Fabrizio Poggi - Macallè Blues

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Le interviste...
Macallè Blues
incontra Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi (foto: Riccardo Piccirillo)

Armonicista, cantante, autore, divulgatore, già leader dei Chicken Mambo nonché cultore dell'armonica e della musica popolare in genere, Fabrizio Poggi incontra Macallè Blues per parlare diffusamente di Texas Blues Voices, il suo ventesimo, bellissimo, ultimo disco.


Macallè Blues: il tuo ultimo disco è, come recita il titolo, palesemente dedicato al Texas; stato che, malgrado si sia sempre più propensi a intestardirsi su Chicago quale patria del blues, tanto ha dato storicamente a questa musica esprimendo molti dei suoi più illustri e originali rappresentanti: da Blind Lemon Jefferson a Lightnin Hopkins, da Juke Boy Bonner a Freddie King, Albert Collins e Johnny Copeland, fino ai contemporanei Johnny Winter, Stevie Ray Vaughan, Chris Duarte. E allora, per cominciare, raccontaci un po’ com’è nata l’idea di dedicare un intero disco proprio al Texas. E’ un posto col quale hai un rapporto privilegiato?

FP: Erano parecchi anni che desideravo celebrare le grandi voci del blues texano di ieri e di oggi. Come giustamente tu dici, il Texas ha dato parecchio al blues (qualche studioso sostiene persino sia nato lì!) con musicisti che sono ormai entrati nella leggenda, Blind Willie Johnson sopra a tutti visto che, da qualche anno, viaggia anche nello spazio sul Voyager alla ricerca di nuovi mondi. E poi in Texas, al di là degli stereotipi e dei luoghi comuni, il blues è davvero nell’aria. Sarà una coincidenza o forse un segno del destino ma Robert Johnson ha registrato le sue 29 canzoni proprio in Texas. Il blues è sempre stato un perno importante nell’impianto musicale e culturale del Texas. Persino nel country texano ci sono importanti influenze blues: lo stesso Willie Nelson, straordinaria icona del genere, ha dichiarato più volte che alla base della sua musica c’è sicuramente il blues. Da tantissimo faccio tour in Texas quasi ogni anno e lì ho registrato il mio unico disco live; con molti dei musicisti che appaiono in questo progetto avevo, sì, suonato live ma mai registrato dal vivo. Ho pensato che quindi fosse arrivato il momento.

MB: E perché dedicare questo disco proprio alle “voci” del Texas? Oltretutto, alcuni degli ospiti presenti, tipo Mike Zito o Guy Forsyth, pur ben dotati vocalmente, non sono principalmente noti per essere dei cantanti?

FP: All’inizio non pensavo veramente di dedicare il disco alle voci texane, diciamo che l’idea mi è venuta strada facendo mano a mano che i brani venivano registrati nei due giorni di sessione. E’ stato allora che mi sono accorto che in qualche modo stavo “celebrando” le grandi voci del blues texano di ieri e di oggi, ma in senso lato, più esteso e quindi non solo vocale, ma pensando alla chitarra, all’armonica e agli altri strumenti come estensione spirituale dell’anima blues, della voce blues. Concetto peraltro ben espresso nel blues sin dalle sue antiche origini.
MB: Con quale criterio, se ce n’è stato uno in particolare, hai scelto gli artisti ai quali chiedere di partecipare alla realizzazione del disco?
FP: Non c’era un vero e proprio piano di lavoro. C’era un terreno comune che mi legava a tutti questi musicisti fatto di anni di jam session e concerti sui palchi Texani e d’America. Un terreno comune creato dallo spirito del blues che, oltreoceano, è molto forte e affratella tutti coloro che hanno una passione bruciante per questo genere musicale. Il resto è la magia del blues, il suo miracolo che a volte si compie e anche stavolta, come tante altre volte, ne sono stato testimone diretto.
MB: E qual è stato, invece, il criterio che ti ha portato alla scelta dei brani che compongono Texas Blues Voices?
FP: La  genesi di ogni canzone la racconto credo in maniera piuttosto esauriente nel libretto allegato al cd. Un libretto davvero ben curato grazie a Juri Meneghin e Davide Miglio che hanno fatto si che quelle trenta e passa pagine diventassero parte integrante di questo progetto. Pagine che consiglio di leggere, per apprezzare ancora di più ogni traccia. Per questo nel mio sito c'è la traduzione in italiano di tutto ciò che ho scritto nel booklet in una pagina appositamente dedicata.
Quindi non voglio rovinare il piacere di conoscere in maniera dettagliata tutte le storie e i personaggi che stanno dietro alla genesi di questo album. Una cosa però la posso fare e cioè approfittare di questo tuo prezioso spazio per ringraziare l’Appaloosa Records, il mio brother Donnie Price e Angelina, la mia compagna, per aver creduto, fin dall’inizio e come sempre, in questo progetto.
MB: Altro aspetto singolare del disco è il fatto che tu abbia deciso di comparire solo in veste di armonicista. Scelta sicuramente consequenziale alla genesi del disco stesso, ma che mi pare assuma anche un certo significato simbolico: è come se tu avessi messo la tua armonica al servizio di questi artisti, animato da uno spirito celebrativo e, in qualche modo, riconoscente, omaggiante oserei dire: è così?
FP: Le esperienze di questi anni con Guy Davis ed Eric Bibb mi hanno fatto apprezzare maggiormente l’armonicista che vive dentro di me. Soprattutto, mi hanno insegnato ancor di più (perché non si finisce mai di imparare) come accompagnare chi canta senza sopraffarlo ma, anzi, esaltando la sua voce attraverso le nuances del mio strumento. Insomma la famosa lezione del less is more.
In verità, a pensarci bene, questo disco più che una celebrazione è un atto d’amore. Verso una terra che mi ha dato molto sia dal punto di vista umano sia da quello musicale. Una terra in cui non mi sono mai sentito uno straniero. Una terra in cui mi sono sempre sentito a casa. E questo credo che sia un altro dei miracoli del blues o della musica in generale.

MB: Concordo, Fabrizio! Accompagnare i cantanti o i solisti in genere è una vera e propria arte nell'arte: richiede sensibilità e capacità di ascolto non comuni. Ne sanno qualcosa i grandi pianisti jazz, per esempio. E non stento a credere che le esperienze in duo che hai citato tu, anche per la loro natura più raccolta, ti abbiano aiutato a riscoprire quest'aspetto. Oltretutto, con Guy Davis sarai nuovamente in tour a breve, vero?

FP: Sì, continua questa mia avventura al fianco di colui che considero, da sempre (e non sono il solo) il numero uno tra coloro che suonano blues tradizionale oggi. Il nostro sodalizio musicale si è trasformato in uno splendido rapporto di fratellanza musicale, di amicizia vera e sincera e di grande rispetto reciproco. Sarò al suo fianco il prossimo gennaio sulla Legendary Blues Cruise, tra i grandissimi del blues e tra eroi che nel frattempo sono diventati anche amici. E’ in via di definizione un tour con lui negli States nella prossima primavera e poi, per lo stesso periodo, ho in serbo una sorpresa di cui non posso anticipare nulla, altrimenti porta male…
da sinistra: Fabrizio Poggi, W.C. Clark e Angela Megassini (foto: Davide Miglio)

MB: Texas Blues Voices è un lavoro corale. Malgrado le molte e differenti anime che lo popolano, non riesco ad avvertire fratture o momenti di discontinuità. Tutto sembra così naturalmente omogeneo e ben amalgamato: merito anche di Stuart Sullivan, ingegnere del suono preso a prestito dal celebre club Antone’s di Austin?

FP: Hai ragione, anch’io penso che questo album sia davvero un lavoro d’insieme, un lavoro di squadra in cui ogni musicista si fa in quattro per supportare gli altri lasciando che il talento di ognuno venga fuori in maniera scintillante. Forse il vero segreto sta nel fatto che le registrazioni sono state realizzate interamente suonando dal vivo in studio, tutti insieme, come si faceva un tempo. L’atmosfera era piena di energia, complicità e passione. Lì a Austin in quello studio erano tutti americani tranne me, ma mi sono sentito, ancora una volta, a casa. Il fonico che l’ha registrato, Stuart Sullivan, ha registrato almeno metà dei dischi di blues che ci sono nella mia collezione e questo vorrà pur dire qualcosa!
MB: Questo è il tuo ventesimo disco. Nel corso della tua carriera hai avuto molte collaborazioni con diversi artisti americani. Questa volta, però, sei riuscito a coinvolgere nel progetto due artisti di importanza storica come W.C. Clark e Lavelle White: com’è stato lavorare con loro?
FP: Il blues è una filosofia di vita. Non è una musica come le altre. Ha una sua etica e un suo codice d’onore. È una musica nata per guarire le persone dalla sofferenza e, per questo, merita un particolare rispetto. Non solo da parte di chi l’ascolta, ma anche e soprattutto da parte di chi la suona. Nel blues d’oltreoceano non ci sono i “divetti” con cui siamo costretti a convivere a casa nostra (e purtroppo ce ne sono anche nel blues). Gente con la lupara in mano pronta a difendere il tesoretto che ha nascosto sotto il letto. In America, e anche in buona parte del Nord Europa, i musicisti hanno “un sentire comune”. Beh, naturalmente devi avere una storia e una reputazione dietro alle spalle. Sul nulla non si costruisce nulla. Ma se le persone, e tra questi i musicisti, vedono qualcosa dentro di te, allora anche il fatto di avere un budget molto limitato può non essere un problema per lavorare con musicisti come quelli con cui ho avuto il privilegio di incidere Texas Blues Voices. E Angelina sa a quanti cinema, pizze e vacanze abbiamo dovuto rinunciare per potere incidere i miei dischi.
Ho cominciato ad andare a suonare in America più per necessità che per scelta. I luoghi e le occasioni per suonare, almeno per me, erano poche in quegli anni, quindi sono stato e sono tuttora, in realtà, un "emigrante del blues”. In America ci sono tornato spesso. Con la mia valigia piena di armoniche in mano. E alla fine, io e la mia armonica abbiamo “conquistato” l’America. In quegli anni, non era facile per uno nato alla periferia dell’Impero. Anni in cui non c’erano computer, internet e altre diavolerie digitali. Anni in cui l’America era davvero “dall’altra parte della luna". Magari i ragazzi di oggi non se ne rendono conto, ma chi c’era lo sa!  
Sono stato il primo, o almeno tra i primi, a fare certe cose. Come incidere dischi in USA, fare da quelle parti dei veri e propri tour, con la mia band e con musicisti americani, e poi registrare con alcune leggende del folk, del blues e del rock… Questo, insomma, è quello che ho fatto in questi ultimi 35 anni, vivendo on the road.
Così ho ottenuto il mio passaporto da bluesman…
E per ottenerlo non ci sono stati trucchi, segreti o scorciatoie. E' bastato essere sé stessi e poi lavorare sodo. Con passione, onestà e determinazione. Tutto ciò che ho ottenuto, l’ho ottenuto grazie alla mia armonica e suonando ogni sera come fosse l’ultima. Con tanti sacrifici, lacrime e sangue. E credo che grandissimi del blues come Lavelle White e W.C. Clark queste cose le abbiano lette nel mio cuore senza bisogno che gliele raccontassi.
E oggi sono davvero felice di avere in qualche modo aperto la strada a tutti quei musicisti, italiani o europei, che sono venuti dopo di me. Anche se magari non me lo diranno mai. Ma anche questo fa parte del blues.
MB: Da ultimo, c’è un aneddoto particolare, relativo alla realizzazione di Texas Blues Voices o a qualcuno degli ospiti presenti, che vorresti raccontarci?

FP: Questo non è un aneddoto su Texas Blues Voices, ma è un aneddoto che spesso racconto e che svela un dietro le quinte piuttosto interessante.

Oggi, per fortuna, non è più così, ma quando io ho cominciato ad andare a suonare in America, molti degli addetti ai lavori che giravano intorno al mondo del blues italiano consideravano me e altri musicisti di blues, bluesmen di serie “B”. Non ho mai capito perché, ma era così. E io, per questo, anche quando andavo in America dove mi riempivano di lodi e di sorrisi mi sentivo sempre insicuro e pieno di dubbi e paranoie. C’ho messo anni a venirne fuori e ne sono uscito il giorno in cui Jimmy Carter il leader e più anziano componente dei Blind Boys of Alabama (oggi considerato sicuramente il gruppo gospel più importante al mondo), mi ha rivelato di considerarmi un fratello. Un fratello musicale. Me lo ribadisce ogni volta che ci sentiamo al telefono. Sono privilegi questi che toccano il cuore.
da sinistra: Miss Lavelle White, Angela Megassini e Fabrizio Poggi (foto: Davide Miglio)

Che ripagano di tanti sacrifici e bocconi amari. Quando ho confidato al mio amico Jimmy Carter che ancora oggi vengo assalito da dubbi e paure di non essere all’altezza, di venire considerato, forse anche giustamente, in maniera diversa, per il fatto di essere nato e cresciuto in un paese che ha una cultura musicale totalmente differente, Jimmy mi ha detto: “Sai Fabrizio, io sono cieco dalla nascita. Sì, me l’hanno spiegato e quindi mi sono fatto un’idea, ma i concetti di nero, bianco, italiano, americano non significano molto per me. Non riesco a comprenderli fino in fondo. So solo che quando ti sento suonare la tua armonica, ti considero uno di noi. Non sento nessuna differenza tra me e te. E’ come se parlassimo la stessa lingua. Ti considero uno di famiglia, uno che appartiene alla mia stessa famiglia musicale”. E anche questa grande lezione di vita, è il blues.

MB: Questo tuo aneddoto, che tanto racconta dell'umanità che sta dietro il blues, mi ha fatto tornare alla mente quest'altro aneddoto che voglio raccontarti. Non ha a che fare direttamente con Texas Blues Voices, ma indirettamente sì, perchè c'è molta umanità e molto blues.

Nei primi anni '90, in Svizzera, ascoltai per la prima volta Kent Duchaine, bluesman solitario, personaggio a metà strada tra John Hammond e un “hobo”; all'epoca, abitava in un camper in Alabama. Qualche anno dopo, nel 1997, dopo vari inseguimenti, riuscì a portarlo al Macallè Blues Festival. Il giorno della sua esibizione, contrariamente a tutti gli altri artisti, arrivò in teatro solo, senza nessun accompagnatore: si era affittato un'auto e girava l'Italia, cartina alla mano, con soltanto un valigino e la custodia della sua National. Lo accolsi, gli ricordai di quando ci eravamo incontrati anni prima, ma lui non parve ricordare e non sembrò neppure particolarmente interessato alla chiacchiera. Gli chiesi, allora, come mai girasse solo, senza un "roadie", ma lui mi guardò stranito e quasi non rispose. Più tardi, dopo il sound check, eravamo seduti fianco a fianco in teatro. Io ero chiuso in un silenzio imbarazzato, dati gli esiti ben poco incoraggianti dello scambio precedente ma, questa volta, fu lui improvvisamente a rivolgermi la parola. Infilandosi una mano nella giacca, mi disse: “...io non sono mai solo, guarda!...”. Dalla tasca interna estrasse una busta dentro la quale c'era riposto un mazzo di foto che mi mostrò con lo stesso pudore col quale, quasi in confidenza, si confessa qualcosa di intimo: ritraevano lui con Johnny Shines, Robert “Junior” Lockwood, Snooky Pryor.... Sembrava mi stesse mostrando le preziose foto di un album di famiglia e quando io riconobbi, chiamandoli per nome, uno a uno quei bluesmen, si illuminò all'improvviso quasi a dire “...ma come? Li conosci?”. In quel momento, probabilmente, capì di essere in famiglia anche lì: il muro della diffidenza era improvvisamente crollato!

FP: Anche il tuo aneddoto, peraltro bellissimo, la dice lunga su quello che è lo spirito sincero e autentico che alberga nei suonatori di blues più veri. In coloro che non recitano una parte ma che “sono – semplicemente - quello che suonano”. Nulla di meno, nulla di più. Conobbi anch’io Duchaine in quegli anni e ricordo che fu tra i primi a dirmi che forse ero nato nel posto sbagliato.
Ci ho messo anni, e migliaia di chilometri (e di miglia) per rendermene conto. Fu in Mississippi, molti anni dopo, che capii che forse non ero io ad essere “sbagliato” ma le circostanze che mi costringevano a raccontare storie e a cantare canzoni alle persone sbagliate. Ho raccontato spesso di quando e come lo capii e lo voglio raccontare anche a te e chiedo scusa a tutti coloro che questa storia l’hanno già sentita. Parecchi anni fa, in Mississippi, ho anche avuto il privilegio di suonare nei locali dove il blues è nato. Solitamente, durante quel tour, io e il mio socio ci esibivamo alla sera; ma a Greenwood, un piccolo paesino perso tra i campi di cotone, il nostro concerto era previsto nel pomeriggio. Ad ascoltarci, proprio in virtù di quell’orario insolito, almeno per noi, c’era un pubblico formato da persone di ogni età: giovani, famiglie, anziani, bambini. Tutti neri; tranne noi.
Durante una pausa tra il primo e il secondo tempo del concerto mi si avvicina una signora afroamericana di una certa età. Avrà avuto un’ottantina d’anni; più o meno l’età di mia madre. Mi prende per un braccio, lo stringe leggermente e poi mi dice: “Hey man, you touched my heart” – mi hai toccato il cuore . Quella signora quasi sicuramente non aveva capito che non ero di lì, ma che venivo da molto, molto lontano. Dall’altra parte della luna. Non lo aveva capito perché forse non sapeva nemmeno dove fosse l’Italia. Ebbene, quella signora che forse non solo non era mai uscita dal Mississippi, ma probabilmente nemmeno dalla sua contea, mi diede, senza saperlo, la più grossa soddisfazione della mia vita. Se esistesse un’università del blues, quella signora, quel giorno, mi avrebbe conferito la laurea. Una laurea in blues. Ma soprattutto mi fece capire che quando suonavo il blues ero uno di loro perché parlavo la loro stessa lingua. La lingua del blues.
E che tutti i sacrifici fatti in questi anni per portare la mia musica un po’ ovunque erano serviti a qualcosa. Erano serviti a toccare il cuore di una signora dall’altra parte dell’oceano. Una signora che probabilmente nella sua vita aveva ascoltato solo blues… Una signora che non dimenticherò mai e che mi viene in mente ogni sacrosanta sera prima di salire sul palco.
 
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