Enzo Avitabile Music Life - Macallè Blues

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ENZO AVITABILE MUSIC LIFE
un film di Jonathan Demme
01 Distribution - 2014

Mi piace l’idea di parlare di questo film perché mi piace l’idea di poter parlare di Enzo Avitabile; e mi piace farlo con l’inatteso, singolare, tramite del regista Jonathan Demme.
Avitabile è sensibile, ricettivo, musicista napoletano: di lui, i più ricorderanno le collaborazioni, prima fra tutte quella con Pino Daniele, ma anche con altri artisti italiani (Giorgia, per esempio) e internazionali (Tina Turner, Richie Havens, Afrika Bambaataa, James Brown, Randy Crawford, etc.). Demme è poliedrico regista americano: alterna lavori dall’ampio, netto, respiro “hollywoodiano” (Qualcosa di Travolgente, Il Silenzio degli Innocenti, Philadelphia, The Manchurian Candidate, etc.), a opere di minor impatto cinematografico, ma ben più impegnate, magari dedicate a cause specifiche e a specifiche minoranze (apartheid, afroamericani, culture minoritarie). A fare da sfondo, in questo documentario, Napoli e il suo mare; un mare che, qualsiasi sia il nome che prende, è sempre idealmente e ovunque Mar Mediterraneo. Un mare che, oggi racconta, declinando spesso in tono di funebre cronaca, le drammatiche vicende dei migranti, ma da sempre è vettore di culture e viatico di contaminazioni. Di fronte a questo mare, l’artista Avitabile riceve, sa farsi utero; raccoglie le voci e le mescola con la voce che gli è propria, originandone una nuova.
L’incontro fortuito tra Avitabile e Demme – si narra che Demme ascoltò per la prima volta Avitabile grazie a una stazione radio che trasmetteva la sua musica mentre il regista transitava in auto sul George Washington Bridge – è l’incontro tra chi, pur proveniente da mondi lontani, abbraccia la medesima sensibilità verso il minore, quale che sia, dei fratelli. E allora il documentario armonizza la tradizione popolare locale alla cui rivisitazione, da anni, Avitabile è dedito con le altre voci che, di volta in volta possono essere quelle della Sardegna come del Messico, del Kurdistan o della Palestina: culture che non soggiacciono alla dominante anglofonia, ma che parlano una lingua che si vuole minoritaria, sottaciuta, ma forte del suo resistere millenario. Così, la personale melodia di Avitabile diventa partitura collettiva, armonizzata e suonata da quello che si vuole sia il Sud del mondo. La continuità del racconto viene a tratti interrotta dai frammenti di ricordi di Avitabile immerso, ragazzino, nella sua cantina, tra gli amici d’infanzia o di ritorno a spasso tra i muri del conservatorio di San Pietro a Majella, quasi a voler dichiarare il percorso esistenziale che giustifica il punto di approdo attuale. E in tutto ciò, l’occhio di Demme pare, a un tempo, curioso e rispettoso: indagatore, ma col fanciullesco spirito della sorprendente scoperta.  G.R.        


 
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