Bob Dylan - Tarantula - Macallè Blues

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Bob Dylan

Tarantula

Feltrinelli Edizioni - collana Universale Economica - 2016

Il preambolo
Confesso! Nei confronti di Bob Dylan ho sempre nutrito una qual certa idiosincrasia. Se, come cantautore, mi sarebbe stato impossibile non apprezzarne le indubbie doti e, conseguentemente, le canzoni avvertendone, in tal senso, la grandezza e l’importanza, anche rivoluzionaria, della sua parabola artistica, non ho mai amato la sua voce né il suo modo cantilenante di cantare e sono sempre stato infastidito da quell’aura mi(s)tica nella quale, da sempre, si ritrova circonfuso. Reazioni controverse per un artista controverso. E lui, controverso, lo è stato fin dal nome: d’arte.
Nato Robert Zimmerman, ritenendo forse il proprio cognome naturale ben più confacente a una fabbrica di pianoforti che non a un cantautore con aspirazioni poetiche, si ribattezza presto (era il 1961) Dylan, in onore del poeta inglese Dylan Thomas. Non è ben chiaro chi dei due avrebbe dovuto sentirsi onorato da questa scelta pur considerato che il secondo, per insindacabile volere del destino, non era più in grado di sentirsi tale, e nemmeno altrimenti, già dal 1953. E, dunque: onore o primo vagito di autocelebrante presunzione? Mah?!? Un po’ come se io, nel presumermi abile a verseggiare, decidessi, ovviamente in onore del già defunto Eugenio, di assumere il nome d’arte di Giovanni Montale e ambissi, magari, anche alla conquista del Nobel. Pur arrovellandomi con impegno nell’esegesi di una tal problematica questione, continuo a non trovare particolari affinità tra Dylan Thomas e Dylan (Bob) ma, del resto, neppure tra Montale e me, dunque azzeriamo i conti e ripartiamo dal via!

Sulla genesi, controversa e travagliata, di Tarantula
Controversa e travagliata, appunto! Siamo nei primi anni ‘60. Dylan (Bob) è appena arrivato al Greenwich Village, New York, e già si fantastica su un suo possibile esordio letterario; fantasia, invero, alimentata dallo stesso Dylan che, nel ‘63, durante un’intervista radiofonica dichiara: “...adesso sto scrivendo un libro...un’autobiografia.”. In realtà, quell’autobiografia non è stata scritta né pubblicata allora (casomai quarant’anni dopo col titolo di Chronicles Volume 1). Tuttavia quell’affermazione gettò le prime fondamenta dell’idea di un Dylan autore, non soltanto di canzoni. Successivamente, Dylan incontra alcuni degli scrittori culto dell’epoca come Lawrence Ferlinghetti e Allen Ginsberg coi quali discute della possibilità di pubblicare qualcosa di suo per la stessa casa editrice per la quale pubblicava quest’ultimo. Quindi, si fa avanti pure il manager di Dylan il quale, sua sponte, prende contatti con l’editore MacMillan a cui propone di pubblicare le prose del cantante. Ancora nell’estate del ‘65 è di nuovo Dylan a rivelare che il titolo del suo libro sarà Tarantula. Nello stesso periodo, annuncerà anche l’imminente uscita del libro aggiungendo alcuni particolari relativi al suo contenuto: sarà un libro di parole – dice – basato sulla tecnica del cut-up già sperimentata da Burroughs. Ma è esattamente un anno dopo, nel luglio del ‘66 che, vicino Woodstock, Dylan sarà vittima di quell’incidente motociclistico che, a causa delle numerose lesioni, lo costringerà a ritirarsi temporaneamente dai suoi progetti, libro incluso, anche perché, rileggendone le prime bozze, rimane imbarazzato e fin infastidito dal globale nonsense dell’opera, tanto da decidere di non volerne far più nulla.
Tuttavia, le voci ricorrenti, il detto e non detto, l’alone di mistero, l’infittirsi delle nebbie al riguardo, l’iniziativa del manager, i ripensamenti dell’autore non facevano altro che generare aspettative. Ormai erano in molti ad attendersi un esordio letterario di Dylan: giornalisti ed editori che avrebbero gradito specularci a vario titolo sopra; scribi di professione che attendevano, forse pure con maligna impazienza, di verificare se un de-letterato canzonettaro come Dylan fosse capace di scrivere altro di alto e meritasse davvero tutte le attenzioni del mondo letterario nonché di ambire a un posticino sul loro stesso Olimpo. L’attesa era talmente all’apice che, sul finire dei ‘60, si ruppero gli argini e iniziarono a circolare copie clandestine del testo (alcune raggiunsero pure la lontana Inghilterra), ciclostilate e vendute a prezzi proibitivi. Tarantula, venne pubblicato poi, ufficialmente e finalmente, nel 1971.

Cos’è, cosa non è e com’è fatto Tarantula
Nel 1963 usciva Freewheelin’, secondo disco e primo capolavoro di Dylan. Sul retro dello stesso, nelle più che abbondanti note di copertina firmate dal sommo Nat Hentoff, veniva citata un’affermazione del cantate che, successivamente, contribuì non poco a confondere le acque in merito alla collocazione letteraria di Tarantula. L’affermazione suonava pressappoco così: “Chiamo canzone tutto ciò che posso cantare; poesia, tutto ciò che non posso cantare e romanzo, ciò che non posso cantare o è troppo lungo per essere poesia”. Bene. Anche per colpa di Dylan e di questa sua abitudine a prendersi gioco verbalmente – e non senza malcelati sogghigni – del codazzo di giornalisti e curiosi che, ben presto, cominciarono ad assieparglisi attorno, Tarantula venne spesso bellamente confinato nel recinto dei romanzi. In realtà, romanzo non è e neppure poesia, malgrado la presenza costante di parti in versi. Se si vuole, la sua definizione è, piuttosto, ben meglio sintetizzata dal termine “prosimetro”: ciò a dire, prosa e poesia.
Suddiviso in quarantasette capitoli di varia lunghezza, ognuno composto da una prima parte in prosa poetica e da una seconda, epistola in verso libero, l’opera trova nel ritmo, nelle assonanze, nei giochi di parole, nei simboli e nel continuo scardinare le regole sintattiche, grammaticali e di senso compiuto (maiuscole e punteggiatura sono pressoché bandite) la propria cifra identificativa. In questo libro, le parole accadono; e assumono, così, il tono di un vaneggiante, convulso soliloquio interiore in forma di libero flusso di coscienza negandosi, nella loro peculiare modalità espressiva, alla più semplice e diretta comprensione razionale. Sono parole mescolate, scombinate ed estratte alla cieca dal cilindro di un mago o del "cappellaio matto". Inutile cercarvi un senso, una trama o – peggio – una logica.
Malgrado la sua globale caoticità e la vertigine dell’inintelliggibile derivante, Tarantula ha, comunque, una sua minimale architettura, all’interno della quale possono essere identificate alcune figure e temi ricorrenti. I capitoli iniziale e finale, che paiono fungere da delimitazione all’intero testo, sono pervasi da aretha, figura che, con poca fatica e probabile ragione, si può associare alla ben nota cantante Aretha Franklin qui presente come figura alata, angelica, quasi una musa ispiratrice. Verosimilmente contrapposta ad aretha è maria, latina, sensuale, femmina pulsante. Esistono, poi, alcuni centri tematici: la musica (si citano Petey Wheatstraw, Bo Diddley, Pete Seeger e si rielabora in assonanze il classico Black Betty), il Vietnam, l’America, i miti culturali e letterari (esempio, Scott Fitzerald). Ciò che è confinato in queste poche, chiare delimitazioni è lasciato al libero arbitrio della fruizione e, se ci si riesce, dell’interpretazione o, meglio sarebbe dire, delle interpretazioni.
Il modo migliore per leggere Tarantula è, forse, quello di ascoltarlo; nella lingua originale, date le innumerevoli onomatopee, spiritosaggini verbali, neologismi. Ma l’opera di scasso di grammatica, sintassi e punteggiatura ne fanno una critica, un affronto alla scrittura stessa che – ennesima contraddizione – può manifestarsi soltanto attraverso l’atto compiuto dello scrivere. Da qui, la necessità per il lettore di attivare, ad un tempo, udito e vista dimenticando, per il momento della lettura, raziocinio e volontà di ricavare dal testo un senso, una logica riconoscibili. Al contrario, occorre affrontarne la lettura come se si avesse di fronte un codice esoterico, come se si entrasse in un labirinto dal quale, difficilmente, si troverebbe la giusta uscita se non, forse, elevandosi in volo emancipandosi dai muri che lo circoscrivono, osservandone dall’alto e cogliendolo nella sua pienezza, lo svolgimento serpiginoso.

Sulla presente edizione
Quest’edizione, ristampata in occasione del Nobel assegnatogli, è estremamente ricca e curata e offre, oltre alla possibilità della doppia lettura del testo (lingua originale e traduzione proposta a fronte), un’ottima appendice esplicativa dalla quale potrebbe essere utile partire per avere a disposizione una iniziale, piccola bussola d’orientamento prima di affrontare questo bosco stregato e la sua fitta vegetazione.
A proposito della traduzione, occorre osservare che un testo come Tarantula si oppone, per le infinite ragioni pratiche prima accennate, all’essere trasposto in lingue differenti da quella d’origine. L’opera eversiva messa in atto da Dylan nei confronti delle regole dello scrivere, l’assenza di punteggiatura, i giochi di parole, le assonanze, l’uso dello slang non facilitano certo il lavoro del traduttore. Ne consegue che, il modo migliore per affrontare il testo sarebbe quello di leggerlo in inglese. Un plauso va, dunque, all’edizione Feltrinelli che, a differenza di altre, mantiene sulla pagina il testo originale. Un secondo plauso è destinato all’apprezzabile opera di traduzione. Di fronte a un testo del genere e ben più che con altri, infatti, va operata una netta scelta di campo: traduzione letterale o interpretazione. Esclusa, qui, la prima, che sarebbe stata anche una scelta di comodo che poco avrebbe offerto al lettore, la seconda ha spalancato, ben presto però, le finestre sulla sua implicita laboriosità. L’interpretazione e, conseguentemente, la traduzione di un’espressione gergale, di un neologismo, di un gioco di parole può essere solo una delle tante che, dunque, esclude tutte le altre. Qui, le scelte interpretative, e quindi le esclusioni, non sono mai arbitrarie, ma motivate, ragionate, intese a ottenere una traduzione il più possibile coerentemente collocata, che salvaguardi suono e senso.

Epilogo: capolavoro o divertissement
A Montale (Giovanni) non verrà mai assegnato il Nobel per la letteratura; a Dylan (Bob), sì.
Nulla da eccepire in merito ma, come poteva essere facile immaginare, la scelta del comitato norvegese ha saputo suscitare molte reazioni veementi, molto scandalo e spremere tanto freddo sudore dalla fronte dei molti benpensanti, sempre in vigile circolazione. Ma io, malpensante, non mi stupisco né mi accaloro e, meno che mai, mi scandalizzo per l’accaduto. Casomai, mi scandalizzo per il ritardo con cui è accaduto; soprattutto dopo aver letto la motivazione di assegnazione del premio stesso che, così recita: «…per aver creato nuove poetiche espressioni all’interno della tradizione della grande canzone americana». Ecco, forse, la vera parola chiave: “canzone”! Io rientro convintamente nella schiera di coloro i quali ritengono che la forma canzone abbia una propria dignità letteraria e che, un cantautore, possa tranquillamente essere insignito di una tale onorificenza senza che, con buona pace dei benpensanti, i membri del comitato corrano il rischio di peccare in vituperio. Ma, al di là di ciò che io penso, cito l’accaduto per sottolineare quel fatto che può contribuire a meglio inquadrare anche il giudizio su questo libro: come più che opportunamente riportato nelle motivazioni del Nobel, il regno di Dylan è proprio quello della canzone o, se vogliamo, della letteratura in forma canzone. La pur enorme cifra artistica del menestrello di Duluth, lì si è manifestata; non altrove. Si intenda come si vuole e meglio si crede l’affermazione ma, il premio non gli è stato assegnato, certo, per questo libro o per quanto d’altro da lui scritto, esuli dal perimetro espressivo della canzone.
Non so dire se, con Tarantula, Dylan ci abbia presi in giro o ci abbia regalato un, ancora oggi, poco compreso capolavoro. L’interrogativo resta. Le fattezze del libro fanno sì che possano essere davvero tante le sue chiavi di lettura che, una volta introdotte nella serratura, ci illudano di spalancare la porta verso il suo vero significato e verso il suo vero valore piuttosto che in direzioni ignote. Tante, queste chiavi, quante possono essere, invero, le sue traduzioni. Probabilmente nessuna di loro aprirebbe definitivamente quella porta e forse perché, malgrado la nostra cocciuta ostinazione nel crederlo, quella porta non è mai stata chiusa a chiave, ma lasciata liberamente apribile da chi avesse osato la semplicità infantile dell’istintivo, primordiale gesto del metter mano alla maniglia. Tarantula non è un libro scritto per essere capito; piuttosto, per essere fruito. E, probabilmente, va inteso e collocato storicamente come costola, come parte integrante i dischi dylaniani dell’epoca.
Quasi cinquant’anni dopo, dunque, a Dylan (Bob) verrà assegnato quel Nobel che neppure si presenterà a ritirare, incaricando Patti Smith di farlo in sua vece. Pressappoco negli stessi anni (1964) in cui veniva concepito Tarantula, Jean Paul Sartre veniva insignito di quello stesso Nobel, ma non mandò Simone de Beauvoir a ritirarlo. Con ben altra coerenza, semplicità e buongusto, lo rifiutò!  Cala, allora, anche su questo premio l’ombra di un ultimo vezzo, dell’ennesimo aspetto controverso ed enigmatico di un personaggio e delle mille domande che, insieme a parte della sua opera, si porta appresso.
Molte delle risposte che si van cercando a queste domande, my friend, non restano altro che blowing in the wind!

Giovanni Robino        


 
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