Big Harp George - Living in the city - Macallè Blues

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Big Harp George - Living in the city

Recensioni

Il disco raccontato da...

Big Harp George

BIG HARP GEORGE

"Living in the city"

Blues Mountain Rec. (USA) - 2020

Build myself an app/Smoking tires/Living in the city/Heading out to Itaipu/Copayment/Try nice?/Bayside bounce/Don't talk!/First class muck up/Chew before you swallow/Enrique/Pusher in a white coat/Meet me at the fence

    
Big Harp George (al secolo, George Bisharat) è nato in Kansas da madre americana e padre palestinese. Dopo aver conseguito una prima laurea in Antropologia, una seconda in Storia e una terza, con lode, in Giurisprudenza, si dedica all'esercizio della professione forense e, parallelamente, a quella di professore presso l'Hastings College of the Law di San Francisco, California. Da sempre amante del blues e cultore dell'armonica (in particolare, di quella cromatica), stilisticamente legato alla scuola della West Coast, nel 2014 ha dato il via alla propria carriera discografica, proponendosi come originale interprete dello strumento e autore di sicuro pregio.
Living In The City, coi suoi sentori di swing, rhumba e Kansas City, ancora una volta registrato col prezioso apporto di Kid Andersen nei suoi rinomati studios, oltre a rappresentare la quarta puntata della discografia di Big Harp George, si candida bellamente a essere considerato il suo disco capolavoro, forte anche della presenza di alcuni ospiti di sicuro rilievo come Little Charlie Baty.
Quella che segue, è la chiacchierata, riguardante il disco, che George Bisharat ha concesso a Macallè Blues.....


 
Macallé Blues: George, è un vero piacere averti nuovamente ospite di questo sito dove, ad eccezione di 'Uptown Cool', che ho avuto modo di recensire per la rivista Il Blues, ho recensito, qui, tutti i tuoi tre dischi precedenti. E, sebbene in ognuno di questi, tanto le tue abilità musicali quanto quelle di autore costituissero un comune denominatore, la mia impressione è che, quest’ultimo disco, nel quale possiamo ritrovare in abbondanza quegli stessi ingredienti, sia il tuo migliore di sempre. Qual è il tuo pensiero a riguardo?
Big Harp George: ti ringrazio davvero tanto per l’opportunità che mi dai di parlare di Living in the City. Sai, dopo ogni nuovo disco, analizzo quello che abbiamo fatto. Mi mettio a tavolino con Chris Burns, il mio tastierista e produttore, e mi confronto con lui. Oltre ad avere una grande esperienza e un’approfondita conoscenza della musica, Chris ha anche un grande orecchio; dunque, ascolto le sue considerazioni con molto rispetto. Provo, poi, a individuare quelli che potrebbero essere i passi successivi, necessari a far crescere ulteriormente la musica. Ero rimasto molto soddisfatto di Uptown Cool (il mio terzo disco, come sai), ma trovavo che la voce lì presente, avesse ancora margini di sviluppo e miglioramento. Così, per Living In The City, ho concentrato i miei sforzi su quest’aspetto, cercando di migliorare il mio canto, ma anche sviluppando i cori e cercando di aggiungere, alle parti vocali, maggiore diversità e complessità. Secondo me, l’obiettivo è stato raggiunto e questa è una delle ragioni per cui credo davvero che Living In The City sia, a oggi, il mio miglior disco;
MB: a proposito della scrittura, avremo modo di disquisire più avanti parlando delle singole canzoni. Quindi, adesso, affrontiamo l’altro aspetto: quello musicale. In questo disco, troviamo non soltanto, e come sempre, un’ampia band estesa ai fiati, ma anche pressoché gli stessi musicisti (Kid Andersen, Chris Burns, Michael Peloquin, Mike Rinta, etc.) che troviamo già nei tuoi precedenti lavori. Sembra quasi che, con loro, tu abbia trovato la giusta combinazione……
BHG: al momento, ho registrato quattro album con Kid, Chris, e Michael; e Mike è stato presente negli ultimi tre. Noi tutti siamo diventati piuttosto intimi; un po’ come fossimo una famiglia, in un certo senso. Abbiamo cominciato a lavorare sulle canzoni di questo disco ben prima che le registrazioni cominciassero; Chris e io circa un anno prima e, con Michael e Mike, un buon sei mesi prima. Ognuno di noi ha davvero investito qualcosa, sia nelle canzoni che nel progetto nel suo insieme. Mike Rinta ha scritto parti per i fiati davvero ispirate ed è stato presente alle registrazioni anche in quei giorni in cui non avrebbe dovuto suonare, solo per guidare la sezione ritmica nelle canzoni più complesse. E Michael, ha fatto lo stesso. Mi è sembrato che tutti abbiano messo a disposizione generosamente tutta la loro creatività e io mi sono sentito molto sollevato e supportato grazie ai loro sforzi e alla loro presenza;
MB: il suono generale della band è molto orchestrale e, talvolta, vicino a quello di una “brass band”. Gli arrangiamenti sono molto importanti e possono davvero fare la differenza in un contesto come questo…..
BHG: assolutamente. Non ti dirò che non ci sia mai stato alcun momento di tensione durante le sessions, ma tutti noi abbiamo ottime relazioni basate sulla fiducia reciproca e dove ognuno contribuisce con le proprie idee e i ruoli individuali risultano, alla fine, assai fluidi. Alcune cosucce, come le parti dei fiati in Heading Out To Itaipu o Meet Me At The Fence sono state definite in anticipo, ma c’è molto in termini di arrangiamenti che, invece, è stato elaborato direttamente in sudio. Queste sono le situazioni dove Kid si rivela una preziosa risorsa. Avendo lui registrato oltre 150 dischi, ha a disposizione sempre una notevole quantità di intuizioni e idee da mettere in gioco;
MB: oltretutto, lo studio nel quale è stato registrato il disco è, proprio, il Greaseland Studios di Kid Andersen che, nel corso degli anni e assai rapidamente, è diventato uno dei migliori e più gettonati studi di registrazione per il blues…...  
BHG: se hai avuto occasione di visitare i Greaseland Studios, saprai che non è il posto in sé a essere la fonte di tutta la sua magia. Perché quella fonte è Kid stesso. Lui è una miscela unica di capacità tecniche, conoscenza musicale, abilità strumentale e personalità che, messe assieme, fanno funzionare il tutto. Non conosco nessun altro come lui nel mondo della musica ed è una vera delizia lavorare con Kid.
Poi ci sono le risorse musicali aggiuntive che Kid può mettere a disposizione, inclusa sua moglie, Lisa Leuschner Andersen. Lisa è una stupenda cantante e le parti che lei e Kid hanno sviluppato per un paio di mie canzoni davvero hanno portato quei brani a un livello superiore;
MB: come qualche lettore saprà o ricorderà, tu sei fondamentalmente un armonicista cromatico. Questo aspetto, così come il tuo modo di suonare pulito, fluido e dinamico, ti avvicina molto al lato più jazzistico del blues. 'Living In The City', 'Try Nice?', 'First Class Muck Up' e lo strumentale alla Count Basie 'Bayside Bounce' ne sono limpidi esempi…..
BHG: fino a circa quindici anni fa ero, principalmente, un armonicista diatonico. Poi, ispirato dal grande genio di Paul deLay (armonicista di Portland, Oregon; ndr), ho cominciato a suonare la cromatica e, soltanto più sporadicamente, la diatonica. Come ho sviluppato le mie doti sulla cromatica, ho cominciato a sentire la mia voce musicale emergere. Suonavo cose che nessun altro suonava e che sembravano buone e fresche, quanto meno, al mio orecchio. Così, mi ci sono attaccato. Il jazz è sempre stato il mio secondo amore, secondo rispetto al blues e tra la naturale voce dell’armonica cromatica e la tendenza del mio modo di scrivere canzoni, le cose hanno preso spontaneamente una direzione jazzistica. Quello è il contesto nel quale mi trovo a mio agio e dove sta la mia voce più autentica. Potrebbe anche piacermi suonare del blues Chicago-style, ma non è ciò che viene fuori da me naturalmente e, per me, ciò che è fondamentale nel suonare musica è l’essere autentici. Questo non vuol dire che non mi avventurerò mai al di fuori di questi territori, perché lo faccio di continuo, in ogni direzione. Ma credo si possa dire che il blues jazzato sia la mia vera casa;
MB: il brano 'Living In The City' ha un ché di Louis Jordan e, inoltre, è la prima canzone del disco in cui suona, come ospite, il grande Little Charlie Baty (chitarrista recentemente scomparso, ndr). Bisogna dire che questo disco è anche la sua ultima registrazione ufficiale…..
BHG: è stato confermato anche da amici di Charlie che Living In The City sia stata la sua ultima registrazione formale, nel senso di lavoro inteso come destinato a essere pubblicato. Sai, Charlie ha ricoperto un ruolo speciale durante la mia carriera, incoraggiandomi, fin da principio, a insistere con l’armonica cromatica. Nessuno aveva mai fatto questo nel blues e, quando ho deciso di intraprendere quel percorso, ci sono stati momenti in cui mi sono domandato pure se fossi pazzo. Charlie mi accompagnò durante un evento speciale nel 2012, durante il quale me ne saltai fuori, per la prima volta, col brano Chromaticism e lui mi disse subito che, quel pezzo lo trovava fantastico. Il fatto che, un artista come lui avesse affermato una cosa simile, fu qualcosa di estremamente significativo per me e, conseguentemente, mi diede il coraggio per invitarlo, come ospite, durante le registrazioni del mio primo disco, nel 2014;
MB: Charlie Baty è noto per essere stato, oltre che grande chitarrista, anche il leader di Little Charlie & The Nightcats, una delle migliori blues band contemporane. Come hai appena ricordato tu, questa non è la prima volta che Charlie compare come ospite in un tuo disco; in 'Living In The City', lui suona in quasi la metà dei brani e, strano a dirsi, devo ammettere che non credo di aver mai sentito Charlie suonare in modo tanto libero e grandioso come nei tuoi disci e, specialmente, in questo…...
BHG: Charlie, come ben noto, ha sempre avuto una certa affinità col jazz e, in senso più generale, è sempre stato un musicista avventuroso che non si è mai fatto limitare dai generi o dalle convenzioni; ha sempre avuto una gran voglia di imparare e crescere. Quando ho cominciato a inserire qualche influenza brasiliana nelle mie canzoni (prodotto, questo, della mia esposizione alla musica brasiliana durante i miei viaggi in quel paese), ho scoperto che Charlie era un grande appassionato del chorinho brasiliano. E questo diventò un altro naturale punto di contatto tra noi. Tanto che Charlie mi disse che io ero stato il primo in assoluto a invitarlo a registrare qualcosa come chitarrista acustico, come è stato per la canzone Wash My Horse in Champagne. Non vorrei sembrare quello che si batte la spalla da solo, ma penso che Charlie abbia apprezzato l’originalità delle mie canzoni e la dimostrazione sta anche nel fatto che, in ognuno dei miei brani dove compare come ospite, abbia suonato in maniera particolarmente ispirata. E penso che l’abbia fatto anche prima. Recentemente, riascoltando il mio primo album Chromaticism mi sono meravigliato del suo contributo in brani come Cocktail Hour e Drum Boogie. Brillante davvero, quanto meno per le mie orecchie.
È passato quasi un anno da che Charlie è scomparso e ancora mi sento afflitto all’idea della sua perdita. Afflitto per me, ma anche per il resto del mondo, privato di quello spirito unico, sia dal punto di vista umano che musicale. È stato una persona speciale;
MB: sebbene tu sia fondamentalmente un musicista blues, hai sempre dimostrato interesse verso altre sonorità e forme musicali; questo tuo atteggiamento si ritrova in tutti i tuoi dischi precedenti ma, specialmente in questo disco nuovo, trovo che questo aspetto abbia raggiunto la sua piena fioritura......
BHG: in generale, ho sempre ascoltato diversi generi musicali, dunque suppongo sia piuttosto naturale che, quanto io abbia ascoltato, si rifletta nel mio modo di scrivere. Nessuno salta fuori con qualcosa dal nulla; ogni cosa, è sempre il risultato o il prodotto di quanto abbiamo metabolizzato nel corso del tempo. Può anche essere che resti dormiente per un po’ ma, se continui a fare musica, le tue influenze verranno a galla, a un certo punto;
MB: come conseguenza, ‘Living In The City’ presenta un eclettico pugno di canzoni come il samba ‘Heading Out To Itaipu’, con tutta la sua atmosfera brasiliana. In questo brano suona Carlos Reyes al violino e all’arpa paraguainana, strumento alquanto folkloristico, giusto?
BHG: sì, giusto. Non conoscevo l’arpa paraguaiana fino a che Mike Rinta, che aveva già lavorato con Carlos Reyes, me ne ha parlato offrendosi di fare da tramite con Carlos. Sono andato su Youtube a guardarmi una demo di Carlos e sono rimasto stregato dal suono e dalle possibilità di quello strumento in relazione a diversi miei brani.
Heading Out To Itaipu parla della spiaggia fuori Niteroi, la città che, da Rio De Janeiro, attraversa Guanabara Bay e che ho avuto il privilegio di visitare numerose volte nell’ultimo decennio. Dunque, il brano ha tratto ispirazione dal Samba brasiliano e, più semplicemente, dallo stile di vita brasiliano, la cui bellezza reale difficilmente resta immortalata in quelle foto glamour che si trovano sulle riviste di viaggi ma che, invece, ritrovi nella gente stessa e nella loro generosità di spirito;
MB: la ballata ‘Enrique’, invece, è una di quelle canzoni cosiddette sociali. Descrive la vita di un emigrante del centro America alle prese con una dura realtà…..
BHG: nella zona della baia di San Francisco, nella quale vivo, tutti i lavori pesanti e umili, dal giardiniere alla donna di servizio al cameriere d’albergo, lo sguattero da ristorante o i raccoglitori di frutta e ortaggi fino al manovale e al muratore, sono svolti da immigrati e rifugiati del Messico o dell’America Centrale. In altre zone di questa regione, invece, sono tutti vietnamiti. Senza l’apporto e il duro lavoro di tutta questa gente, il nostro mondo andrebbe in frantumi. Tutto ciò che acquistiamo, sarebbe più costoso se non fosse per la loro buona volontà a farsi carico di questi lavori e per compensi minimi. Mi addolora il fatto che molti dei miei compatrioti non apprezzino il contributo che immigrati e rifugiati danno alla nostra economia e alla nostra società. Dunque, ho scritto Enrique in loro onore. Non è propriamente un brano biografico, quanto meno non riferito a una persona in particolare. Piuttosto, rappresenta ed esemplifica l’insieme delle esperienze di un numero di persone che ho conosciuto o che ho avuto modo di incontrare in vari contesti;
MB: e, a proposito di ecletticismo, alla fine del disco, ne troviamo un chiaro esempio: ‘Meet Me At The Fence’ è un brano, diciamo così, etnico con influenze di tango argentino, che si avvale della presenza della straordinaria cantante palestinese Amal Murkus, di Firas Zreik allo zither e del percussionista arabo Loay Dahbour…...     
BHG: sei stato perspicace nell’identificare le sottese influenze argentine, perché parte della melodia è ispirata a una canzone brasiliana. Sebbene il tango sia comunemente associato all’Argentina, al sud del Brasile, le tradizioni musicali travalicano i confini. Mi sono sentito onorato ed elettrizzato dall’aver avuto con me Amal, Firas e Loay per questo brano. Amal è una figura di primo piano nella musica palestinese e anche Firas, che è suo figlio, lo sarà presto. Si è appena laureato, lo scorso anno, alla Berklee School of Music di Boston ed è già riconosciuto come uno dei migliori suonatori di qanun (zither) del mondo arabo. Loay, altro musicista palestinese che vive qui nella Bay Area, è un percussionista sopraffino ed è stato straordinario guardarlo suonare in numerosi pezzi senza vederlo mai perdere un colpo! Mi sono sentito un po’ matto nell’aver approcciato una star della statura di Amal, chiamandola a interpretare le mie strane idee per questo pezzo; ma sono felice di averlo fatto. Lei è una persona e un’artista stupenda ed è stato un privilegio speciale averla conosciuta e meglio compreso le sfide che lei come altri artisti palestinesi hanno dovuto affrontare in Israele. Questa canzone costituisce uno dei traguardi di cui vado più orgoglioso come musicista. Realizzeremo anche un video della canzone molto presto che, credo, risulterà molto forte e commovente;
MB: ancora in merito alla scrittura delle canzoni, tu sembri avere un occhio acuto sulla realtà che, spesso, si traduce in ironia, arguzia e humor. Due di queste canzoni, in particolare, hanno a che fare, sorprendentemente, con l’ambiente medico: ‘Copayment’ e la sinuosa ‘Pusher In A White Coat’…...  
BHG: non faccio uso dello humor per deliberata strategia; semplicemente, accade che io noti alcune assurdità del mondo e la cosa mi induca a esprimere dei commenti a riguardo. Ma trovo anche che i messaggi politici e sociali possano forse essere più agevolmente comunicati attraverso l’ironia. La gente generalmente è disarmata di fronte allo humor e, una volta che l’hai fatta ridere un po’, allora la successiva dose di critica sociale diventa più gradevole. Detto ciò, so anche di essermi alienato le simpatie di qualche ascoltatore coi miei commenti. Mi dispiace, perché non è mia intenzione insultare o umiliare nessuno, ma accetto questo fatto come inevitabile nell’esprimere me stesso. Nessuno crea buona arte restando cauto; dunque, per me, la scelta è semplice. Inutile dire che Pusher In A White Coat non è per nulla divertente. È più un moto di sdegno. Quindi, lo humor non è l’unico ingrediente che uso nelle mie canzoni. L’essere diretto, può essere altrettanto efficace;
MB: mentre questa raccolta di canzoni originali contiene testi sagaci, l’intero disco mantiene sempre un’atmosfera ballabile….  
BHG: beh, lo spero e mi fa piacere tu lo pensi. Dopo tuto, testi e musica operano su registri differenti rispetto ai componimenti o ad altri tipi di affermazioni esplicite e il divertimento è al centro della musica! Se non puoi ballare e divertirti, se non sei mosso emotivamente, allora quella che ascolti non è musica! È un fatto misterioso, se non magico, come la musica possa arrivare a toccarci;
MB: sebbene il canto, forse, non sia il tuo punto di forza, non credi che con ‘Living In The City’ tu abbia raggiunto il migliore livello come cantante?
BHG: sì, sono d’accordo. Come ho detto prima, migliorare la voce è stato uno dei miei obiettivi in questo disco. Quando ho cominciato, ero davvero molto naive riguardo tutti gli aspetti inerenti la registrazione di un disco, incluso il canto. Ho sempre pensato che cantare fosse un talento naturale, che uno ha o non ha. Non mi sono mai preparato in nessun modo significativo per il mio primo disco Chromaticism. E, visto in retrospettiva, devo dire che si nota. Ma ho anche avuto riscontri e suggerimenti da alcuni dei migliori cantanti del giro, incluso Curtis Salgado. Sono rimasto colpito dal fatto che Curtis, superbo vocalist com’è, ancora prenda lezioni di canto. Alla fine, anch’io ho preso qualche lezione da alcuni tra i più eccellenti istruttori della Bay Area, Raz Kennedy e Clif Payne in particolar modo. Cantare è una cosa molto fisica e, allo stesso modo di come puoi sviluppare i muscoli per sollevare i pesi, si possono sviluppare i muscoli per raggiungere nuovi traguardi anche nel canto. Volutamente, mi sono allenato al canto, partendo almeno sei mesi prima delle registrazioni, con esercizi quotidiani. E penso che i risultati siano quelli che si ascoltano in quest’album;
MB: e sempre a proposito della voce, penso si debba anche citare il meraviglioso lavoro svolto dai coristi che, qui, giocano un ruolo davvero importante: Lisa Andersen, Loralee Christensen e The Sons Of The Soul Rivers, un trio di voci che danno un taglio molto gospel a certi brani…..
BHG: non potrò mai dire abbastanza a proposito del contributo dei coristi presenti nel disco. Loralee è stata con me fin dal secondo disco; possiede una voce bella e versatile e riesce a sostenere parti armoniche multiple, velocemente e con efficacia. Loralee arriva sempre, non importa cosa tu le chieda di fare, inclusi i sincopati “doo doo, doo doo” all’inizio di Heading Out To Itaipu.
Lisa è, senza mezzi termini, straordinaria e le sue parti in Living In The City ed Enrique e anche in altri brani sono semplicemente magnifiche. E, riguardo ai  Sons Of The Soul Rivers, cosa potrei dire se non che sono tra i più piacevoli musicisti coi quali abbia avuto modo di lavorare! Sono tre fratelli che hanno cantato assieme per più di cinquant’anni. In studio sono stati molto slegati, ma alquanto accurati e veloci. Abbiamo completato tutte le sei tracce, nelle quali cantano, in meno di tre ore e, la maggior parte delle parti, erano improvvisate. Se ricordo bene, non avevamo preventivato di farli cantare anche in Smoking Tires, per esempio, ma sono stati così veloci con gli altri brani e i risultati sono stati così straordinari che ci siamo detti: perché no? Così, come per tutti gli altri brani nei quali compaiono, hanno davvero alzato il livello con il proprio contributo;
Giusto per riassumere, ripeterei quanto detto prima: questo disco è stato un vero lavoro di gruppo nel quale ogni musicista ha messo del suo in ogni brano. Il loro feeling, la loro cura, il loro impegno conferiscono al disco uno spirito vivo. A loro devo tutto il successo.
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