Zen Blues - Dal sacro al profano - Macallè Blues

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Zen Blues - Dal sacro al profano

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Giorgio Pinna

Zen blues - Dal sacro al profano

Youcanprint Edizioni - 2019

  
Se vale più un solo minuto di realtà vissuta che una vita intera di meditazione, cosa avrà mai a che spartire il blues, che meglio di ogni altro genere musicale, ben esemplifica e riassume il concetto più immediato di vissuto, con lo zen, disciplina o, se si preferisce, filosofia tenacemente incardinata sull’esercizio e la pratica del distacco meditativo?
Fin dal titolo del libro, la domanda, oltre che venir naturale, suona anche del tutto lecita. La risposta ci è fornita, nello svolgersi di questo agile libello e con quel pizzico di ingenuità che si nasconde dietro ogni grande entusiasmo, da Giorgio Pinna: sardo di nascita, emiliano di adozione, maniscalco per mestiere, ma cantante e armonicista blues per diletto e anche più.
Tra le pieghe di queste pagine, oltremodo snelle ed elementari nel loro squisito candore, si capisce come la musica tutta, dunque anche il blues, nel suo essere tanto un modo per esprimersi quanto un mezzo, diretto e indiretto, finalizzato a educare le persone a una qual forma di bellezza e armonia, possa pure diventare la rappresentazione del concetto stesso di equilibrio e della sua stessa ricerca. Luce e ombra, yin e yang, maschile e femminile, suono e silenzio. Consonanza e dissonanza che diventano, a loro volta, metafore di sicurezza e incertezza: la quiete casalinga e il rischioso moto di distacco da questa.
Il sistema tonale, ben si presta a illustrare queste figure, dalla forte, evidente risonanza psicologica e interiore. Ogni brano musicale diventa, invero, un minuscolo sistema solare che ruota attorno alla sua stella principe: quel centro - tonale, appunto - simbolo di casa e sicurezza, dal quale ci si allontana attraverso modulazioni (a propria volta, rappresentazioni di avventura, esplorazione e azzardo), ma al quale si torna, in un percorso intimo che, dunque, muove dal sé, ma al sé ritorna sempre.
In questo contesto generale, il blues e, in maniera sicuramente più articolata e complessa il jazz, rappresenta però, con la sua carica di latente, disarmonica tensione, una piccola specifica singolarità. Il blues, come il jazz, si regge sul concetto di precarietà. Entrambi assumono l’insicurezza a costante del moto. In questo senso, l’improvvisatore è un equilibrista e gli equilibrismi, anche quelli sospesi sugli accordi di un blues, impongono una concentrazione continua; un’instancabile attenzione istantanea rivolta su se stessi, sul proprio vissuto emotivo e su quel singolare momento che tanto somiglia a una forma archetipica, artigianale, inconscia di meditazione.
Un bluesman è uno che improvvisa e che, nell’improvvisare, in un certo qual modo, vive pericolosamente. Come dentro un labirinto; all’interno del quale non ha a disposizione né il conforto di un bagaglio, né quello di una bussola che non sia la propria anima. Soltanto i confini del territorio all’interno del quale si lambicca diventano punti di riferimento.
Vivere in modo zen (o blues) significa improvvisare; verbo che, però, non diventa sinonimo di andare a caso. Al contrario, equivale all’assunzione di responsabilità delle proprie scelte - ci dice l’autore - con uno spirito adattivo e, istante per istante, coerente col contesto. Praticare lo zen, come il blues, significa abituarsi a convivere con l’incertezza e il dubbio; accogliere, e anche benevolmente, tra le proprie braccia, quell’indeterminatezza che soltanto il risveglio dell’attenzione e di una piena coscienza possono permetterci di maneggiare adeguatamente.
Concetti non banali e anche un po’ arditi nell’accostamento, questi. Ma, sommato tutto, meritevoli di una personale riflessione.   

Giovanni Robino        


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