Big Harp George - Macallè Blues

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Macallè Blues
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Big Harp George


Big Harp George (foto: Peggy DeRose)

30 maggio 2018: da alcuni anni, il mondo dell'armonica blues ha visto l'ingresso di un singolare personaggio. Big Harp George (al secolo, George Bisharat) è nato in Kansas da madre americana e padre palestinese. Dopo aver conseguito una prima laurea in Antropologia, una seconda in Storia e una terza, con lode, in Giurisprudenza, si dedica all'esercizio della professione forense e, parallelamente, a quella di professore presso l'Hastings College of the Law di San Francisco, California. Da sempre amante del blues e cultore dell'armonica (in particolare, di quella cromatica) se, come George Bisharat, oltre a insegnare pubblica libri e collabora come editorialista al Wall Street Journal, New York Times e San Francisco Chronicle, come Big Harp George, a partire dal 2014, si propone come originale interprete dello strumento e autore di pregio. Legato stilisticamente alla scuola della West Coast, con due album solisti pubblicati e un terzo di prossima uscita, si candida ad essere una delle prossime definitive rivelazioni del genere.

Quella che segue, è la chiacchierata ad ampio spettro, concessa a Macallè Blues...


Macallè Blues: George, partiamo da alcune considerazioni preliminari su di te. Tu provieni da una famiglia musicale o la tua passione per il blues è nata, come spesso succede, quale fatto adolescenziale e accidentale?

Big Harp George: assolutamente sì! Vengo da una famiglia musicale. Entrambi i miei genitori erano amanti della musica, tant’è vero che si incontrarono nel negozio di musica e libri dove mia madre lavorava e dove mio padre capitò in cerca di un disco di Mozart. Ma, mentre mio padre era prevalentemente un patito della musica classica e del tango argentino, mia madre aveva, invece, gusti musicali più ampi tanto che, nella casa dove sono cresciuto, avevamo dischi di jazz, gospel, folk, country, blues e altri generi ancora. Però, devo dire che la mia esposizione al blues non avvenne tanto grazie alla mia famiglia, come fu per gli altri generi di musica folk.

In America, negli anni ‘50 e ‘60, il blues non godeva di una posizione centrale nell’ambito della musica popolare, tuttavia era sempre presente ai margini e solo occasionalmente (come accadde, per esempio, con B.B. King e la sua The Thrill is Gone, che raggiunse la prima posizione delle classifiche alla fine degli anni ‘60) acquisiva posizioni di rilievo e di vasta popolarità. Così, mi trovai esposto non propriamente al blues, quanto più a quella musica che, in qualche modo, si rifaceva al blues attraverso, per esempio, Beatles, Rolling Stones, Yardbirds e altri gruppi ancora nei quali l’armonica, anche se suonata in maniera non particolarmente magistrale, era spesso uno degli strumenti presenti. Mi sembrò, così, del tutto naturale intraprendere un percorso a ritroso, partendo dalla musica che ascoltavo e amavo, ripercorrendo la sua strada fino alle origini. A quel tempo, molti dei grandi come B.B. King, Albert King, Freddie King, Otis Rush, Junior Wells, James Cotton e altri ancora, erano ben vivi e vegeti. Così, verso l’inizio degli anni ‘70, mi calai a capo fitto nel blues e, da allora, non ho mai smesso di ascoltarlo e suonarlo. Verso la metà di quegli stessi anni, comunque, cominciai anche ad ascoltare jazz e, principalmente, la cosìddetta fusion: Weather Report, Miles Davis, Return to Forever, Al Di Meola, Mahavishnu Orchestra e tutto quel genere di gruppi e musicisti. Con loro, feci lo stesso percorso a ritroso già fatto precedentemente col blues e scoprìi Toots Thielemans, Stephane Grapelli, Bill Evans, Ron Carter, Charles Mingus e altri ancora. Alla fine, i miei gusti in fatto di blues e jazz cominciarono a delinearsi e convergere tanto che iniziai davvero ad ascoltare e a suonare, con un piacere che non avevo mai provato prima, jump e big band blues.

Negli ultimi sei o sette anni, ho avuto modo di fare diversi viaggi in Brasile e di essere esposto a molta della meravigliosa musica locale. Puoi ascoltare influenze di quella musica nel brano omonimo del mio ultimo disco, Wash My Horse In Champagne, così come ci sarà un’altra canzone nel mio nuovo disco, di prossima uscita, fortemente influenzata dal jazz brasiliano;
MB: sebbene tu sia un musicista blues stagionato, qualche lettore potrebbe pensare che tu sia invece un neofita considerato che hai inciso, fin qui, soltanto due dischi solisti. Ovviamente, non è così! Allora, per capire meglio chi sei, raccontaci qualcosa dei tuoi esordi come bluesman…
BHG: negli anni ‘60, vivevamo nell’area di Los Angeles quando, un giorno, mio fratello maggiore, che aveva partecipato a un raduno hippie in un parco in centro città, arrivò a casa con East-West di Paul Butterfield (Paul aveva suonato a quel raduno). Quella fu la mia prima esposizione al vero modo di suonare l’armonica che, contrariamente a quello di Bob Dylan, John Lennon o Brian Jones non era, invece, rudimentale.
Avevo dodici anni all’epoca e posso dire che fui forgiato da quel suono. Ma prima di ciò cominciai anche a cantare. All’età di dieci o undici anni, mi unii a una band, formata da compagni di scuola, che suonava standard da classifica. Dopo esserci trasferiti nel nord della California, ben presto presi in mano la mia prima armonica Marine Band e cominciai a imparare la versione di Paul Butterfield di The Work Song. Tutti ci provavano, ma credo che io mi ci applicai ben più di molti altri! Verso i diciassette anni, mi diplomai e cominciai a frequentare l’università di Davis dove, attraverso mia sorella maggiore, che già studiava là, incontrai un paio di ragazzi che suonavano prevalentemente blues acustico. Mi invitarono a unirmi a loro e, così, cominciammo a suonare nelle feste e nei bar attorno a Davis. In quel gruppo, io non cantavo; suonavo solo l’armonica. Poi, mi iscrissi a uno stage all’estero presso l’Università Americana di Beirut e, con mia grande sorpresa, scoprii là un gruppo di musicisti americani e arabi che suonavano blues e che erano appena rimasti senza il loro armonicista! Così, mi unì a loro e formammo The Bliss Street Blues Band (Bliss Street era la strada che costeggiava tutt’attorno l’università presso la quale eravamo studenti) avendo un modesto successo e tenendo concerti a Beirut. Registrammo pure una manciata di brani dal vivo in una radio di Beirut. Anche in quel gruppo, suonai principalmente l’armonica, ma mi capitò pure di cantare alcuni brani;
MB: prima dell’uscita del tuo esordio discografico come solista, hai avuto altre collaborazioni musicali o sei apparso nei dischi di qualcun altro? So, per esempio, che Otis Grand fu il primo a spingerti a registrare….
BHG: Otis è stato un membro originale della Bliss Street Blues Band. Dopo essere tornati da Beirut in California, io e Otis ci siamo sempre mantenuti in contatto. Nel 2000 o 2001, durante le registrazioni del suo disco Guitar Brothers con Joe Louis Walker, Otis è stato ospite a casa mia. In quell’occasione, mi invitò a registrare uno strumentale per quel disco, che decidemmo di intitolare proprio Bliss Street Blues; quella fu, in realtà, la mia prima registrazione in un disco americano. Successivamente, suonai l’armonica e cantai nel suo disco Hipster Blues, in un brano di Buddy Guy (Willie Dixon, ndr) intitolato Every Girl I See. Nel 2000, poi, ho anche suonato in un disco di Michael Robinson, un musicista di Oakland.
Certamente, nel corso dei tanti anni di attività, ho suonato con molta gente, in molti posti e in situazioni informali senza che tutto ciò fosse registrato;
MB: tu vivi in California, una regione geografica ben nota per gli armonicisti, alcuni dei quali sono stati dei veri e propri innovatori dello strumento: certamente, George “Harmonica” Smith è il primo che viene in mente ma, oltre a lui, possiamo citare William Clarke, Gary Smith, Mark Hummel, Rick Estrin, etc. Senti, anche tu, di appertenere a questa 'scuola californiana', se così possiamo chiamarla?
BHG: beh...tu hai nominato dei grandi musicisti, ma non sono così sicuro che ci sia molto che li unifichi stilisticamente (e, comunque, hai dimenticato di citare Kim Wilson che è fantastico!). Direi che, più che di 'scuola californiana', sarebbe corretto parlare di tradizione o scuola della West Coast, che parte da George Smith attraverso William Clarke, Rick Estrin, Paul deLay e me, ed è caratterizzata da un uso più creativo dell’armonica cromatica. George Smith, di certo, è stato il padrino di questa tradizione che ha contribuito a rendere più diffuso e popolare l’uso delle ottave sulla cromatica così come il fatto di suonare in prima posizione (posizione che quasi nessuno usa) e l’avventurarsi, sempre sulla cromatica, al di fuori dei più stretti confini del blues, sconfinando nei terreni del pop e nel jazz (un esempio, in questo senso, è il tema della vecchia serie TV Hawaiian Eye).
William Clarke ha sviluppato molto l’uso della cromatica in senso jazzistico, direi, come in The Boss, Moten’s Swing, etc. Rick Estrin pure è un superbo armonicista cromatico e sebbene, nei dischi, l’abbia sempre sentito suonare in terza posizione, a differenza di molti altri armonicisti cromatici, ha sempre fatto un uso molto libero del bottone suonando cose davvero belle. Il suo solo in Sure Seems Strange è, per me, uno dei pezzi più belli, tra quelli mai incisi e suonati in terza posizione. E poi c’è Paul DeLay....
MB: quel’è stato il musicista, se ce n’è stato uno, che ha definitivamente contribuito a farti prendere la decisione di suonare l’armonica?
BHG: dovrei dirti Paul Butterfield, considerato che è stato il primo armonicista di valore che ho ascoltato in vita mia. E, come ho già detto, fu la sua versione di The Work Song quella con la quale mi scontrai e sulla quale sudai nel tentativo di impararre a suonare l’armonica. Ma non passò molto tempo che conobbi, musicalmente, Sonny Boy Williamson II (Rice Miller, ndr) e, una volta ascoltato lui, ebbi la sensazione di aver fatto jackpot! Successivamente, cominciai ad ascoltare James Cotton, Junior Wells, Little Walter e tutti gli altri armonicisti di Chicago. Ironia della sorte, a quel tempo non ero un amante di Little Walter, contrariamente a molti altri armonicisti. Penso che il motivo fosse che, all’epoca, non consideravo la sua voce interessante al pari di quella di altri e io sono sempre stato molto sensibile alla voce umana. Questo è probabilmente il motivo per cui, invece, Otis Rush, sebbene non fosse un armonicista, è stato uno dei miei cinque musicisti blues preferiti di tutti i tempi! Il suo canto è spesso talmente torturato e intenso da risuonare in me come quello di nessun altro. Solo più tardi ho cominciato ad apprezzare il genio armonicistico di Little Walter e, oggi, anche la sua voce ha assunto, per me, un valore che allora non aveva;
MB: molti musicisti non sono professionisti nel vero senso della parola; non essendo così facile, soprattutto in un contesto di nicchia come quello del blues, vivere di musica, mantengono un impiego convenzionale. Anche tu, in questo senso, non sei mai stato un musicista professionista. La differenza, però, tra te e buona parte degli altri musicisti e che tu, per così dire, non hai proprio un lavoro comune: tu sei un avvocato e un insegnante universitario e credo che queste siano le ragioni principali che ti hanno tenuto, per buona parte della tua vita, lontano dal blues, professionalmente parlando. Non è certo facile incontrare un professore universitario che è anche un bluesman! La giurisprudenza deve essere stato un altro tuo grande interesse se hai scelto la vita accademica?   
BHG: ho amato la mia carriera di difensore pubblico – che è l’avvocato difensore destinato a tutte quelle persone che non possono permettersi di pagare un legale – così come i miei tanti anni trascorsi come professore di legge, cercando di formare e addestrare i futuri avvocati a lottare per la giustiza sociale.
Mio padre era palestinese e, per tramite suo, ho avuto modo di osservare le ingiustizie sofferte dal suo popolo. La ricerca legale e la pubblicazione, anche di editoriali per importanti giornali mi ha fornito la giusta piattaforma per condividere, con un pubblico ampio, la mia passione per la giustizia e per i diritti dei palestinesi. Per me, il blues è quell’espressione di forza e vitalità che è nata ed emersa da un mondo di ingiustizia e discriminazione. Non è una musica di resistenza, nel senso che non ha contribuito a mobilizzare le persone a combattere per perseguire un cambiamento sociale; piuttosto, è una musica di resistenza nella misura in cui afferma quello spirito indomito e quel rifiuto assoluto di permettere all’oppressione di drenare la nostra capacità di vivere bene, quali che siano le circostanze.

Penso al blues come a una 'musica di festa per oppressi'! Dunque, da questa prospettiva, i miei impegni musicali e professionali sono completamente allineati e coerenti;

MB: i tuoi studenti e i tuoi colleghi sono a conoscenza della tua natura musicale oppure, di questo aspetto, ne hai fatto un segreto? E, se ne sono a conoscenza, come hanno reagito a ciò?  

BHG: per me, l’essere insegnante comporta una sacra fiducia. Non ho mai voluto abusare o soltanto approfittare del mio potere sui miei studenti per nessuna finalità personale, incluso il pubblicizzare la mia musica. Inoltre, la mia musica esprime un preciso punto di vista che, a volte, contiene risvolti politici e io non voglio sfuttare la mia autorità all’interno dell’aula per zittire studenti che, magari, potrebbero essere in disaccordo con me.
Sebbene non abbia mai deliberatamente nascosto i miei interessi musicali, temo che molti dei miei tanti studenti avuti nel corso degli anni fossero ignari o noncuranti della cosa. In ogni caso, occasionalmente mi è capitato di formare band insieme a qualche studente e di esibirmi con loro in qualche evento organizzato all’interno del campus quindi, qualcuno di loro era anche a conoscenza della mia attività musicale. Per quanto potessero sapere, mi è parso che apprezzassero. Immagino che questo fatto abbia contribuito a rendermi più umano ai loro occhi. I miei colleghi, invece e soprattutto ora, sono ben coscienti di questo mio aspetto. A volte mi dicono, ridendo, che mi invidiano ma, principalmente, credo intendano dire che apprezzano il fatto che io abbia spezzato la traiettoria di una carriera professionale standard per fare qualcosa di completamente diverso e più divertente;
MB: torniamo un po’ al tuo strumento. Tu suoni sia l’armonica diatonica che la cromatica: questi strumenti, sebbene appartenenti alla stessa famiglia, hanno due differenti nature, sonorità e possibilità tecnico-espressive. Detto ciò, tu sei maggiormente concentrato sulla più sofisticata armonica cromatica, proprio come George Smith o William Clarke: che cosa ti ha spinto verso la cromatica?

Big Harp George (foto: Peggy DeRose)
BHG: come la maggior parte degli armonicisti, ho cominciato suonando la diatonica che è stato il mio strumento d’elezione per molti e molti anni. Ma, proprio come molti altri armonicisti blues, ho cominciato a suonare la cromatica non molto tempo dopo aver preso in mano la diatonica e ho continuato a suonarla come occasionale alternativa alla diatonica per un bel po’. E’ stato necessario ascoltare Paul deLay per convincermi che l’armonica cromatica aveva un vasto potenziale espressivo ancora inesplorato nel mondo del blues. Così, dopo aver conosciuto la musica di Paul (era la fine degli anni ‘90), ho cominciato a concentrarmi sempre più sulla cromatica. Tanto che, più la suonavo, più mi piaceva. E il motivo per cui mi piaceva era che cominciavo a sentire la mia propria, peculiare voce strumentale emergere e manifestarsi. Cominciavo a suonare come nessun altro - non Paul, non altri – e tutto ciò era davvero esaltante. Ed è stato lì che ho cominciato a pensare che ciò che suonavo fosse meritevole di essere registrato. Voglio dire, perchè suonare e registrare un’altra cover di Little Walter, non importa quanto ben eseguita? E’ stato necessario un bel po’ di serio lavoro per diversi anni prima che mi sentissi pronto per uscire pubblicamente allo scoperto ma, quando mi decisi a farlo, soprattutto la reazione degli altri musicisti, fu molto incoraggiante. E’ stato come se un po’ di gente fosse rimasta, consciamente o inconsciamente, a lungo in attesa di qualcosa di nuovo per l’armonica e, quando hanno ascoltato ciò che stavo facendo, qualcosa è scoccato in loro. La loro reazione – e sto parlando di alcuni tra i migliori musicisti del settore – mi convinse che non ero pazzo e che suonare l’armonica cromatica potesse davvero funzionare;
MB: una caratteristica del tuo stile è che hai un modo di suonare rilassato ed elegante e un fraseggio agile e jazzistico; non hai la tendenza a strafare e lasci che la musica abbia il suo giusto respiro….
BHG: il tuo è un bel complimento, non c’è dubbio, ma ti direi questo: ho ascoltato armonicisti per più di cinquant’anni e, ormai, ci vuole davvero molto per impressionarmi, tanto che il mio orecchio è sempre alla desiderosa ricerca di innovazione e freschezza. E, mentre adoro ascoltare suonare l’armonica e spesso trovo interessante certa musica per armonica per ragioni che potrebbero anche non essere evidenti a un ascoltatore che non sia armonicista, sono ben conscio del fatto che l’armonica possa anche diventare uno strumento monotono. A volte suona monotona pure a me! Quindi mi sforzo seriamente per dare varietà sia alla mia musica che al mio modo di suonare. Preferisco sempre che l’ascoltatore resti deluso per l’eventuale brevità di un mio assolo piuttosto che non veda l’ora che finisca. Senza considerare che io stesso sono un amante dei grandi ensemble e del suono collettivo più che della virtuosità strumentale individuale. Nella sua migliore espressione, la musica è come una conversazione tra strumentisti e non il monologo di uno solo di loro. E questo interscambio tra musicisti può dare grandi frutti e raggiungere alte vette quando tutto va bene. Comunque, io non considero me stesso un armonicista, ma un musicista blues. L’armonica è il mezzo per raggiungere un fine; non un fine in sè e per sè. Questo è il principio che cerco di tenere a mente, così mi domando sempre: di cosa ha bisogno questa musica? Che cosa richiede questa canzone? Questo pezzo necessita dell’armonica oppure no? Forse, la chitarra o i fiati potrebbero essere strumenti più confacenti a questo specifico brano? Se è necessaria l’armonica, meglio la cromatica o la diatonica? Suonata in acustico o amplificata? In prima, seconda o terza posizione? La “posizione”, per i non armonicisti, è un’impostazione che deriva dalla tradizione dell’armonica diatonica e comporta una stretta relazione tra l’armonica che si usa e il brano suonato. Ovviamente, si suona sempre nella tonalità della specifica canzone, ma non necessariamente con l’armonica accordata in quella stessa tonalità. Ogni posizione è caratterizzata da note e pattern che la distinguono e che conferiscono, a ogni specifica posizione, un diverso feel! Porsi queste domande e darsi le giuste risposte è tanto importante quanto il cosa si suona in una canzone;

Big Harp George (foto: Peggy DeRose)
MB: nel tuo precedente disco, hai dedicato una canzone proprio al grande e prematuramente scomparso Paul DeLay, che è stato tanto un armonicista innovativo quanto un sagace cantautore, sebbene molto sottovalutato da questi punti di vista. E aggiungiamo pure che è stato anche un intenso cantante. Immagino proprio che Paul possa essere stata una grande ispirazione per te…
BHG: moltissimo, assolutamente! E tu hai perfettamente ragione nel dire che non è stato soltanto un grande armonicista, ma anche un grande autore e intrattenitore. Primo: Paul deLay ha spinto l’armonica cromatica anni luce avanti rispetto a quanto avesse mai fatto qualsiasi altro armonicista blues. Suonava in prima, seconda, terza e undicesima posizione, quando praticamente tutti gli altri hanno suonato e suonano esclusivamente in terza posizione. Musicalmente, era molto audace. Suonava cose che non avrebbero potuto funzionare nella comune logica musicale ma che, in realtà, risultavano incredibilmente crude ed espressive. Ed era tremendamente onesto, sia come autore che come cantante. Non ha mai provato a somigliare nessun altro (beh...ok, a parte quel brano dove impersonifica Howlin’ Wolf molto bene!) ed era perfettamente naturale nel modo in cui manifestava la propria voce. I suoi testi erano spesso ironici, ma anche molto rivelatori e, a volte, fragili, ma venivano dritti dal cuore.
E’ stato, senza mezzi termini, magnifico. Già solo come armonicista, lo considero come il più innovativo e creativo dai tempi di Little Walter;
MB: sebbene il tuo modo di suonare sia diverso da quello di Paul, ci sono somiglianze tra voi: entrambi suonate principalmente la cromatica ed entrambi siete validi autori con un occhio ben aperto sulla realtà e un acuto senso dell’umorismo….
BHG: questo è, per me, un paragone schiacciante. Direi che Paul ha suonato la cromatica nel 35% delle sue registrazioni e la diatonica nella rimanenza (ho fatto questo calcolo sulla base di un elenco, postato su Facebook, contenente, in relazione a ogni sua registrazione ufficiale, l’indicazione del tipo di armonica e della posizione utilizzate). Io, invece, suono la cromatica praticamente nel 90% dei casi. E, volendo approfondire ulteriormente il discorso su Paul come cantautore, posso dirti che ho apprezzato la sua propensione a rifiutare la tradizione. Così, per fare un esempio, c’è un infelice filone, nell’ambito della scrittura blues, che celebra o che si vanta della violenza contro le donne. Non faccio nomi, nè indico alcuna canzone specificatamente, anche se immagino che, probabilmente, molti amanti del blues non avranno difficoltà a capire di cosa sto parlando. Bene; Paul non aveva paura di prendere le distanze dall’immagine stereotipata del “duro” che così tanti bluesmen del passato hanno contribuito a diffondere. Al contrario, era capace di prendersi gioco di sé stesso, ammettere i propri fallimenti e le proprie colpe, così come cantare del desiderio per una donna davvero troppo bella per innamorarsi di un uomo sovrappeso come lui. In altre parole, era senza finzione, senza sbruffoneria: solo sé stesso. Questo è un grande esempio per ogni autore: essere capaci di scrivere sulla base della propria esperienza ed essere sé stessi. Una cosa, invece, che sono io e che non era Paul, almeno per quanto mi pare di poter dire, è che io sono, in una certa misura, un autore politico. Conseguentemente, le mie canzoni non riguardano solo aspetti intimi e personali, ma anche aspetti sociali e politici legati ai tempi nostri. Non credo di essere l’unico musicista blues, oggi, ad aver intrapreso questa direzione, ma penso veramente che la strada per tornare a dare rilevanza al blues sia, in parte, quella di considerare gli aspetti della vita nel mondo contemporaneo e non quella di cantare di campi di cotone, muli, stalle. Cose queste che nessuno di noi ha mai visto o sperimentato;
MB: mi pare che la tua crescita come autore sia stata significativa e il tuo secondo cd ne dà la chiara evidenza, considerato che ci sono molte canzoni originali….
BHG: quando cominciai a registrare, un po’ di anni or sono, non avrei mai immaginato che lo scrivere canzoni si sarebbe trasformato in quel piacere che effettivamente è, per me, oggi. Il mio primo album, Chromaticism, conteneva sei cover e sei brani originali; ma, i brani originali erano piuttosto semplici, sia dal punto di vista musicale che lirico. Nel momento in cui mi stavo accingendo a registrare il secondo disco, Wash My Horse In Champagne, ero alla ricerca di materiale, ascoltavo molto e, conseguentemente, non ero così concentrato sullo scrivere canzoni mie. Ma qualcosa in tutti quegli ascolti e il fatto di aver a disposizione del tempo per focalizzarmi sulla musica è come se avesse liberato il genio creativo che era in me e le canzoni hanno cominciato a fuoriuscire in quantità. E’ stato tutto così strano! Mi sono svegliato, una notte, con idee per tre nuove canzoni che mi ronzavano nella testa e quando mi alzai, la mattina dopo, le scrissi. Certo non erano fatte e finite, necessitavano di essere perfezionate e limate, ma erano fondamentalmente fatte. Ne scrissi altre due, durante un volo, e una terza mentre ero all’aereoporto. Come la data delle registrazioni si avvicinava, la mia ispirazione a scrivere aumentava e, nella mia testa, le canzoni miglioravano e si diversificavano tanto che, a un certo punto, i musicisti coi quali avrei registrato mi pregarono di smettere di scrivere nuove canzoni perchè non riuscivano più a starmi dietro! Oggi, sono giunto al punto di divertirmi molto nello scrivere e nell'interpretare le mie canzoni. Partire con il nucleo di un’idea e seguirne lo sviluppo fino a portarla al punto di renderla pienamente fruibile e compiuta, come quando si arriva a registrarla, è qualcosa di magico. Infatti, questo è diventato il punto focale della mia musica. Mi sento a mio agio quando presento le canzoni al pubblico perchè ho davvero qualcosa da dire in merito. Le canto con convinzione e mi sento libero di modificarle quando evolvono naturalmente nel tempo (e nessuna buona canzone è totalmente statica!). Mi pare di riuscire a dire qualcosa di significativo attraverso la musica e mi auguro che questo qualcosa possa restare anche dopo l’ascolto o la performance;
MB: entrambi  i tuoi dischi hanno visto la partecipazione di alcuni tra i migliori musicisti californiani contemporanei e sono stati registrati nello studio di uno dei più talentosi musicisti contemporanei, nonché ingegnere del suono: Chris “The Kid” Andersen. Che ne pensi di questi primi due dischi? Pensi che ti rappresentino adeguatamente, sia come stile che come suono?
BHG: resto molto affezionato e orgoglioso dei miei primi due dischi che, ritengo, rappresentino bene il mio sviluppo artistico raggiunto al momento in cui li ho registrati. Ma, da allora, sono andato oltre.
Hai citato Kid Andersen. Kid è un musicista incredibile e un meraviglioso essere umano: lo adoro! Il suo contributo è stato assolutamente essenziale per il successo dei miei dischi. Se qualcono pensa che, oggi, ci possa essere uno studio di registrazione migliore rispetto a Greaseland (lo studio di Kid Andersen - ndr), forse è il caso che ci ripensi! Ugualmente importante, per queste registrazioni, è stato il mio tastierista e produttore, Chris Burns. E’ incredibile come in Kid e Chris ci siano così tanta saggezza musicale e criterio. Senza il loro supporto, non avrei mai potuto realizzare queste registrazioni, se non altro, a questi livelli;
MB: nei tuoi dischi troviamo alcuni importanti ospiti come Little Charlie Baty e Rusty Zinn; entrambi chitarristi con una grande esperienza nell’accompagnare armonicisti….
BHG: assolutamente! Rusty ha suonato nel mio primo disco e Charlie ha dato un contributo a tutti e tre i miei dischi, compreso il nuovo, di prossima uscita, intitolato Uptown Cool. Sono entrambi abili ed empatici musicisti, intendendo dire, con ciò, che ascoltano attentamente e generano istantaneamente idee complementari a ciò che canto o suono all’armonica. Ho chiamato Charlie ogni volta, per via della sua creatività unica e del suo suono così jazzy che apprezzo tantissimo;
MB: a questo punto parliamo del tuo nuovo cd che, come dicevi prima, è di imminente uscita: ci puoi anticipare qualcosa? Ci dobbiamo aspettare qualcosa di diverso o di speciale rispetto ai due precedenti?
BHG: Uptown Cool (che è, appunto, il titolo del disco nuovo, nonché di uno dei brani in esso contenuti) è il mio miglior lavoro in assoluto. Consiste di dodici brani originali, tutti registrati con una sezione fiati, i cui testi spaziano, a livello tematico, dai rapporti di coppia in tempi di Internet, fino ai costi umani dell'uso delle tecnologie e dei loro effetti disturbanti. Uscirà ufficialmente il prossimo 16 luglio e ho grandi speranze nel fatto che sarà molto ben accolto dal mondo del blues. Le atmosfere delle canzoni e i ritmi di cui è pervaso sono molto diversificati. Ci sono un paio di importanti strumentali e l’apporto della band è davvero straordinario. Sono molto elettrizzato per questa uscita e sono certo che ti piacerà!

da sinistra: Igor Prado, Chris "The Kid" Andersen, Big Harp George, Yuri Prado, Rodrigo Mantovani, Jim Pugh (foto: John Reilly)
 
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