, in tempi di restrizioni pandemiche, suona tanto come un disco di dignità, resistenza e buona speranza: informale e seducente, nella sua candida immediatezza. G.R.
    
DELGRÈS

"04:00 AM"

Discograph Rec. (F) - 2021

4 ed maten/Aleas/Assez assez/Se mo la/Lundi mardi mercredi/Ban mwen on chanson/Just vote for me/Ke aw/Libere mwen chorale/L ecole/Lese mwen ale/La penn
          
 
 
Il meticciato stilistico e culturale che si ritrova vivo tra le tracce di 4:00 AM, sequel del precedente e altrettanto ibrido Mo Jodi, ha originato un nuovo disco dalla sorprendente, compiuta amalgama. Sull’origine del nome Delgrès: Delgrès (Louis), nato libero in Martinica, fu ufficiale di fanteria durante i moti di ribellione seguiti alla campagna napoleonica per la reintroduzione, nelle Antille francesi, della schiavitù. Assurto a simbolo di una strenua opposizione al dominatore, di fronte all’invito dicotomico racchiuso nel motto “vivi libero o muori”, scelse la morte: per mano propria, per la causa. Delgres, la band, attualizza quel messaggio politico di resistenza, anche culturale e identitaria, incanalandolo attraverso un riuscito mix di suoni etnici a largo spettro, dimostrando come un semplice trio con chitarra - suonata spesso slide! - batteria, sousaphone e pochi altri occasionali strumenti (tromba e tastiere) riesca a creare un sound così ricco e coinvolgente.
Il suo leader, Pascal Danaë, è un moderno griot che miscela blues, radici africane, influenze caraibiche, cajun, folk e melodie europee. Come fosse il mezzo per la riconquista di un’integrità smarrita, canta spesso in creolo, lingua della sua infanzia. Il suono creato, ancestrale e percussivo, diventa, per i brani tutti, distintiva marchiatura a fuoco.
Rispetto al precedente disco, qui il focus lirico dei Delgrès si sposta e si affila. Anche il loro suono, in parte fa altrettanto. Quel “creole blues”, così chiamato da Danaë, diventa musica della diaspora, mediata dai suoni dell’Africa occidentale, dei Caraibi, del sud degli Stati Uniti, Mississippi e Louisiana soprattutto. È un disco per i drammatici tempi nostri, narrazione di vite così come vissute da migranti, immigrati e rifugiati: il suono di una sveglia che vorrebbe far aprire gli occhi su un umanitarismo dimenticato. G.R.
    

JOANNA CONNOR

"4801 South Indiana Avenue"

KTBA Rec. (USA) - 2021

Destination/Come back home/Bad news/I feel so good/For the love of a man/Trouble trouble/Please help/Cut you loose/Part time love/It's my time

 
               
Fin dal manifestarsi delle prime note, Joanna Connor lancia il suo incantesimo e dà senso compiuto all’aggettivo “wild”, facendo intendere quanto questo suo ultimo lavoro possa essere considerato - e, nel merito, io non avrei dubbi! - come il suo più rappresentativo e completo.
Chitarrista, cantante e autrice, impavida veterana di un blues impetuoso e tonante, anziché adagiarsi sui proverbiali allori e godere della luce riflessa da una già consolidata e ultradecennale affermazione, si concede l’audace lusso del rischio dando il via a quella che sembrerebbe essere una nuova fase della propria carriera.
Rivelatore quanto criptico, l’enigma suggerito nel titolo si risolve vagando per le strade di Chicago o scrutandone attentamente la mappa: 4801 South Indiana Avenue non è altro che l’indirizzo del Theresa’s Lounge, leggendario club del southside, storica ribalta del miglior blues cittadino.
Prodotto dal tandem Joe Bonamassa-Josh Smith, per essere un album registrato in studio, è intriso di una tal cruda energia da superare, per intensità, anche le meglio riuscite esibizioni dal vivo. Già nell’introduttiva Destination, lo sferragliare, nervoso e metallico, della chitarra slide, il divampare, rapido e fiero, del sicuro tocco di mano documentano uno sconcertante accostamento tra velocità e precisione che, della Connor, sono ancora oggi il marchio prevalente. Il piano di Reese Wynans procura, poi, il corpulento sostegno al superbo gioco di “domanda e risposta” dell’inedito duo vocale Joanna Connor-Jimmy Hall.
Ben lontano dalla riproposizione, in purezza, di un Chicago blues di tradizione, questo disco suggerisce l’idea di un approccio estetico al genere, impetuoso e renitente che, come una lente convergente, concentra nel proprio punto di fuoco l’energia di George Thorogood, la spavalderia punk dei The Red Devils e l’houserocking blues di Hound Dog Taylor; proprio come Come Back Home che, pervasa da un feeling vintage e da un corpulento piano honky-tonk, rimanda la mente alla Sadie di quest’ultimo, a cui, verosimilmente, si ispira. Non mancano altre riproposte in chiave rinnovata: l’evocativo lento in minore Bad News, ripescato dal repertorio di Luther Allison, I Feel So Good, feroce boogie che pare consegnato, con gioioso abbandono, tra le mani di un Magic Sam versione slide e poi ancora la Part Time Love del sontuoso Clay Hammond, Trouble Trouble di Lowell Fulson e la moderna rilettura di For The Love Of A Man, uscita dalla penna di Don Nix per Albert King, capovolta secondo la prospettiva di un erotismo fieramente femminile. Solo la conclusiva It’s My Time marca la differenza col resto del disco: in questa sorta di noir blues, psichedelico e fumoso, lento e parlato, giudizioso e accorto nel suo utilizzo di sonorità extra musicali, c’è tutto il finale riposo del guerriero; la quiete dopo la tempesta.
Con Joanna Connor, paradiso in terra per gli amanti della chitarra, è sempre facile che l’attenzione dell’ascoltatore sia naturalmente attratta dagli aspetti strumentali. Ma l’autentica sorpresa di questo album, l’inattesa manifestazione sulla quale vale la pena spendere le ultime parole, è la voce! A questo mi riferivo quando parlavo di “una nuova fase della propria carriera”. La Connor cantante, qui, è un’autentica rivelazione: l’estensione, l’intensità, la vulnerabilità inedite che emergono chiare dal suo strumento vocale non lasciano più spazio a dubbi sulle sue capacità di interpretazione dei brani.
Registrato a Nashville per l’etichetta di Bonamassa, se non destinato a diventare un classico, questo disco vi offrirà almeno un emozionante giro sulle montagne russe. G.R.
    
CHRIS CAIN

"Raisin' Cain"

Alligator Rec. (USA) - 2021

Hush money/You won't have a problem when I'm gone/Too many problems/Down on the ground/I believe I got off cheap/Can't find a good reason/Found a way to make me say goodbye/Born to play/I don't know exactly what's wrong with my baby/Out of my head/As long as you get what you want/Space force

 
      
Occorreva un produttore, di occhio ed esperienza lunghi e affilati come Bruce Iglauer, per domare il giusto e incanalare con profitto il profluvio di indomita, anarchica energia che promana da un artista, istintivo e viscerale come Chris Cain. Non che le precedenti uscite di questo straordinario e mai troppo considerato chitarrista fossero meno riuscite; certo è che la mano di Iglauer e il marchio sonoro - anche questo, impresso a fuoco - della propria etichetta, si avvertono tutte. Conscio del fatto che tale affermazione possa essere letta come una critica, considerati la diffidenza e il fastidio - talvolta anche motivati! -  che certi puristi riservano ai prodotti di quest’etichetta che, nel corso di quaranta e più anni, è diventata, commercialmente e, di conseguenza, musicalmente, un’istituzione del genere blues, mi corre l’obbligo di precisare che la mia osservazione, non va assolutamente intesa in senso negativo!
Nel caso specifico, la mano di Iglauer, a mio parere, ha avuto infatti esiti alquanto fausti. La visione di lungo respiro e la sua capacità di assemblare contesti giusti ha permesso a Cain di dare una forma pienamente compiuta al suo talento chitarristico, smussandone le talvolta esuberanti ancorché genuine esagerazioni e consentendogli di mettere meglio a fuoco le idee musicali, nonché delimitare lo stile, eliminando il superfluo e concentrandosi di più sull’essenziale. Da questo incontro è sortito un lavoro ben focalizzato e rappresentativo di un Cain maturo.
Se alle voci, canore e strumentali, di Cain va riconosciuto un iniziale ed evidente debito verso B.B. King (maestro, del resto, già apertamente omaggiato nel 2001 con l’album Cain Does King), anche se ben presto rimpiazzato da una cifra stilistica più personale e identificativa, dal punto di vista lirico il nostro continua a trafficare in territori assai prossimi ai racconti quotidiani, con storie che trovano facilmente la loro via di collegamento col pubblico, evitando banalità o cliché, anzi dimostrando una certa padronanza di quelle arguzie caratteristiche del vocabolario più tipicamente blues.
In questo ultimo disco che, per i motivi espressi in narrativa, non mi riesce difficile considerare, quantomeno, tra i suoi migliori di sempre ritroviamo, insieme agli abituali andamenti funk e i rimandi al vecchio mentore B.B., come nell’autobiografica Born To Play, anche sconfinamenti nel gospel (Down On The Ground), il riemergere prepotente di influenze a metà strada tra i due Albert, King e Collins, (I Believe I Got Off Cheap); tutto il resto è puro Cain. Fuori dal coro si pone solo la conclusiva Space Force, brano dove, a sorpresa, posa la chitarra elettrica per imbracciare un vecchio sintetizzatore ARP Soloist degli anni ‘70 e creare un ibrido tra George Duke e Stevie Wonder.
La coproduzione del disco, a ulteriore garanzia, è dell’ipercinetico Kid Andersen. G.R.
    
BOB CORRITORE & FRIENDS

"Spider in my stew"

Vizztone Rec. (USA) - 2021

Tenessee woman (feat. Oscar Wilson)/Big mama's soul food (feat. Sugaray Rayford)/Whatcha gonna do when your baby leaves you (feat. Alabama Mike)/Don't mess with the messer (feat. Diunna Greenleaf)/Spider in my stew (feat. Lurrie Bell)/Wang dang doodle (feat. Shy Perry)/Drop anchor (feat. Alabama Mike)/Sleeping with the blues (feat. Johnny Rawls)/Mama talk to your daughter (feat. John Primer)/Why am I treated so bad (feat. Francine Reed)/Soon forgotten (feat. Willie Buck)/I can't shake this feeling (feat. Lurrie Bell)/Look out (feat. Alabama Mike)/I shall be released (feat. Francine Reed)

 
      
Mai avrei immaginato di trovarmi nella condizione di includere un disco di Bob Corritore tra quelli meritevoli di risalto e primo piano. Chiarisco il concetto: non perché questo armonicista, di stampo fieramente tradizionale, non lo meriti. Ma semplicemente perché, la tradizione a cui si rivolge, la vistosa e impomatata piega del suo ciuffo rock-a-billy nonché l’approccio artistico sono, da sempre, tipicamente inclini alla mera riproposizione di stili e sonorità ben note, piuttosto che al tentativo di proporre originali, inedite innovazioni.
Dunque, ciò che ci si può attendere, come consuetudine, da Corritore è pur sempre una genuina, buona e ben suonata dose di blues ortodosso. E, in un certo senso, anche per Spider In My Stew, la ricetta resta la stessa di sempre: una manciata di classici, qualche inedito, arrangiamenti di tanto in tanto inventivi, per poi lasciar fare a musicisti e cantanti. In quest’ottica, il disco rispetta rigorosamente i canoni tanto da non far la differenza rispetto ai suoi tanti, e pur sempre degni, predecessori.  
Attenzione però: ciò che rende questo disco irrimediabilmente accattivante rispetto alla fila dei precedenti è, da un lato la sferzante, rinvigorente energia di cui è interamente pervaso, dalla prima all’ultima nota, sia essa soffiata, percossa, vibrata, emessa. Dall’altro, la presenza di una tale pletora di illustri ospiti (cosa non nuova, invero, per lui ma, qui, più evidente che in passato!), tutti accuratamente scelti, da rendere certo e trionfale il risultato. E per quanto non sia lecito giudicare la bontà di un progetto dai soli nomi che vi contribuiscono, Spider In My Stew offre una prospettiva tutta da gustare anche in questo senso. Sugaray Rayford, John Primer, Lurrie Bell, Alabama Mike, Johnny Rawls, Bob Margolin, Junior Watson, Kid Ramos, Oscar Wilson, Diunna Greenleaf, Francine Reed, Shy Perry: bastano a convincervi? Se non è così, aggiungo che all’ascolto, l’altro aspetto che cattura irrimediabilmente l’orecchio è l’inconsueta ricchezza espressiva che Corritore riesce a esprimere sullo strumento: dalla leggera giocosità, alla sentita melodia fino alla potenza pura, mai come prima l’armonicista è risultato così eloquente.
Sebbene sempre incanalato nel solco del più schietto e rigorosamente osservante Chicago Blues, Spider In My Stew offre, a sorpresa, anche qualche piccola deviazione: la virata Motown di Look Out, la rivisitazione del classico degli Staple Singers Why Am I Treated So Bad fino all’inatteso Bob Dylan del conclusivo I Shal Be Released. G.R.
    
VERONICA LEWIS

"You ain't unlucky"

Blues Heart Rec. (USA) - 2021

You ain't unlucky/Clarksdale sun/Put your wig on mama/Is you is my baby/Fool me twice/Whoo whee sweet daddy/Ode to Jerry Lee/The Memphis train

 
     
Non fa proprio pensare alla sua età, non ancora matura, la giovanissima, bostoniana Veronica Lewis. Non lo fa pensare il suo aspetto, sbarazzino e impertinente ma, soprattutto, non lo fanno pensare la sua sicura tecnica pianistica e il raro gusto col quale la rende docilmente arrendevole al mood di ogni brano.
Come ci si potrebbe attendere da un individuo coi suoi anni, l’esuberanza e l’entusiasmo le ribollono nel sangue come sui tasti, ma la matura perizia e il gusto con i quali li educa e li propone, farebbero nascere a chiunque il sospetto che possa trattarsi di uno strano caso di personalità pianistica âgée intrappolata nel corpo di una diciassettenne.
Malgrado non abbia ancora raggiunto l’età per votare (quantomeno qui da noi!), la Lewis ha già fatto ampia scorta di premi e riconoscimenti, nonché partecipazioni a festival prestigiosi. Che il suo cognome sia lo stesso di quel Jerry “The Killer” Lee che ha incendiato epoche e pianoforti la dice lunga su ciò che vi potete aspettare da questo disco, attraverso il quale troviamo le giuste occasioni per accostare la giovane, non solo al suo omonimo mentore, esplicitamente evocato nel componimento amoroso Ode To Jerry Lee, ma anche a Little Richard (Whoo Whee Sweet Daddy), piuttosto che a Champion Jack Dupree o Eddie Bo, come nell’ottimistica, neorleansiana You Ain’t Unlucky, ai maestri del Chicago blues (Put Your Wig On Mama), a Eddie Boyd e Willie Mabon o ancora ai fantasiosi ricami di Roosevelt Sykes.
È del tutto evidente che, la ragazza, si sia consumata le dita sui fondamentali del genere blues’n’boogie ben evidenziati in queste tracce con la complicità di un accompagnamento altrui ridotto opportunamente all’osso. E anche l’idea di cercare strade personali non le fa difetto se, tra variazioni ed esperimenti, è riuscita a rimaneggiare, in maniera inattesa quanto assai riuscita, un classico di Louis Jordan come Is You Is Or Is You Ain’t My Baby.
Un esordio discografico, sì succinto, ma di compiutezza e maturità rare: pianistiche quanto vocali. G.R.
    
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