2022 - Macallè Blues

Macallé Blues
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2022

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I dischi in evidenza...2022


I dischi in evidenza: in questa sezione del sito, troverete le recensioni delle più interessanti (a mio personalissimo avviso!) novità discografiche, suddivise per anno di pubblicazione!

VANEESE THOMAS

"Fight the good fight"

Blue Heart Rec. (USA) - 2022

Raise the alarm/Same blood same bone/Rosalee/I'm movin' on/Time to go home/When I've had a few/Bad man/Blue/'Till I see you again/He's a winner/Fight the good fight/Lost in the wilderness
       
         
Da Vanesee Thomas, tra tutti i figli del mitologico Rufus la minore per età e notorietà, non ci si aspetterebbe niente di meno che il mantener alto l’onore artistico di una delle più rinomate famiglie musicali di Memphis. Quello che, diversamente, potrebbe essere meno ovvio da prevedere è il modo magistrale con cui, in questa nuova pagina della sua discografia, fonde generi apparentemente compositi, dando vita ad un insieme filologicamente lineare e coeso. La solida educazione di base al soul e al R'n'B rimane centrale nel definire l’identità canora della Thomas; tuttavia, in questo nono disco, ad essa si unisce il convinto, inclusivo abbraccio della cantante rivolto verso sonorità, comunque tipicamente americane, che incorporano voci strumentali differenti come quelle di banjo, violino, accordion o pedal steel guitar.
Lontana dalla ruvida e ruspante veracità funk che fu del padre, il suo sodo, corposo timbro bruno dalle episodiche virate verso limpidezze inattese, l’estensione della sua voce che, a sorpresa, in Time To Go Home si abbandona a slanci verticali sorprendenti e quel suo registro che, in talune canzoni, si fa profetico trovano più di qualche affinità con la figura di Mavis Staples. Le tematiche sociali o di personale redenzione affrontate in diversi episodi del disco, poi, rafforzano ulteriormente quest’idea: il razzismo di Raise The Alarm, le storie di ragazze ribelli come quella narrata, in una forma campestre e tutta downhome in Rosalee, il racconto del personale smarrimento nel precipizio dell’anima di When I’ve Had A Few, tra le pagine più bluesy dell’intera raccolta; o ancora le due figure maschili così contrastanti e tratteggiate a tinte forti in Bad Man, altro episodio in cui l’idioma blues più emerge, e He’s A Winner. Mentre il fitto mistero che aleggia in Blue offre il senso della catastrofe esistenziale, il corale vocale di ‘Till I See You Again rimanda a Broadway; non sorprende, poi, lo scivolare verso il gospel in I’m Movin’ On e nella conclusiva Lost In The Wilderness.
Nel suo rappresentare un vero tour de force lirico per la Thomas che, di Fight The Good Fight, è autrice o coautrice di tutti i dodici brani, il disco vede il supporto musicale di una numerosa e rinomata schiera di musicisti di prevalente estrazione memphisiana tra i quali citiamo Scott Sharrad, già chitarrista e direttore musicale della Gregg Allman Band, gli ormai rinnovati Memphis Horns Marc Franklin (tromba) e Kirk Smothers (sassofono) puntellati dalla presenza aggiuntiva di Lannie McMillan, il batterista Shawn Pelton.
Malgrado le tematiche qui affrontate, il disco non assume mai i toni afflitti dell’autocommiserazione. Suona, piuttosto, come una chiamata a raccolta per tutti coloro che, feriti dalla vita, necessitano di curare sé stessi per tornare in campo a combattere la “giusta battaglia”. G.R.
 
MATT LOMEO

"When you call"

Autoprodotto (USA) - 2022

One more 1&1/Unsentimental you/Accepting applications/She was the best/When you call/Got a new woman/27/Take the boulevard/Outside of a song/Why do I cry?/Van Nuys blues/Took my bar and left me/When you call (reprise)
       
         
Un alabastrino soul singer con l’attitudine di un armonicista blues; così potremmo definire il giovane Matt Lomeo.
Chi ama suddividere ordinatamente la propria collezione di dischi per generi, avrà un gran bel daffare a trovare la giusta collocazione per questo When You Call, esordio intrigante e carico di promesse di questo nativo newyorkese dalle ascendenze verosimilmente italiane. Cantante, autore e inventivo armonicista, trasferitosi sulla costa ovest, a Los Angeles, non ha avuto difficoltà ad attirare in breve tempo l’attenzione del bassista e già candidato ai Grammy Awards Terry Wilson che, pronti via, ha prodotto il disco. In When You Call ritroviamo una giusta dose di swingante blues anche se, come correttamente ci si aspetterebbe date le premesse, il disco è, nella sua interezza e a ben vedere, un viaggio esplorativo e diversificato intorno al vario mondo dei generi: country, Americana, Motown soul, R&B, Philly sound, più le occasionali incursioni in quelle atmosfere da entertainer tipicamente affini al classico songbook americano.
Si ascoltino l’iniziale One More 1&1 rievocare, in una cornice di sonorità Stax, il più caratteristico Robert Cray il cui stile viene, poi, nuovamente ricordato dall’omonima, funkeggiante When You Call; l’ibrido pop-soul Accepting Applications e la ballata country-soul She Was The Best. O, ancora, Got A New Woman quasi rubata dalle mani di Ray Charles, Take The Boulevard idealmente sottratta all’ugola del Bobby Bland più notturno e blueseggiante, Unsentimental You e Why Do I Cry? che facilmente avrebbero potuto essere parte del repertorio dei The Drifters.
Non c’è un brano che non funzioni qui! La voce, alta e sottilmente nasale, di Lomeo ben si adatta ai vari contesti, ma sono l’arguto songwriting e l’agile armonica, i cui riferimenti più ovvi si possono trovare in George ‘Harmonica’ Smith e Rick Estrin, a giocare nel ruolo di primi attori. La spesso concisa eloquenza del suo soffio nello strumento insegue, con efficaci voli di fantasia, le linee di un sassofono; i suoi assolo hanno il dono di saper riportare qualunque brano tra i confini, sebbene allargati, del blues.
A completare il lavoro di un’opera prima riuscita, i contributi di noti e rispettati sidemen: Teresa James, il chitarrista Billy Watts, l’ex batterista di J.J. Cale James Cruce e il maestro dell’Hammond Kevin McKendree. G.R.
 
ANN PEEBLES & THE HI RHYTHM SECTION

"Live in Memphis"

Memphis International Rec. (USA) - 2022

If I can't see you/Part time love/Didn't we do it/I feel like breaking up somebody's home/I'm gonna tear your playhouse down/I didn't take your man/(You keep me) Hangin' on/Let your love light shine/I can't stand the rain
       
         
La figura minuta, quasi dimessa di questa cantante, interprete di alcuni tra i maggiori e più influenti classici del Memphis soul, sembra fare il paio con il suo faticoso emergere dall’angolo più sommerso del genere: mai definitivo e sempre un po’ a filo d’acqua, parzialmente sepolto sotto l’impeto delle onde circostanti, numerose e spesso, più di lei, alte e sovrastanti.
La sua sottile figura fisica, apparentemente modesta e gracile, contrasta però, con le lievi ma corpose zampate vocali, dense di umori sanctified (figlia di un predicatore battista e il suo canto libero si allenò, ben presto, nella palestra della black church). Il suo timbro, leggermente scurito come esposto ai fumi del legno di faggio, è stato buon interprete degli umori tipici della più tormentata tradizione soul e ben rappresentata qui dalla triade che ripropone il classico tema del “cheatin’ in the next door”; un tradimento, talvolta presunto altre volte reale, che trova nella sequenza fotografica di Feel Like Breaking Up Somebody’s Home, I’m Gonna Tear Your Playhouse Down e I Didn’t Take Your Man, la sua massima espressione. In questo disco, tutto viene riletto secondo la più osservante sensibilità memphisiana con l’orecchio e il cuore decisamente rivolti ai canoni estetici della Hi Records. Incluso quell’oscuro Part Time Love, un tempo lento soul-blues scaturito dalla penna di Clay Hammond e reso celebre dall’abrasiva, minacciosa vocalità di Johnny Taylor che viene riproposto in odore di funk così come inciso, in origine, dalla stessa Peebles nel suo disco d’esordio.
L’importanza di Live In Memphis, registrato in occasione di An Evening Of Classic Soul il 7 febbraio 1992 al Peabody Hotel di Memphis in apertura al concerto del leggendario Otis Clay, risiede tutta nel fatto che è il primo e unico documento dal vivo che vede affiancati la Peebles con la celeberrima Hi Rhythm Section ossia il bassista Leroy Hodge, Charles Hodges (tastiere), Howard Grimes (batteria) e il chitarrista Thomas Bingham, oltre ai coristi David J. Hudson e Tina Crawford e la sezione fiati di John Sangster (sassofono) Anthony Royal (tromba) e Dennis Bates (trombone). Malgrado una qualità d’incisione non particolarmente eccelsa, oltre a questa accoppiata inedita sul palco, è la forma vocale della cantante a rendere il disco unico.
Non fosse stato per il successo di I Can’t Stand The Rain, divenuto mondiale grazie alla rilettura popolare di Tina Turner, Ann Peebles sarebbe rimasta privilegio di pochi cultori del genere. Un vero peccato fosse mai accaduto, come ben fanno capire queste brevi tracce. G.R.
 
EMMA WILSON

"Wish her well"

Autoprodotto (UK) - 2022

Wish her well/Mary Lou/Little love bite/Rack 'em up/Blossom like snow/She isn't you/Not paying/Nuthin I won't do/Back on the road/Then I'm gone         
         
In questo CD d’esordio - primo long playing dopo un promettente anticipo con due EP - l’eclettico e ombreggiato strumento dell’inglese Emma Wilson trova la propria naturale collocazione in una cornice stilistica nella quale convivono, avvolte da un frizzante e moderno microclima crossover fatto di mescolanze jazz, northern soul e rock condite in salsa britannica, influenze derivate da Meters, Irma Thomas, Ann Peebles, Mavis Staples. O anche emergenti dall’acquitrino del blues più palustre e nebbioso, per esempio quello dell’introduttiva Wish Her Well che un po’ ricorda, con le debite proporzioni, certe antiche pagine di Robert Johnson come rilette, un tempo, da Cassandra Wilson.
Che questa raccolta di pregevoli inediti benefici di influssi musicali i più vari è anche conseguenza del fatto che la Wilson si è avvalsa di musicisti di estrazione non propriamente ortodossa: Adam Chetwood, già chitarrista con Imelda May e Mark Ronson; Mark Neary, bassista di Noel Gallagher e Mat Hector, batterista che fu di Iggy Pop. Nel breve giro dei due anni pandemici, la cantante ha messo a frutto il suo vibrante ma educato contralto con esercizi vocali a corpo libero che sfiorano finanche i ritmi di New Orleans come nel scivoloso funk Nuthin’ I Won’t Do, o pop come in Mary Lou e Little Love Bite. Altri brani, invece, si ritagliano il proprio spazio approssimativamente attorno alla sagoma di Robert Cray (She Isn’t You e Then I’m Gone).
Fedele a una qual certa tradizione, l’album è stato registrato in presa diretta, creando quell’ottima amalgama di suoni nella quale la voce della Wilson si cala sempre con ginnica fluidità. G.R.
 
DELBERT McCLINTON

"Outdated emotion"

Hot Shot Rec. (USA) - 2022

Stagger Lee/Settin' the woods on fire/The sun is shining/One scotch, one burbon, one beer/Long tall Sally/Two-step too/I want a little girl/Ain't that lovin' you baby/Jambalaya/Connecticut blues/I ain't got you/Move it on over/Hard hearted Hannah/Sweet talkin' man/Money honey/Call me a cab         

  
Ci vuole tempo per diventare giovani. Ancor di più, per restar tali. E chi, come Delbert McClinton riesce a farlo, se non altro nella testa, nelle abilità e nella lucidità di quello sguardo che sa ancora scrutare le prospettive di un orizzonte noto ma anche nuovo, merita tutta la nostra ammirazione e il nostro interesse.
In questo senso, non mi sorprende il fatto che, ancora una volta una delle uscite discografiche più allettanti e piacevoli del momento arrivi da un giovane - sì - ma d’altri tempi. All’invidiabile età, per come da lui raggiunta, di ottantuno anni, il texano McClinton, mirabile autore e cantante, battezzato alla nascita nelle acque confluenti del blues, del country e del rock’n’roll, chiude il cerchio della propria esistenza artistica - è recente il suo ufficiale e, ahimè definitivo, ritiro dai palcoscenici - e, con questo nuovo Outdated Emotion, disco dove reinterpreta, accanto a un pugno di inediti, alcune chiare gemme di quei generi che ne hanno segnato a fuoco la giovinezza, torna alle sue rigeneranti, primigenie acque battesimali.
McClinton, le canzoni le abita; le indossa. Le sa rendere proprie come fossero opere sartoriali: preziose stoffe di gusto, sagomate sulle proprie peculiari misure. Anche qui, con la sua voce resa fascinosa dall’ormai consueta morbida, sospesa afonia, coprodotto dal pianista Kevin McKendree (fondamentale il suo ruolo nell’originale rilettura di One Burbon, One Scotch, One Beer) strumentista principale assieme al figlio Yates, batterista e contrabbassista e talvolta sostenuto da grandi fiati, talaltra dai violini e sempre da quel semplice e genuino combo di soli pianoforte e contrabbasso, impone la sua impronta su inossidabili classici presi a prestito da alcuni degli autori che maggiormente lo hanno formato in gioventù. Rinunciando in parte al suo rinomato, ragguardevole talento d’autore, ecco il McClinton di fine carriera rendere omaggio principalmente ai suoi maestri e generi di riferimento con un'eclettica tracklist che, equamente, suddivide le tracce tra blues e country, includendo Ray Charles, Hank Williams e il Little Richard del 1956 con la sua celeberrima e, qui, mirabilmente riletta Long Tall Sally. E ben esemplifica l’atmosfera del disco il vecchio inedito Two-Step Too il cui ritornello, sembra voler confessare, a parole, quanto l’opera tradisce nei contenuti: “... I like blues and rock ‘n’ roll, but I like to two-step too…”.
Qui, tutto, persino, i pochi brani originali ricompresi nella raccolta acquistano un sapore antico tanto quanto Call Me A Cab finale scarno, sardonico, sommessamente parlato che restituisce il gusto di un arreso, ancorché amaramente nostalgico, commiato. G.R.
 
BUBBA AND THE BIG BAD BLUES

"Drifting"

Fullerton Gold Rec. (USA) - 2022

I want to make love to you baby/Helping hand/Drifting/Do what's right/She's your problem now/Amongst butterflies/Keep moving on/I own the road/Lose these blues/I've been down/If you need me/My love           
  

A giudicare dalla swingante, torrida apertura corroborata da fiati robusti e organo Hammond di I Want To Make Love To You Baby si sarebbe propensi a considerare questa band come l’ennesima incarnazione dello spirito indomito del R’n’B più classico, pur riproposto in chiave aggiornata. Invece, le tracce che seguono, a cominciare dalla hendrixiana Helping Hand, smentiscono a più riprese l’impressione iniziale che resta saldamente confinata in quei primi quattro gustosissimi, quanto illusori, minuti. Nonostante il disorientante approccio di Bubba - al secolo, Chris Clerc - e dei suoi scudieri questo disco, per freschezza e felice riuscita, si candida a essere uno degli ascolti più ragguardevoli messi a disposizione nella prima metà dell’anno.
Sebbene l’omonima Drifting si posizioni sulla linea di mezzeria tra i vibranti blues in minore a-la Bobby Bland e le ariose orchestrazioni dei Blood Sweat & Tears, in questo disco ci sono carni condite per tutti i gusti: dagli amanti degli ZZ Top, che potranno abbeverarsi alla fonte di Do What’s Right, ai seguaci delle sonorità texane alla Stevie Ray Vaughan, assecondati con She’s Your Problem Now. Influenzata anche da Freddie King, Allman Brothers e financo dai Meters, la band forgia un elettrizzante ibrido di fumante Texas blues, blues-rock e New Orleans R’n’B & funk.
Quali supporti alla realizzazione delle proprie aspirazioni per questo tanto atteso album il nostro Bubba, chitarrista e cantautore sud californiano, ha chiamato a sé, come produttori, due tra le perle meglio custodite del mondo musicale: i batteristi Tony Braunagel, per anni a percuoter pelli con Robert Cray e Nick D'Virgilio, già con Genesis, Peter Gabriel, Tears For Fears, nonché stabile inquilino della Top 10 dei migliori batteristi di progressive rock. Le tracce sono, dunque, frutto di due sessions separate. La prima, se vogliamo la più mainstream, realizzata con Braunagel il quale ha portato in dote a The Big Bad Blues i Phantom Blues Horns e il mastro pianista Mike Finnigan; la seconda, la più audace, che comprende anche una rilettura di Amongst Butterflies di Paul Weller come la delicata pop ballad My Love, con D’Virgilio. Entrambi i batteristi hanno suonato in molti dei brani dell'album, unendo la loro unica voce strumentale al talento di Bubba per un mix di corroborante seduzione. G.R.
 
MISTY BLUES

"One louder"

Lunaria Rec. (USA) - 2022

A long hard way/Freight car (feat. Justin Johnson)/How the blues feels (feat. Big Lou Johnson)/This life we live/Birch tree/Leave my home/Hit you back/Seal of fate/I'm a grinder/Do my thing/Take a long ride (feat. Joe Louis Walker)           
  

La scura autenticità della voce di Gina Coleman - un misto androgino tra Big Maybelle e Professor Longhair - dal sinistro potere espressivo, con l’iniziale A Long Hard Way tradisce tutto il tempo speso ad allenarsi nella palestra giovanile del gospel. L’articolazione del suo strumento, del quale talvolta arriva a tenderne le corde come flessuosi vocali bicipiti, sa oscillare tra il rasserenante sussurro e la gravità del grido reso ulteriormente drammatico dal troncamento di consonanti e sillabe.
In questo disco, la tradizione è un generico orientamento che si manifesta, nel pieno centro di una creativa fusione di stili, in episodi fieramente blues (Freight Car, How The Blues Feels), funk (Leave My Home, I’m A Grinder) e virate verso le paludose sonorità della Louisiana (Seal Of Fate con l’accordion di David Vittone e Do My Thing coi suoi richiami a certe amabili cosucce dove i Neville Brothers incrociano idealmente le rotte di Allen Toussaint). Nel mucchio, troviamo anche riuscite arditezze sperimentali come estemporanei breaks in odore di jazz. E poi, lo swingante boogie This Life We Live che dimostra la forza orchestrale di una band riccamente assortita che, oltre alla Coleman, annovera Seth Fleischmann (chitarra), Bill Patriquin (basso e tromba), Benny Kohn (tastiere), Rob Tatten (batteria e trombone) e Aaron Dean (sax).  
Paragonato quantomeno alle precedenti due pubblicazioni quest’ultimo One Louder rappresenta, per Misty Blues, indubbiamente la prova della raggiunta maturità. Modernità, idee, arrangiamenti, prodezze strumentali e, non ultime, le canzoni, testimoniano dell’avvenuta piena fioritura di questa band da vent’anni mal contati sulle scene. Contribuiscono alla riuscita dell’operazione la presenza di ospiti come il chitarrista Justin Johnson, Big Lou Johnson e Joe Louis Walker: suo il gustoso cameo nella misticheggiante, funesta Take A Long Ride. G.R.
 
TRUDY LYNN

"Golden girl"

Nola Blue Rec. (USA) - 2022

Tell me/Golden Girl Blues/If your phone don't ring/I'm just saying/Is it cold in here/Trouble with love/Take me back/Live with yourself/Heartache is a one way street/I just can't say goodbye/Life goes on
 
             
A pochi mesi dal suo settantacinquesimo compleanno, Trudy Lynn sembra non aver perso una sola oncia di tutto il suo verace carisma vocale. Contralto scuro e screziato dai riflessi fieramente nasali, capace di adagiarsi in pingui morbidezze calde quanto erompere in pur misurate unghiate feline, mostra tutta la propria versatilità nel dispiegarsi di queste undici, nuove tracce. Sebbene mai definitivamente abbandonate, con Golden Girl la Lynn ritorna a calarsi, seppur con modernità, in quell’habitat musicale fatto di R’n’B, soul-blues, persino torch songs che le fece guadagnare l’attenzione e il plauso della scena di texana, ormai più di mezzo secolo fa.
Registrato tra la sua stessa Houston e Los Angeles, prodotto dal già premiato bassista e autore Terry Wilson, il disco mette assieme una band stellare comprendente, tra i tanti, il colorito tandem Yates e Kevin McKendree, padre e figlio, rispettivamente chitarra e tastiere oltre che ospiti di sicuro pregio come Teresa James ai cori, Steve Krase all’armonica e uno stellare Anson Funderburgh alla chitarra (lo troviamo in una buona metà dei brani).
Il rocker-funk d’apertura Tell Me è un evoluto brano lo-fi, ruvido e di pronta presa, con la grintosa chitarra del McKendree giovane e l’ardore sfacciato della Lynn già pronti a dettar legge. L’omonimo Golden Girl Blues, il brano più classico della raccolta insieme al successivo Take Me Back, puntellato dai giusti fiati, sa di shuffle e vaudeville. If The Phone Don't Ring beneficia di una chitarra nervosa le cui corde parlano la stessa lingua che fu di Albert Collins mentre in I’m Just Saying i colpi ammiccanti della batteria scivolano su una neworleansiana second line tra un’armonica colante grasso e un pianoforte da roadhouse. Tutta la seducente ricchezza di sfumature, dai vibrati agli affondi, tutta la vastità degli abissi emotivi di cui è capace la sua voce, vengono esplorati nella soul-ballad Is It Cold In Here. E se Big Joe Turner avrebbe apprezzato lo stile classico, un po’ anni ‘50, di Take Me Back e Bo Diddley il beat di Heartache Is A One Way Street, Al Green non potrebbe fare a meno di ritrovarsi specchiato nel tocco molto Hi-Records del contemplativo groove di Live With Yourself.
Voci, chitarre, o idee che siano, la vecchia scuola dimostra ancora tutta la sua potenza di fuoco. G.R.
 
ANGELA EASLEY

"Rise"

Class A Rec. (USA) - 2022

I can let go (feat. The McCrary Sisters)/Runnin' out of time/Rise (feat. Shelly Fairchild)/Don't let the devil down/One more last time/Crazy rain
 
             
Insignita del “Bronze Vocalist Of The Year 2021” dalla International Singer Songwriter Association, quella di Angela Easley è una voce imponente, di cristallina ampiezza, contraddistinta da colori meridionali, quelli più tipici del bayou: sensuale, screziata, soulful. Con abbastanza blues, servito al momento giusto in quel suo shouting da indurre alla contrazione gli angoli più segreti del cuore. Ed è una voce così vibrante e fresca da far rimpiangere il fatto che Rise sia soltanto un EP che si estingue nella breve distanza di soli sei brani.
Come intuibile dalla foto di copertina, la Easley è anche pianista - e assai valente! - formatasi nella palestra della chiesa del suo nativo Mississippi tanto che voce e piano si uniscono in un matrimonio felicemente riuscito nell’iniziale, moderno gospel I Can Let Go dove, nel ruolo di inestimabili damigelle, troviamo le sontuose armonie vocali delle McCrary Sisters. Arazzo orchestrale vibrante, nella danzante e funkeggiante Runnin’ Out Of Time il suo strumento vocale rispolvera, attualizzandole, le lezioni magistrali di James Brown con l’apporto singolare di una sezione fiati di soli tromba e trombone. Duetta con Shelly Fairchild nell’emotiva title track Rise per poi abbandonarsi, lasciva, al rock’n’soul di Don’t Let The Devil Down. Seguono la moderna soul ballad One More Last Time e il gentile country flavour della conclusiva Crazy Rain.
Questo disco, registrato tra Nashville e New Orleans e prodotto da Walter Scott, ci mostra un’artista capace di un raro, elegante lirismo unitamente alla sorpresa di arrangiamenti musicali di intelligenza e freschezza inconsueti. G.R.
 
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